mercoledì 8 marzo 2017

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L’OSSERVATORE ROMANO
GIORNALE QUOTIDIANO
Unicuique suum
Anno CLVII n. 55 (47.489)
POLITICO RELIGIOSO
Non praevalebunt
Città del Vaticano
mercoledì 8 marzo 2017
.
In Siria
In vigore dal 16 marzo non riguarderà chi arriva dall’Iraq
Sei milioni di bambini
sotto le bombe
Trump firma la nuova versione
del bando agli immigrati
Tra le macerie della città di Duma (Ansa)
DAMASCO, 7. «A sei anni dall’inizio
del conflitto in Siria, sono 5,8 milioni i bambini che vivono ancora
sotto i bombardamenti e hanno bisogno di aiuti. Un bambino su
quattro rischia conseguenze devastanti sulla salute mentale». Lo ha
denunciato Save The Children nel
suo ultimo rapporto sul tema «Ferite invisibili», nel quale si sottolinea che «almeno 3 milioni di bambini che hanno oggi sei anni non
hanno mai conosciuto altro che la
guerra».
Per la prima volta in questo studio viene indagato, attraverso interviste e testimonianze raccolte tra
adulti e minori all’interno del paese, l’impatto psicologico del con-
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I governativi
alla riconquista
di Mosul
BAGHDAD, 7. Le forze governative irachene hanno riconquistato
la sede del governatorato a Mosul, la città dell’Iraq settentrionale teatro da mesi di un’offensiva contro il cosiddetto stato
islamico (Is). Lo ha riferito una
nota del generale Abdul Amir
Yarallah, comandante delle operazioni militari. Subito dopo il
primo ministro iracheno, Haider
al Abadi, è rientrato in città, ha
riferito l’emittente curda Rudaw.
Le forze lealiste hanno inoltre
ripreso il controllo dell’edificio
del consolato turco, che i miliziani dell’Is occuparono l’11 giugno 2014 a seguito di un blitz in
cui presero in ostaggio 49 persone, tra cui l’ex console generale
Ozturk Yilmaz, trattenendole
per 101 giorni. Gli ostaggi furono poi liberati da un’operazione
dei servizi segreti di Ankara.
Durante l’avanzata le forze di sicurezza irachene hanno annunciato di aver riconquistato anche
il museo archeologico della città, che nel 2015 i jihadisti avevano
vandalizzato,
filmandosi
mentre distruggevano numerose
statue antiche.
Secondo quanto riferisce «al
Mayadin», emittente televisiva
panaraba, le truppe di Baghdad
hanno dovuto fronteggiare nelle
ultime ore 37 tentati attacchi
dinamitardi da parte dei jihadisti arroccati nei quartieri centrali
di Mosul ovest. Fonti militari
governative irachene, riferiscono
che i miliziani dell’Is resistono
nel quartiere di Mansur mentre
hanno lasciato dietro di loro
diverse auto imbottite di esplosivo nel quartiere di Dawwasa, riconquistato dai lealisti tra ieri e
stamani.
flitto sui più piccoli. «Due bambini
su tre dicono di aver perso qualcuno che amavano, che la loro casa è
stata bombardata o che sono rimasti feriti a causa del conflitto. Il 50
per cento degli adulti denuncia che
le violenze domestiche sono aumentate e il 59 per cento degli intervistati conosce bambini e ragazzi
reclutati nei gruppi armati, alcuni
anche sotto i sette anni», evidenzia
il testo.
«Secondo l’81 per cento degli
adulti intervistati, i bambini sono
diventati più aggressivi, sia nei
confronti dei genitori e dei familiari sia degli amici. Sono tantissimi
quelli che la notte non riescono a
dormire per gli incubi, la paura del
buio, dei bombardamenti, della
perdita della famiglia. La metà degli adulti interpellati denuncia che
molti bambini commettono atti di
autolesionismo, che sfociano spesso
in tentativi di suicidio», prosegue
lo studio dell’organizzazione internazionale.
I bambini nati durante il conflitto sono 3,7 milioni e quelli che
hanno meno di 12 anni hanno passato già la metà della loro vita in
una condizione di continuo imminente pericolo. Tra loro i più piccoli spesso smettono di parlare,
mentre gli adolescenti si rifugiano
nelle droghe e nell’alcool.
La situazione sul terreno, intanto
rimane molto tesa, mentre sul fronte diplomatico si registrano diverse
iniziative. L’Unione europea ospiterà una conferenza per la Siria il 5
aprile prossimo a Bruxelles. Lo ha
annunciato l’alto rappresentante
per la politica estera e di sicurezza
comune, Federica Mogherini, sottolineando che lo scopo dell’Ue è
quello di «dare un forte sostegno
al lavoro delle Nazioni Unite sul
fronte politico ma anche quello di
cercare di stabilire una cornice regionale e internazionale entro la
quale possiamo lavorare insieme
per sostenere il futuro della Siria e
della regione». La conferenza avrà
come co-presidenti anche le Nazioni Unite e i governi di Germania,
Kuwait, Norvegia, Qatar e Gran
Bretagna.
Ad Astana, in Kazakhstan, è prevista inoltre per il 14 e 15 marzo
una nuova sessione di colloqui tra
Damasco e rappresentanti dei
gruppi dell’opposizione armata siriana. Il dialogo è stato avviato su
iniziativa di Russia, Turchia e Iran.
La stessa città ha già ospitato a
gennaio e febbraio altri due round
negoziali.
WASHINGTON, 7. Il presidente degli
Stati Uniti Donald Trump ha firmato il nuovo bando all’immigrazione
dai paesi a rischio di terrorismo. Rispetto alla versione precedente, bloccata dai giudici, questa non contempla l’Iraq e si applica agli immigrati
provenienti da Siria, Iran, Libia, Somalia, Sudan e Yemen. Il nuovo decreto, che entrerà il vigore dal prossimo 16 marzo, arriva sei settimane
dopo il primo, che ha creato confusione negli aeroporti e che un tribunale federale aveva sospeso per il rischio di incostituzionalità. Il capo
della Casa Bianca, ha affidato l’annuncio a una nota e l’illustrazione ai
segretari agli Esteri, alla Giustizia e
alla Sicurezza Interna, rispettivamente Rex Tillerson, Jeff Sessions e
John Kelly, che non hanno accettato
di rispondere a domande.
L’esclusione dell’Iraq è stata giustificata dalla Casa Bianca in quanto
questo paese «rappresenta un caso
speciale». In una nota l’amministrazione statunitense ha spiegato che le
autorità di Baghdad sono un importante alleato degli Stati Uniti nella
lotta al cosiddetto stato islamico
(Is). «La stretta relazione di cooperazione tra gli Stati Uniti e il governo iracheno eletto democraticamente, la forte presenza degli Stati Uniti
in Iraq e l’impegno dell’Iraq a combattere l’Is giustificano questo differente trattamento».
Il nuovo ordine esecutivo non si
applica ai viaggiatori provenienti da
Siria, Iran, Libia, Somalia, Sudan e
Yemen se questi sono in possesso di
carta verde o di un visto. Viene invece confermata la sospensione del
programma di accoglienza dei rifugiati per 120 giorni mentre decade il
bando a tempo indefinito per i siriani, che vengono trattati come tutti
gli altri. È stata inoltre abolita la mi-
sura che dava accesso prioritario alle
minoranze religiose di questi paesi.
«Restiamo profondamente turbati
dalle conseguenze umane dell’ordine
esecutivo riveduto in materia di ammissione dei rifugiati. Sono evidenti
gli sforzi dell’amministrazione nel
modificare il testo alla luce delle varie preoccupazioni legali, ma notiamo che l’ordine rivisto lascia ancora
molte vite innocenti a rischio», ha
commentato il vescovo di Austin,
Joe S. Vásquez, presidente del Comitato per i migranti della Conferenza episcopale statunitense. «I vescovi cattolici degli Stati Uniti hanno da tempo riconosciuto l’importanza di garantire la sicurezza pubblica e sono benvenute misure ragionevoli e necessarie per raggiungere
Arrivi all’aeroporto John F. Kennedy di New York (Afp)
I leader di Francia, Germania, Italia e Spagna si impegnano a evitare il crollo dell’Ue
L’Europa tenta il rilancio a velocità diverse
PARIGI, 7. Sembra arrivato davvero il
tempo di un’Europa a più velocità.
A tre settimane dalle celebrazioni
del sessantesimo anniversario dei
Trattati di Roma del 25 marzo 1957,
da Versailles parte il forte appello al
rinnovamento dei leader di Italia,
Francia,
Germania
e
Spagna.
«L’obiettivo non è quello di imporre
agli altri la via, ma di evitare che
tutto crolli». Le prime quattro potenze demografiche ed economiche
del continente tentano il rilancio,
mentre al parlamento europeo emerge lo scandalo delle truffe sui rimborsi portate avanti da parlamentari
di partiti euroscettici.
La parola d’ordine di quattro paesi fondatori della costruzione europea è «consentire ad alcuni stati
membri di progredire verso una
maggiore integrazione», riconoscendo palesemente che la situazione attuale dell’Unione «non è più accettabile». Oggi «più che mai urgono
cooperazioni rafforzate», ha detto il
presidente francese François Hollande, che ha accolto nella reggia di
Versailles, alle porte di Parigi, il presidente del consiglio dei ministri italiano, Paolo Gentiloni, il cancelliere
tedesco Angela Merkel e il presidente del governo spagnolo Mariano
Rajoy. Nelle intenzioni di tutti è
emersa la consapevolezza che «Italia, Germania, Spagna e Francia
hanno la responsabilità di tracciare
la via, non per imporla agli altri ma
per essere una forza al servizio
dell’Europa che dà impulso agli altri».
L’urgenza di un’Europa più vera e
incisiva è data innanzitutto dalle sfide internazionali, a partire da quella
della sicurezza e da quella della crisi
economica. E poi, ci sono ovviamente nuove particolari situazioni da gestire dopo la Brexit e dopo le posizioni decisamente critiche nei confronti di Bruxelles assunte dal presidente degli Stati Uniti, Donald
Trump. Bisogna inoltre tenere conto
della pressione di partiti ostili all’Europa come quello di Marine Le Pen
in Francia o quello di Geert Wilders
in Olanda, paesi entrambi vicini alle
elezioni. Dunque, «è il momento di
un grande balzo in avanti».
Versailles è stata la sede, quasi
cento anni fa, nel giugno 1919, della
firma del Trattato che sancì la fine
della prima guerra mondiale. E il
cancelliere Merkel ha ricordato che
«l’Europa è stata costruita sulla pace» per poi sottolineare che «se ci
fermiamo ora tutto quello che abbiamo costruito potrebbe crollare».
«L’Europa che rinuncia alla sua dimensione politica sarebbe una regressione» ha puntualizzato Hollande, che si trova a due mesi dalla scadenza del suo mandato all’Eliseo. E
Gentiloni ha affermato che «è giusto
e normale che i paesi possano avere
ambizioni diverse e che a queste ambizioni ci siano risposte diverse,
mantenendo il progetto comune», ribadendo che serve «un’Ue più inte-
Nel campo profughi di Grande-Synthe
Nel centenario di Pierre Emmanuel
Incertezza
sul futuro dei migranti
La poesia
fra l’uomo e Dio
CHARLES
DE
PECHPEYROU
A PAGINA
2
tale obiettivo», ha aggiunto, sottolineando che al tempo stesso c’è bisogno di «aiutare tutti coloro che sono
vulnerabili e in fuga dalla persecuzione, indipendentemente dalla loro
religione».
«Siamo preoccupati che questa
decisione, anche se temporanea, possa aggravare l’angoscia di coloro che
colpisce», ha commentato da parte
sua l’Alto commissario delle Nazioni
Unite per i rifugiati (Unhcr), Filippo Grandi. «L’imperativo resta quello di fornire una protezione alle persone in fuga dalla violenza letale»,
ha aggiunto precisando che l’Unhcr
collabora da tempo con gli Stati
Uniti per «la ricerca di soluzioni ai
problemi dei rifugiati» e confida di
«continuare questa collaborazione».
Alla luce dell’attuale ordine esecutivo statunitense sul reinsediamento
dei rifugiati, spiega un nota pubblicata a Ginevra, l’Unhcr sottolinea
che i rifugiati sono «persone comuni
costrette a fuggire dalla guerra, dalla
violenza e dalla persecuzione nei loro paesi d’origine e che restano in
urgente bisogno di assistenza e protezione». Grandi ha ribadito quindi
la disponibilità dell’Unhcr a impegnarsi in modo costruttivo con l’amministrazione americana al fine di
assicurare che tutti i programmi per
i rifugiati soddisfino i più elevati
standard di sicurezza.
«Un bando annacquato rimane
sempre un bando: nonostante i cambiamenti dell’amministrazione, questo pericoloso ordine esecutivo ci
rende meno sicuri, non più sicuri. È
anti-americano». Così si è espresso
Chuck Schumer, leader della minoranza democratica al senato. Secondo Schumer questa nuova misura
andrà incontro «alla stessa strada in
salita nelle aule di tribunale» del
primo decreto.
I quattro leader europei a Versailles (Ap)
ANNE-SOPHIE CONSTANT
A PAGINA
5
grata ma che possa consentire diversi livelli di integrazione». In particolare, Gentiloni ha insistito sulla «necessità di un’Europa sociale, che
guardi alla crescita e agli investimenti». «Un’Europa — ha detto — in cui
chi rimane indietro non consideri
l’Ue come una fonte di difficoltà ma
come una risposta alle proprie difficoltà». In definitiva, l’Europa deve
ripartire dal popolo europeo, dimostrando «solidarietà a 27, ma a ritmi
diversi».
Intanto, emergono dettagli delle
inchieste per frode ai danni delle
casse dell’europarlamento di Strasburgo: sono proprio gli esponenti
dei più grandi partiti che vogliono
abbattere l’Unione ad avere portato
avanti sistematiche frodi sui rimborsi. Ma i casi più eclatanti riguarderebbero il Front National di Marine
Le Pen, il partito britannico Ukip
di Nigel Farage e il partito Diritto e
giustizia del polacco Jaroslaw Kaczynski.
NOSTRE
INFORMAZIONI
Nomina
di Vescovo Ausiliare
Il Santo Padre ha nominato
Vescovo Ausiliare di Saint
Louis (Stati Uniti d’America)
Monsignor Mark S. Rivituso,
del clero della medesima Arcidiocesi, finora Vicario Generale, assegnandogli la sede titolare vescovile di Turuzi.
L’OSSERVATORE ROMANO
pagina 2
mercoledì 8 marzo 2017
Il campo
a trenta chilometri da Calais (Ap)
La Corte dell’Ue stabilisce i limiti del diritto comunitario
Leggi nazionali
per i visti umanitari
BRUXELLES, 7. Sui visti ai profughi
prevale il diritto nazionale. È questo il senso della sentenza della
Corte di giustizia dell’Ue chiamata
a pronunciarsi sui visti umanitari.
La Corte ha stabilito oggi che «gli
stati non sono tenuti, in forza del
diritto dell’Unione, a concedere un
visto umanitario ai profughi che intendono recarsi nel loro territorio
con l’intenzione di chiedere asilo,
ma restano liberi di farlo sulla base
del rispettivo diritto nazionale».
Secondo la Corte, che ha sede a
Lussemburgo, «il diritto comunitario stabilisce solo le procedure e i
requisiti per il rilascio dei visti di
transito o per soggiorni previsti sul
territorio degli stati membri della
durata massima di 90 giorni».
La sentenza, definitiva e destinata a fare giurisprudenza, va nella
direzione decisamente opposta al
parere — non vincolante — emesso
dall’avvocato generale della Corte
Ue di Lussemburgo del 7 febbraio,
Paolo Mengozzi, secondo il quale
invece i paesi erano obbligati. In
Londra prepara
un fondo di riserva
per la Brexit
LONDRA, 7. È previsto oggi il
voto finale della camera dei
Lord sul progetto di legge con
cui il governo britannico intende chiedere di attivare l’articolo
50 per la Brexit. Gruppi bipartisan fanno pressione perché ci
siano maggiori certezze sul futuro dei 3,3 milioni di cittadini europei nel Regno Unito. In ogni
caso, il testo tornerà ai comuni.
Mentre il mondo politico prepara le strategie di uscita
dall’Ue, secondo quanto riporta
«The Guardian», il governo britannico sta predisponendo un
fondo di riserva per le possibili
incognite economiche che possono sorgere. Secondo il quotidiano, l’annuncio sarà dato dal
cancelliere dello scacchiere, Philip Hammond, domani, quando
presenterà la prima manovra finanziaria dopo il referendum
sull’uscita del paese dell’Ue e la
prima dell’esecutivo guidato da
Theresa May. Non si conosce
l’entità del fondo e la cifra di 60
miliardi di sterline emersa sulla
stampa non è stata confermata
da fonti di governo. Secondo il
«The Times», il ministro del tesoro deve annunciare anche un
aumento di tasse su lavoro autonomo e alcolici per finanziare le
spese per il welfare dopo i pesanti tagli degli anni passati.
particolare, la vicenda riguarda una
coppia siriana e i loro tre figli piccoli, che il 12 ottobre 2016 avevano
presentato domanda di visti umanitari all’ambasciata del Belgio a Beirut, per ottenere visti con validità
territoriale limitata, sulla base del
codice dei visti dell’Ue, per lasciare
Aleppo e presentare una domanda
d’asilo in Belgio. Uno di questi,
aveva spiegato di essere stato sequestrato da un gruppo armato,
percosso e torturato, e di essere
stato liberato su pagamento di riscatto. Nella richiesta si insisteva in
particolare sul degrado della sicurezza, segnalando inoltre che appartenendo alla confessione cristiana ortodossa, rischiavano di essere
oggetto di persecuzione. Il 18 ottobre 2016, l’ufficio per gli stranieri
belga ha respinto le domande, ritenendo che con la richiesta di un visto con validità territoriale limitata
per presentare una domanda d’asilo in Belgio, la famiglia siriana
avesse l’intenzione di restare in
Belgio per un periodo superiore a
90 giorni. Secondo la Corte Ue,
«consentire a cittadini di paesi terzi di presentare domande di visto
finalizzate a ottenere il beneficio di
una protezione internazionale nello
stato membro di loro scelta potrebbe ledere l’impianto generale del
sistema istituito dall’Unione per
determinare lo stato membro competente per l’esame di una domanda di protezione internazionale».
Intanto, gli sbarchi in Italia si
intensificano. Sono quasi 16.000 i
migranti giunti in Italia nei primi
due mesi del 2017, ben il 74 per
cento in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, ritenuto
l’anno record per l’arrivo di stranieri via mare. Nello scorso fine
settimana, c’è stato un picco, con
quasi 2500 sbarchi. Si tratta di persone provenienti da Guinea (2221),
Nigeria (1831) e Costa d’Avorio
(1765). Gli stranieri registrati nel sistema nazionale d’accoglienza sono
174.606: la Lombardia è la regione
che ne ospita di più (23.298, pari al
13 per cento del totale); seguono
Lazio (14.754), Campania (14.735) e
Piemonte (14.070). I richiedenti
asilo trasferiti in altri paesi europei
in applicazione del principio di ricollocamento sono 3703. Guardando ai primi due mesi del 2017, secondo i dati del ministero degli interni, sono arrivati almeno 1670 minori non accompagnati.
A proposito dei minori non accompagnati, che restano vittime di
soprusi e violenze, è arrivato oggi
l’appello del Consiglio d’Europa,
l’organismo a 47 paesi impegnato
sui diritti umani, che avverte che
«le cifre fornite dagli stati sul numero di migranti minori vittime di
sfruttamento e abusi sessuali sono
estremamente bassi, e gli stessi paesi riconoscono che vi sono più casi
di quelli individuati ufficialmente».
Merkel
contro Erdoğan
BERLINO, 7. Le dichiarazioni fuori
luogo del presidente turco, Recep
Tayyip Erdoğan, «non si possono
commentare seriamente». Così, il
cancelliere tedesco, Angela Merkel,
ha risposto ieri direttamente alle
affermazioni di Erdoğan, che due
giorni fa aveva accusato Berlino
«di praticare ancora il nazismo»
per i dinieghi a ministri turchi, in
visita in Germania, di tenere comizi in vista del referendum costituzionale del 16 aprile prossimo. Un
voto che coinvolge anche un milione mezzo circa di turchi-tedeschi.
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GIOVANNI MARIA VIAN
direttore responsabile
Giuseppe Fiorentino
vicedirettore
Piero Di Domenicantonio
Incertezza sul futuro dei migranti
da Parigi
CHARLES
DE
PECHPEYROU
Aperto il 7 marzo 2016 a GrandeSynthe, una cittadina situata sulla
costa nord della Francia, di fronte
alla Gran Bretagna, il campo di
rifugiati della Linière è stato
considerato come un esempio di collaborazione proficua tra lo stato
francese, il comune e le associazioni
locali di fronte alla crisi migratoria
in Europa. Quel giorno lì, 1200 migranti lasciarono il terreno libero poco distante dove campeggiavano da
mesi in cattive condizioni per insediarsi nel nuovo campo creato su
iniziativa del sindaco Damien Carême, con la collaborazione di numerose associazioni di aiuto alle persone itineranti. Due mesi dopo, a
maggio, il governo francese accettò
di finanziare il campo per un anno,
con quattro milioni di euro circa.
Gaetano Vallini
mamente molte tensioni tra le diverse etnie, facendo vittime soprattutto
tra donne e minorenni isolati.
Inoltre, anche se gli “shelter”, cioè
le baracche messe a disposizione dei
rifugiati sono di buona qualità, si
sono verificate intossicazioni al monossido di carbonio, a causa di un
uso eccessivo di riscaldamento portatile a metano, mentre finestre e
porte erano state tappate per mettersi al riparo dal freddo.
Per questi vari motivi, la settimana
scorsa, il sindaco di Grande-Synthe
ha progettato di limitare al massimo,
se non addirittura vietare l’ingresso
sul campo di nuove persone. Dei
braccialetti sono stati distribuiti ai rifugiati già presenti per facilitare la
loro identificazione. Ciò nonostante,
si prevede di installare un container
all’ingresso del campo per garantire
un’accoglienza di notte.
Varato il comando militare unificato dell’Ue
Primo passo verso la difesa europea
BRUXELLES, 7. Mentre l’Unione europea prepara un futuro a più velocità, i ministri degli esteri e della difesa
hanno varato, ieri a Bruxelles, il primo comando militare unificato. Può rappresentare il primo passo verso
un’Unione della sicurezza e della difesa.
Si tratta del cosiddetto Mpcc (Military planning and
conduct capability) che guiderà le missioni militari europee non executive, ovvero non combattenti, di cui tre
sono attualmente in corso, per l’addestramento delle
forze militari in Mali, Repubblica Centroafricana e Somalia. Lo Mpcc dovrà essere «operativo nelle prossime
settimane», sarà costituito allo stato maggiore dell’Ue e
alla sua guida è stato designato il generale finlandese
Esa Pulkkinen, attuale capo dello stato maggiore europeo. Sarà una struttura di una trentina di persone, ma
di forte significato politico, ha sottolineato al termine
dell’incontro l’alto rappresentante per la politica estera
e di sicurezza comune dell’Ue, Federica Mogherini.
I ministri hanno anche confermato il mandato a proseguire il lavoro di preparazione per le cosiddette Pesco, ovvero le cooperazione strutturate permanenti previste dal Trattato di Lisbona per far avanzare la cooperazione militare più propriamente detta.
BERNA, 7. Una scossa di terremoto
di magnitudo 4.4 sulla scala Richter
è stata segnalata ieri sera nella
Svizzera centrale, nei pressi del
monte del Col du Klausen, al
confine tra i cantoni Svitto e
Glarona, a una cinquantina di chilometri da Zurigo. Lo riferisce il giornale «Corriere del Ticino», citando
fonti del Servizio sismico svizzero
(Sed).
Il terremoto, con epicentro a tre
chilometri di profondità e durato alcuni secondi, è stato registrato alle
21.12. Per gli esperti del Sed, la
Servizio vaticano: [email protected]
Servizio internazionale: [email protected]
Servizio culturale: [email protected]
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caporedattore
segretario di redazione
Ora, all’avvicinarsi della scadenza, si
pone l’interrogativo di cosa succederà a maggio, quando cesseranno gli
incentivi.
Oggi, il campo di Grande-Synthe
è occupato da 1500 persone, mentre
si prevedeva all’inizio di non superare idealmente gli 800 migranti. Nel
frattempo, tuttavia, è stata sgomberata la "giungla" di Calais, distante
di una quarantina di chilometri a
ovest, e alcuni occupanti — tra i 100
e i 300 — hanno investito il campo
della Linière. Altri 200 o 300 migranti vivono sempre per strada a
Calais, per di più con poco materiale, assistiti dalle associazioni umanitarie, quando non sono cacciati via
dalle forze dell’ordine.
Anche se non ha niente a che vedere con l’ex-giungla di Calais, la
sovrappopolazione nel campo di
Grande-Synthe è sinonimo di forte
promiscuità, che ha provocato ulti-
I ministri della difesa britannico e tedesco (Reuters)
Forte scossa di terremoto
in Svizzera
«Le accuse si squalificano da sole, minimizzano le sofferenze dei
crimini nazisti e non si giustificano
neppure con una campagna referendaria», ha aggiunto Merkel,
precisando che «Berlino non lavora
ad alcun divieto di ingresso» in
Germania per politici turchi.
«Queste esternazioni — ha poi
spiegato il cancelliere — fanno tristezza, anche perché Germania e
Turchia sono così strettamente legate, su tanti piani. E questo anche
se esistono profonde differenze».
L’OSSERVATORE ROMANO
La sorte del campo profughi di Grande-Synthe è nelle mani del governo francese
Servizio fotografico: telefono 06 698 84797, fax 06 698 84998
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scossa è stata avvertita in una vasta
area tra Spiringen e Diesbach. Secondo diverse fonti, la scossa è stata
avvertita distintamente in Lombardia (Milano, Lecco, Varese, Sondrio, Como e Bergamo), ma anche
in Austria, nel Lichtenstein e in parte della Germania.
Molte le telefonate ricevute dai
vigili del fuoco e dalla centrale operativa della protezione civile italiana, soprattutto da residenti delle
valli bergamasche. Al momento non
si registrano comunque feriti o danni di alcun genere.
Segreteria di redazione
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Tipografia Vaticana
Editrice L’Osservatore Romano
don Sergio Pellini S.D.B.
direttore generale
In effetti, molte associazioni hanno fatto presente che bisogna trovare
soluzioni per i nuovi profughi che
arrivano tuttora a Grande-Synthe,
per evitare che si formino nuovamente delle baraccopoli a Calais.
Fortunatamente, sin dall’inizio, c’è
un clima d’intesa tra il comune e gli
attori locali, segnato da «dibattiti
aperti, senza tabù», si congratula
Nathanaël Caillaux, coordinatore
della piattaforma di servizi ai migranti, interrogato dal nostro giornale. «Siamo consapevoli che il sindaco fa il massimo in suo potere e che
la responsabilità incombe in primis
allo stato».
Del resto, le autorità locali non
mancano di notare una certa disparità di trattamento da parte del governo rispetto ai loro omologhi di Parigi, che hanno ricevuto maggiori incentivi per edificare e gestire il proprio campo di rifugiati. La cittadina
del nord si inorgoglisce di aver fatto
della mediazione con i rifugiati la
sua parola d’ordine, a differenza della capitale francese.
«A Parigi, il campo è stato montato bene ma il numero di posti è più
limitato, con un rapido ricambio
delle persone, alle quali viene chiesto dopo soli dieci giorno cosa intendono fare — richiedere asilo o andare via dalla Francia — mentre da
noi, c’è un maggiore accompagnamento, tanto che certi rifugiati sono
presenti sin dall’inizio», osservano al
comune di Grande-Synthe.
Adesso, spetterà proprio al governo francese di decidere o no di rinegoziare la convenzione tripartita firmata nel maggio 2016, che permetterebbe di prorogare gli incentivi.
«Anche se lo stato rimane nella logica di chiudere in futuro il campo,
noi speriamo che accetterà di finanziare il campo per qualche mese ancora, fino ad agosto o settembre», si
augura Nathanaël Caillaux.
Secondo ogni probabilità, i rifugiati e l’associazione Afeji, che gestisce il campo da un anno, conosceranno l’esito dei negoziati in corso
tra il comune di Grande-Synthe, il
ministero dell’interno e quello in carica degli alloggi entro una decina di
giorni.
I Républicains
con Fillon
PARIGI, 7. Nessun piano di riserva
per i Républicains. Dopo la conferma del sindaco di Bordeaux, Alain
Juppé, di non candidarsi alle presidenza della Francia, François Fillon
resta il candidato del partito di centrodestra. Il comitato politico del
partito Les Républicans — dopo un
ampio dibattito — ha infatti confermato ieri all’unanimità il suo sostegno a Fillon. Lo ha dichiarato il
presidente del senato, Gérard Larcher, al termine di una riunione del
comitato, allontanando, quindi, ulteriormente l’ipotesi di un ritiro
Tariffe di abbonamento
Vaticano e Italia: semestrale € 99; annuale € 198
Europa: € 410; $ 605
Africa, Asia, America Latina: € 450; $ 665
America Nord, Oceania: € 500; $ 740
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Necrologie: telefono 06 698 83461, fax 06 698 83675
dalla corsa per l’Eliseo del candidato della destra francese per lo scandalo che vede coinvolta la moglie.
Secondo il documento finale
dell’ufficio politico, Fillon si sarebbe impegnato ad «adottare iniziative per unificare» una destra apparsa sull’orlo della spaccatura. «Abbiamo perso troppo tempo in inutili discussioni — ha detto Fillon —
lasciando campo libero all’estrema
destra e ai candidati della sinistra
che si fregano le mani guardando le
nostre divisioni. Adesso è ora, per
tutti, di fare campagna elettorale».
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L’OSSERVATORE ROMANO
mercoledì 8 marzo 2017
pagina 3
Immagini televisive del lancio
dei missili nordcoreani (Ap)
Era stata chiusa dopo un attentato terroristico contro i sufi
Riaperta la frontiera
tra Pakistan e Afghanistan
WASHINGTON, 7. Il presidente statunitense, Donald Trump, garantisce
un «impegno di ferro» da parte
dell’amministrazione di Washington
«al fianco di Giappone e Corea del
Sud di fronte alle serie minacce poste dalla Corea del Nord». Lo ha reso noto questa mattina la Casa Bianca, riferendo dei colloqui telefonici
avuti dal presidente degli Stati Uniti
con il primo ministro giapponese,
Shinzo Abe, e, separatamente, con il
presidente reggente della Corea del
Sud, Hwang Kyo-Ahn, dopo i quattro missili lanciati ieri da Pyongyang
verso il mar del Giappone.
Trump, indicando come i lanci
balistici rappresentino «una chiara
violazione» di diverse risoluzioni
delle Nazioni Unite, ha annunciato
nuovi passi dell’amministrazione
«per rafforzare ulteriormente la capacita di deterrenza e di difesa dai
missili balistici della Corea del Nord
— precisa la Casa Bianca — utilizzando tutta la gamma delle capacità militari degli Stati Uniti». Con Tokyo
e Seoul andrà avanti la cooperazione
per dimostrare al regime comunista
di Pyongyang «che sono previste serie conseguenze per le sue azioni
provocatorie e di minaccia».
E gli Stati Uniti hanno iniziato il
dispiegamento del sistema antimissile Thaad (Terminal High Altitude
Area Defens) nella Corea del Sud,
dopo gli ultimi test balistici della
Corea del Nord. Lo ha reso noto il
comando statunitense del Pacifico.
«L’accelerazione del programma dei
test di armi nucleari e missili balistici costituiscono una minaccia per la
pace e la sicurezza internazionale»,
si sottolinea nella nota del comando
statunitense del Pacifico indicando
come il sistema Thaad sia «strettamente difensivo» e «non rappresenta
alcun tipo di minaccia per i paesi vicini». La Cina ha più volte protestato contro l’installazione del sistema
antimissile dell’esercito statunitense
nella Corea del Sud. «Il sistema — si
legge nel comunicato statunitense —
è volto a intercettare e distruggere
missili balistici di corto e medio raggio durante la fase finale del volo».
La Cina ha fatto sapere che difenderà «con determinazione» la sua sicurezza dopo il dispiegamento dello
scudo antimississile Thaad in Corea
del Sud. «Siamo fermamente contrari», ha detto oggi il portavoce del
ministero degli esteri, Geng Shuang,
nel consueto appuntamento con la
stampa. «La Cina prenderà in maniera risoluta tutte le misure necessarie per difendere i propri interessi di
sicurezza. Tutte le conseguenze che
ne deriveranno saranno dovute agli
Stati Uniti e alla Corea del Sud».
Geng ha anche chiesto alle parti interessate di far marcia indietro e che
«mettano fine» al dispiegamento del
sistema antimissile.
Pechino teme che il sistema Thaad
e il suo potente radar possano menomare l’efficacia dei suoi sistemi
balistici; e negli ultimi mesi ha adottato una serie di misure considerate
da Seoul sanzioni economiche innescate proprio dal progetto (tra l’altro, l’appello al boicottaggio del
Proteste in Brasile
dove si aggrava
la crisi economica
BRASÍLIA, 7. Diverse proteste si sono
registrate in Brasile contro le misure
di austerità. In particolare i manifestanti sottolineando che il peso della
grave crisi economica non viene sostenuto equamente dai diversi strati
della società e fanno alcuni esempi.
I dipendenti pubblici nel ramo giudiziario stanno godendo di consistente aumento del salario, mentre i
politici a San Paolo, la più grande
città del Brasile, hanno visto crescere
i loro stipendi di oltre il 26 per cento. Da parte sua il congresso, che si
appresta a tagliare prestazioni pensionistiche in tutto il paese, consente
ora ai suoi membri di andare in pensione dopo soli due anni di mandato. Per fronteggiare la situazione il
presidente brasiliano, Michel Temer,
ha annunciato ieri un contenimento
della spesa pubblica.
Contro le minacce della Corea del Nord
Stati Uniti con Seoul e Tokyo
gruppo Lotte e l’annullamento di
viaggi di artisti sudcoreani in Cina).
Intanto, il segretario generale
dell’Onu, António Guterres, ha condannato il lancio di missili balistici
nordcoreani. «Tali azioni — ha detto
in una nota del suo portavoce — violano le risoluzioni del Consiglio di
sicurezza e minacciano seriamente la
pace e la stabilità regionale». Guter-
res ha poi ribadito «l’appello alla
leadership di Pyongyang ad astenersi da ulteriori provocazioni e ad agire in piena conformità ai suoi obblighi internazionali».
Anche la Russia è preoccupata
per i lanci missilistici nordcoreani
che possono portare a un aumento
delle tensioni nella regione e invita
tutte le parti a dar prova di modera-
zione. Lo ha detto il portavoce del
Cremlino, Dmitri Peskov. «Siamo
profondamente preoccupati», ha
detto. «Queste azioni portano a
un’ulteriore escalation delle tensioni
nella regione. In questa situazione,
Mosca chiede tradizionalmente a
tutte le parti di dar prova di moderazione. La Russia scambierà opinioni con tutte le parti interessate».
ISLAMABAD, 7. Il Pakistan ha riaperto ieri i principali punti di frontiera con l’Afghanistan, chiusi dopo un attentato terroristico di circa
un mese fa. Il provvedimento permetterà il ritorno a casa alle decine
di migliaia di pakistani e afghani
rimasti bloccati al confine. La misura è però temporanea e permetterà il transito solo fino a giovedì,
quando il valico sarà chiuso nuovamente e a tempo indeterminato.
Azam Shinwari, giornalista nel
territorio tribale della Khyber
Agency, ha confermato alle agenzie
di stampa internazionali che «il
movimento è ripreso presso il posto di frontiera di Torkham», dove
è autorizzato a passare a piedi, e
non in automobile, solo chi è in
possesso di un visto. Il traffico dei
veicoli commerciali non è invece
per il momento ripreso.
Da parte sua Raza Kakar, funzionario amministrativo di Quetta,
in Baluchistan, ha confermato che
anche «al posto di frontiera di
Chaman le attività di transito delle
persone, ma non delle merci, sono
riprese». Secondo l’ambasciatore
afghano a Islamabad, Omar
Aliyev a Teheran a colloquio con Rohani
Trenta morti al confine cinese
Al via tratto di ferrovia
tra Iran e Azerbaigian
Scontri armati
nel Myanmar
TEHERAN, 7. Dovrà collegare il
Nord Europa all’India e nel caso
di una realizzazione del progetto,
potrebbe rivoluzionare il trasposto
della merce nella regione dell’Eurasia. Si tratta del North-South
Transport Corridor (Nstc), ambizioso piano di cui è stato inaugurato il tratto irano-azero, contemporaneamente con la visita ieri a
Teheran del presidente dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev.
La ferrovia tra Iran e Azerbaigian è stata collegata e domenica
il primo treno è entrato nel territorio della Repubblica islamica
giungendo nella città di frontiera
di Astara, sulle rive occidentali del
Mar Caspio. Il progetto è stato al
centro del colloquio tra i presidenti di Iran e Azerbaigian, rispettivamente Hassan Rohani e Ilham
Aliyev, come ha spiegato quest’ultimo ai giornalisti, al termine del
colloquio. Aliyev ha anche annunciato una notizia importante: Baku
investirà nella costruzione del tratto di ferrovia che collegherà Astara alla metropoli iraniana di Rasht, nel nord del paese.
Una conferma al trend più che
positivo nelle relazioni economiche tra i due paesi, che hanno fatto registrare un incremento del 70
per cento durante l’ultimo anno.
Il piano Nstc prevede la partenza
della merce dal porto indiano di
Mumbay e l’arrivo via nave al porto iraniano di Bandar Abbas; da
questa città la merce arriverebbe
attraverso le strade e le ferrovie
iraniane fino a Baku in Azerbaigian per poi ripartire per San Pietroburgo e raggiungere persino i
paesi scandinavi. Ma è solo uno
dei tragitti di una rete che collegherebbe Medio oriente, Asia centrale, Caucaso ed Europa.
India, Oman, Iran, Azerbaigian,
Armenia, Kyrgyzstan, Kazakhstan,
Tadjikistan, Russia, Turchia, Bielorussia, Ucraina, Siria e Bulgaria
sono le nazioni che verrebbero
coinvolte nel transito della merce.
La visita del presidente azero a
Teheran è stata dunque un’importante conferma dell’amicizia tra i
due paesi. L’incontro tra Aliyev e
Rohani ha infatti permesso di sviluppare la cooperazione bilaterale.
D’altronde si tratta dell’ottavo incontro tra i due capi di stato negli
ultimi quattro anni. «Queste visite
mostrano che le relazioni tra i due
paesi stanno progredendo», ha
detto Aliyen. «I nostri rapporti sono stati costruiti su una storia antica, sulla cultura e sulla religione
comune e ci sosteniamo a vicenda
in tutte le organizzazioni internazionali», ha concluso il presidente
azero nella conferenza stampa
congiunta con Rohani.
Combattimenti
e raid
nello Yemen
Civili in fuga dai combattimenti al confine tra Myanmar e Cina (Reuters)
NAIPYIDAW, 7. Non si fermano le
violenze nel Myanmar. Almeno
trenta persone, in gran parte civili,
sono morte ieri negli scontri tra le
forze di sicurezza e i ribelli del
Myanmar Nationalities Democratic
Alliance Army (Mndaa)
I guerriglieri hanno attaccato la
città di Laukkai, nella regione di
Kokang, che fa parte dello stato di
Shan, nel nordest del Myanmar, al
confine con la Cina. Dal 2015, a
In concomitanza con il quarto anniversario della morte di Hugo Chávez
Vertice dell’Alba a Caracas
I lavori dell’Alleanza bolivariana per le Americhe (Reuters)
Zakhilwal, sono almeno 25.000 i
connazionali bloccati in territorio
pakistano da quando è stato deciso
il blocco dei transiti al confine.
La frontiera pakistano-afghana —
ricordano gli analisti politici — è
stata chiusa dopo l’attacco suicida
del 17 febbraio scorso contro un
tempio sufi, in cui vennero uccise
oltre 80 persone e altre 300 rimasero ferite. Secondo Islamabad, i responsabili del sanguinoso attentato
venivano dall’Afghanistan e vi si
sono rifugiati subito dopo.
Intanto, due membri delle forze
di sicurezza pakistane, fra cui un
capitano dell’esercito, sono morti
oggi in uno scontro a fuoco con un
commando di militanti nel distretto
di Swabi, nella provincia nordoccidentale di Khyber Pakhtunkhwa.
Lo ha reso noto l’ufficio stampa
dell’esercito (Ispr) a Rawalpindi.
L’episodio, ha precisato l’Ispr, è
avvenuto nell’area di Malikabad
mentre le forze di sicurezza svolgevano un’operazione antiterrorismo
basata su informazioni di intelligence. Il compound in cui i militanti si sono trincerati è stato circondato dai militari.
A seguito di una ripresa degli attacchi terroristici da parte dei gruppi estremisti pakistani, le autorità
militari hanno recentemente avviato una vasta operazione mirante a
snidare i militanti nascosti soprattutto nei centri urbani.
Nel vicino Afghanistan, invece, il
presidente, Ashraf Ghani, ha sostenuto che «la ragione per cui l’Afghanistan è stato costretto a firmare un patto di sicurezza con gli
Stati Uniti è legata all’attività bellica e agli orrori causati dai talebani». «Sono loro — ha detto parlando durante l’inaugurazione della
nuova sessione del parlamento a
Kabul — che hanno aperto la strada ai raid aerei sui villaggi, e sono
loro che cercano di isolare l’Afghanistan a livello internazionale».
CARACAS, 7. Il presidente del Venezuela, Nicolás Maduro, ha aperto
ieri a Caracas il vertice dell’Alba,
l’Alianza bolivariana para América
Latina y el Caribe. Summit che si
svolge in concomitanza con il quarto anniversario della morte di Hugo
Chávez. Nel suo discorso, Maduro
ha spiegato che compito dell’Alba
deve essere quello di creare un nuovo modello economico e creare una
solida base per il benessere delle
popolazioni di tutta la regione. Il
capo di stato cubano, Raúl Castro,
ha invece ribadito la necessità di
«costruire una visione, un progetto
e un modello economico produttivo
inclusivo e globale». Presenti al
vertice anche il presidente della Bolivia, Evo Morales, il nicaraguense
Daniel Ortega, e delegazioni provenienti da altri paesi latinoamericani
e dei caraibi.
causa dei ripetuti scontri armati,
migliaia di profughi hanno attraversato il confine con la Cina.
Pechino ha rimproverato al governo di Naypyidaw diverse violazioni dello spazio aereo da parte di
velivoli impegnati nella caccia ai ribelli del Mndaa. Questi ultimi
combattimenti, concordano gli analisti politici, rappresentano un duro
colpo al processo di pace del
Myanmar.
Sciopero
degli insegnanti
in Argentina
BUENOS AIRES, 7. Decine di migliaia di manifestanti sono scesi in
piazza il 6 marzo in appoggio ai
sindacati degli insegnanti, che
hanno indetto uno sciopero di due
giorni — in coincidenza con l’inizio delle lezioni — per chiedere
una trattativa salariale a livello nazionale. Si tratta della prima sfida
che dovrà affrontare il governo di
Mauricio Macri in un autunno che
si annuncia caldo. I manifestanti
hanno sfilato nella capitale con
cartelli contrari al governo. E a
Jujuy nell’estremo nordovest del
paese Macri, che ha inaugurato
una scuola rurale, si è detto dispiaciuto che «in tanti abbiano
scelto lo sciopero, che è una scelta
opportunista», perché «è una strada che è stata percorsa durante
decenni, senza alcun risultato».
SANA’A, 7. Non si ferma il conflitto
nello Yemen dove la popolazione
civile continua a subire la maggior
parte delle conseguenze per l’intensificarsi degli scontri e dei raid statunitensi contro i terroristi di Al
Qaeda nella penisola arabica (Aqpa). Almeno 22 ribelli huthi sono
stati uccisi nell’ovest del paese in
combattimenti e raid aerei della
coalizione guidata dall’Arabia Saudita a sostegno delle forze del presidente Abd Rabbo Mansour Hadi, riconosciuto dalla comunità internazionale. La battaglia si sta
svolgendo nei pressi della città di
Mokha, sulle coste del Mar Rosso,
ripresa lo scorso febbraio dalle forze lealiste ai ribelli huthi.
E, intanto, proseguono anche i
raid aerei statunitensi contro Al
Qaeda nella penisola arabica. Un
ex detenuto di Guantánamo è stato
ucciso in uno di questi raid la settimana scorsa. Lo ha confermato ieri
un portavoce del Pentagono, Jeff
Davis. «Possiamo confermare la
morte di un ex detenuto di Guantánamo Yasir Al Silmi», 37 anni,
noto anche come Mohammed
Tahar, detenuto nella prigione
americana sull’isola di Cuba dal
2002 al dicembre del 2009, quando
fu rimpatriato nello Yemen.
Secondo un responsabile provinciale locale nel corso degli attacchi
statunitensi nel centro del paese sarebbero rimasti uccisi anche due
bambini di 10 e 12 anni. Il raid si
sarebbe verificato domenica scorsa
nella regione di Yakla. Negli ultimi
giorni gli Stati Uniti hanno intensificato gli attacchi contro Al Qaeda
che ha rafforzato le sue posizioni
approfittando del caos provocato
dal conflitto tra lealisti e ribelli huthi che, secondo l’ultimo rapporto
delle Nazioni Unite, ha già causato
oltre 7500 vittime.
L’OSSERVATORE ROMANO
pagina 4
mercoledì 8 marzo 2017
Giovanni Papini in una foto giovanile
Destini incrociati
Davanti al crocifisso
Storie
di conversione
toriche, i suoi colori originari e la sua
intensa espressività, e silenziosamente è
tornata a parlare con la potenza dello
sguardo e la forza delle sue ferite sanguinanti.
Il volume si apre con un “avvertimento” di Aleksandr Solženicyn, che riassumeva la principale causa della rovinosa rivoluzione russa e dei suoi milioni di
morti con la lapidaria frase: «Gli uomini hanno dimenticato Dio, perciò tutto
questo è accaduto». Un’affermazione
che non può lasciare indifferenti. Ma
nonostante l’insegnamento della storia,
dopo un secolo l’uomo rischia di
ripetere errori e orrori del passato. Come sottolinea nella prefazione al libro
Vittorio Messori, «Gesù è tra gli
argomenti che mettono
a disagio in una conversazione civile», e
«ci si laurea in storia
senza aver neppure
sfiorato il problema
dell’esistenza dell’oscuro carpentiere ebreo
che ha spezzato la storia in due: prima di
Cristo, dopo Cristo».
Citata
l’impressionante preghiera recitata
da Paolo VI a Gerusalemme il 4 gennaio
1964 davanti al Santo
Sepolcro, l’autore ripercorre alcune testimonianze significative
e inaspettate, come nel
primo capitolo su un
tema a lungo dibattuto. Così, tra i più lucidi e motivati sostenitori del crocifisso nelle
L’antico crocifisso di San Pietro dalla copertina dell’ultimo libro di Angelo Comastri
aule di scuola, si succedi PIETRO ZANDER
el vangelo di Luca si legge
una inquietante domanda
rivolta da Gesù — «il Figlio dell’uomo, quando
verrà, troverà la fede sulla
terra?» (18, 8) — che di fatto attraversa
l’ultimo libro del cardinale Angelo Comastri Il Crocifisso è vivo (Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 2017, pagine
118, euro 12). La copertina mostra l’antico crocifisso della basilica di San Pietro,
di recente restaurato e restituito alla devozione dei fedeli nella Cappella del
Santissimo Sacramento. È una scultura
lignea che, dopo oltre sette secoli, ha ritrovato, sotto diverse stratificazioni pit-
N
dono innanzi tutto Natalia Ginzburg
(su «l’Unità» del 22 marzo 1988), poi
Marco Travaglio (nel «Fatto Quotidiano» del 5 novembre 2009) e, più di recente, Massimo Cacciari (su «la Repubblica» del 16 febbraio 2016): testimonianze appassionate e sorprendenti che
aiutano a comprendere l’importanza per
tutti di quell’immagine.
Altrettanto inattesa per molti è la vicenda interiore di Napoleone confinato
definitivamente a Sant’Elena. L’imperatore che aveva infiammato il mondo con
le sue conquiste e che aveva abolito in
Francia la festa della Madonna assunta
(il 15 agosto, giorno del suo compleanno), nella solitudine e nel raccoglimento
dell’esilio confessò che nella storia non
trovava un personaggio paragonabile a
Gesù né un messaggio all’altezza del
Vangelo.
Nei capitoli successivi il cardinale Comastri ricorda alcune storie di conversione tra Otto e Novecento. Così Ernest
Renan, filosofo e storico delle religioni,
che dopo aver cercato di demolire ogni
argomentazione sulla divinità di Gesù,
cadde in ginocchio nella cattedrale parigina di Notre-Dame al canto del Magnificat. O la vicenda interiore di Giosuè Carducci, che aveva scritto in versi
l’Inno a Satana per esaltare il libero
pensiero con spirito anticlericale e aprì
il suo cuore alla luce della fede di fronte
alla immagine del Cristo di Monteverde. Altri incontri con Gesù evocati nel
libro sono quelli di Adolphe Retté, ateo
e materialista militante, di Gilbert Keith
Chesterton e di André Frossard, giornalista e saggista francese cresciuto in una
famiglia di atei, il quale si convertì in
una chiesetta davanti al Santissimo Sacramento e raccontò la sua esperienza
nel celebre libro Dio esiste, io l’ho incontrato.
Ma forse la più bella storia di conversione è quella di Giovanni Papini. Un
percorso interiore, lungo e tormentato,
che lo stesso scrittore aveva difficoltà a
ripercorrere e che il cardinale Comastri
riassume con semplicità, sottolineando
che «è difficile raccontare la strada fatta
per andare incontro a Cristo, perché, in
verità, quella strada è la stessa che ha
fatto Cristo per venire incontro a noi».
Ateo e propugnatore dell’ateismo, Papini scrisse contro Dio, ma una volta riconosciuto Gesù, grazie anche all’amico
Domenico Giuliotti, scrisse parole bellissime. Tra i diversi brani di Papini, un
pensiero in particolare merita di essere
ricordato: «Quello che fu prima di Cristo è bello, ma è morto», mentre Gesù
«è vivo in noi. C’è ancora chi lo ama e
chi lo odia. C’è una passione per la passione di Cristo e una per la distruzione.
E l’accanirsi di tutti contro di lui dice
che egli non è ancora morto». Cristo è
dunque vivo, commenta Comastri, e
«questa è l’esperienza entusiasmante,
che si ritrova in ogni convertito».
Destini incrociati per l’attrice britannica
Julie Andrews, ora ottantunenne. Nel 2018
il celeberrimo musical My Fair Lady sarà
di nuovo rappresentato a Broadway: vi
mancava da venticinque anni. Tratto dal
capolavoro di George Bernard Shaw
Pigmalione, il musical esordì nel tempio
del teatro statunitense nel 1956, e a
recitare la parte della protagonista — la
fioraia quasi analfabeta Eliza Doolittle —
era stata Julie Andrews, affiancata da Rex
Harrison nei panni dell’indimenticabile
professor Higgins. Quella prima fu
seguita da altre 2717 perfomance
consecutive, fino al 1962: insomma My
Fair Lady è tuttora — come ricorda «The
New York Times» — il musical che vanta
il maggior numero di rappresentazioni
nella lunga storia di Broadway. Altri
revival sono stati realizzati nel 1976, nel
1981 e nel 1993. Tuttavia, osserva il
quotidiano statunitense, nell’immaginario
collettivo risulta essere più impressa la
figura cinematografica di Eliza Doolittle,
interpretata, nel 1964, da un’incantevole
Audrey Hepburn. E sempre nel 1964 fu
girato un altro capolavoro, il film Mary
Poppins, di cui a Londra si sta girando in
questi giorni il sequel, dopo tante false
partenze. Sarà Emily Blunt a recitare il
ruolo della protagonista che fu, manco a
dirlo, di Julie Andrews. (gabriele nicolò)
Il commissario Montalbano in tv
Drammi umani tra cannoli e arancini
di ED OARD O ZACCAGNINI
utt’intorno trionfa la
bellezza:
l’azzurro
luccica oltre le finestre, l’aria tiepida accarezza le tende, si
sdraia sulle piazze e le terrazze,
coccola le bianche lenzuola. Le
campagne dorate abbracciano il
barocco aggrappato ai declivi,
incorniciandolo magicamente. Il
paesaggio de Il commissario
Montalbano è un sensuale e riposante guardare, una remota e
smarrita armonia tra natura e lavoro dell’uomo. Ma in quella
pace di smeraldo marino e di
pietra color avorio, striscia e si
impenna l’altrettanto antica fallacità degli individui, quella nostra fragilità cronica che può
condurre al male, che può scatenare il dolore e può raggiungere
l’orrore. Come accade nell’episodio più recente della serie, Come
voleva la prassi, andato in onda
su Rai Uno il 6 marzo, che racconta la feroce e bestiale uccisione di una ragazza ucraina per
mano di gente facoltosa, per un
gioco sadico, per una gratuita
ostentazione di potere. Nel giardino incantato, insomma, germogliano erbacce più o meno
velenose, i mille mali di cui ci
ammaliamo quando scendiamo
ai piani bassi delle nostre capacità; quando le nostre potenzialità
attraversano il segno meno e si
dirigono verso l’abisso.
Per i vicoli e le masserie
dell’immaginaria Vigàta, tra le
morbide onde del suo litorale e
le stradine bianche pestate
dall’immortale Fiat Tipo del poliziotto creato dalla grande penna di Andrea Camilleri, si aggirano il vizio, la sopraffazione, la
meschinità e l’egoismo, oppure
T
buoni sentimenti degenerati, inquinati da altri negativi, abbandonati alla pazzia. Come si fa,
viene da chiedersi, godendosi
beati il meraviglioso paesaggio
di questa serie insieme popolare
e d’autore, a smarrirsi in tanta
sciocchezza? In questa sotterranea e continua domanda, forse,
in questo perpetuo scontro tra
splendore e degrado, tra grandezza e miseria, riposa il segreto
di Montalbano, familiare, misurato e affascinante commissario siciliano,
silenzioso e solitario osservato-
no, quasi esultando quando il
sapore deflagra, prima che una
telefonata lo strappi dal suo desiderio e lo conduca a quel destino che egli accetta impassibile, con dedizione e passione,
senza mai compiacimento, con
intelligente umanità. «Montalba-
Una scena dell’episodio «Come voleva la prassi»
re dei due giganti in combattimento, minuto e instancabile arbitro di questa infinita lotta.
Fosse per lui se ne starebbe di
continuo a contemplare la grazia
che ha di fronte, il grande dono
ricevuto. Vivrebbe col suo mare
sempre addosso, amandolo con
lunghe e lente bracciate solitarie,
ascoltandolo ammirato dalla sua
terrazza, di giorno e di notte, tenendoselo accanto anche seduto
al tavolino intimo di un piccolo
ristorantino all’aperto, dolcemente perduto in un pescato locale profumatissimo. Lo assaggia
ad occhi chiusi, Salvo Montalba-
no, sono», e subito inizia ad osservare i dettagli nascosti, a chiedersi e a chiedere, a scrutare
l’anima dei personaggi che interroga.
Le sue intuizioni e i suoi dubbi ci conquistano, mentre sorridiamo con lui davanti a certa
fauna da commedia che partecipa alla ricostruzione dell’evento
tragico. Ci sono colpevoli vittime e colpevoli carnefici, nelle vicende umane incontrate dal personaggio da sempre incarnato da
Luca Zingaretti. Per i primi egli
nutre una certa, silenziosa pietà,
ne comprende il percorso tragico
e il dolore. Non lo dice tanto a
parole, quanto con gli occhi che
posa ancora sul mare, oppure
sui colleghi Giuseppe Fazio
(Peppino Mazzotta) e Mimì Augello (Cesare Bocci), così diversi
tra loro, entrambi sempre pronti,
entrambi bravi poliziotti. I gialli
di Montalbano, diretti dall’inizio
ad oggi sempre da Alberto Sironi, catturano con la loro valida
scrittura mentre si fanno contenitori di drammi umani universali,
sapientemente
diluiti
nell’abbondante ironia, nello
sgretolarsi dei cannoli, nel croccante rosseggiare delle arancine,
nell’uso delicato del dialetto siciliano, nel penetrare del sole tra
le incannucciate e i pergolati. La
serie tv, prodotta dalla Palomar
di Carlo Degli Esposti e giunta
ormai a trenta episodi totali,
continua a comporre un’atmosfera inconfondibile da quasi
vent’anni, visto che il primo episodio, Il ladro di merendine, è del
1999.
Da così tanto tempo, giocando praticamente con la stessa
squadra, Il commissario Montalbano produce numeri pazzeschi
sia in Italia che oltre confine: è
la serie italiana più venduta
all’estero, vista, con ottimi risultati, in sessanta paesi tra Europa
e resto del mondo. E non può
essere soltanto per la bellezza indiscutibile del nostro panorama,
ma anche perché quello scenario
è popolato di qualcosa che riguarda tutti.
Presentata la Consulta femminile
del dicastero della cultura
Alla vigilia dell’8 marzo è stata
presentata la Consulta
femminile del Pontificio
consiglio della cultura in un
affollato incontro con i
giornalisti che si è svolto nella
Sala stampa della Santa Sede.
Sono intervenuti il cardinale
Gianfranco Ravasi, presidente
del dicastero, Consuelo
Corradi, coordinatrice della
consulta, e Shahrazad
Houshmand, teologa iraniana.
L’organismo, nato il 23 giugno
2015, è composto da trentasette
donne di diversa provenienza,
in gran parte presenti in Sala
stampa. Vi sono artiste,
diplomatiche, studiose,
imprenditrici, giornaliste,
attrici, laiche e religiose: tra
loro, Mariella Enoc, Giovanna
Boda, Nancy Brilli, Micol
Forti, Elena Giacchi, Emma
Madigan, Fiona May, Donna
Orsuto, Maria Rita Parsi,
Maria Giovanna Ruggieri,
Monica Maggioni, Mary
Melone, Chiara Palazzini,
Paola Pica, Lucetta Scaraffia.
La Consulta si riunisce tre
volte all’anno e offre proposte
per l’attività del dicastero.
Julie Andrews e Rex Harrison
in «My Fair Lady» (1956)
Vite in rosa
a Viterbo
Viterbo celebra la festa della donna sotto
il segno della patrona, santa Rosa. L’8
marzo nella sala Regia del Palazzo dei
Priori è in programma «Vies en Rose»
(Vite in rosa), appuntamento organizzato
dal Centro studi santa Rosa di Viterbo,
dall’amministrazione comunale e dal
santuario viterbese affidato alle suore
francescane alcantarine, con il contributo
di Soroptimist International. Ad aprire
l’incontro saranno Daniela Bizzarri,
consigliera comunale con delega alle pari
opportunità e Attilio Bartoli Angeli,
presidente del centro studi. Seguirà la
presentazione del libro di Maria Teresa
Brolis Storie di donne nel Medioevo
(Bologna, Il Mulino, 2016, pagine 170,
euro 18). Del libro parlerà Maria
Giuseppina Muzzarelli, dell’università di
Bologna. Sarà poi la volta delle «Storie di
donne viterbesi», nove racconti di donne
(antiche e moderne) che hanno legato il
loro nome alla città. Ippolita Checcoli
presenterà “la bella” Galiana, Francesca
Pizzaia la santità di Rosa, Antonio
Ciaralli la strega Margherita, Filippo
Sedda l’ebrea Matteuccia, Cinzia
Pasqualetti la fondatrice Giacinta
Marescotti, Luca Salvatelli la leggendaria
Pimpaccia, e cioè Olimpia Maidalchini,
Eleonora Rava, Maria Ciofi, Paola
Spolverini la crocerossina Alba Bonucci, e
infine Serenella Papalini l’imprenditrice
Nadia Benedetti, una delle vittime
dell’attentato di un anno fa a Dacca.
L’OSSERVATORE ROMANO
mercoledì 8 marzo 2017
pagina 5
Cent’anni dalla nascita di Pierre Emmanuel
La poesia parola comune
fra l’uomo e Dio
di ANNE-SOPHIE CONSTANT
oeta di spicco del XX secolo,
Pierre Emmanuel (1916-1984)
è un uomo non etichettabile,
dalla forte personalità, che
sembra essersi ingegnato a
confondere le piste e a tracciare il suo
cammino lontano dalle mode e dalle
consorterie. Per celebrare il centenario
della sua nascita, numerosi sono stati gli
omaggi e i congressi, le pubblicazioni e
le riedizioni, com’era giusto che fosse,
ma senza che gli organi ufficiali, né i
media nel loro insieme, ne siano stati
particolarmente colpiti.
Di fatto Pierre Emmanuel ha il dubbio privilegio di essere allo stesso tempo
conosciuto e riconosciuto — vincitore di
un premio per la poesia fin dal suo pri-
P
Il poeta non ha il compito
di abbellire il mondo ma di rivelarlo
La poesia è per lui
una delle vie più importanti
della nostra incarnazione
mo libro, del gran premio della poesia
dell’Académie Française, e lui stesso accademico all’età di 52 anni, dottore honoris causa di molte università e presidente di commissioni o di istituzioni
culturali prestigiose — ma anche stranamente ignorato. Come se le diverse attività di giornalista, di uomo della radio e
della televisione, ma anche di esponente
pubblico delle politiche culturali francesi per oltre quarant’anni, impediscano
di vedere chi era veramente; a meno che
non sia l’originalità dei suoi discorsi a
disorientare o che non si voglia ascoltare ciò che dice. Lo si ammira da lontano, ma, tutto sommato, dopo la gloria
dei suoi anni giovanili e del periodo
della Resistenza, lo si legge poco.
Non è certamente un bene, se si cerca
l’approvazione dei propri contemporanei, aver avuto troppo spesso ragione
troppo presto. I testi di Pierre Emmanuel sulle periferie, le donne, la scuola
o l’evolversi delle nostre società sono
ancora oggi di una attualità sconcertante. Ma non è meglio neanche anteporre
le proprie convinzioni a tutte le altre
considerazioni. Incapace di accettare
qualunque compromesso con ciò che riteneva essere la verità, appassionatamente innamorato della libertà, Pierre
Emmanuel non ha mai potuto fare completamente parte di un clan, di un partito politico, o anche di una Chiesa. Uomo di rottura e di contraddizione, si è
allora ritrovato molto spesso solo e bersaglio dei potenti del momento e delle
idee dominanti e ha capito quale poteva
essere il prezzo di non urlare con i lupi.
Così nel 1947, mentre troneggia con
Aragon ed Éluard nel pantheon dei
grandi poeti della Resistenza, dopo un
viaggio nei paesi dell’est, osa criticare il
sistema sovietico in cui ha riconosciuto,
scrive, «il regno abietto della paura». I
suoi amici comunisti rompono subito
con lui. Ma Pierre Emmanuel è recidivo
e nel 1951 Babel, un raccolta poetica magnifica, denuncerà lo stesso totalitarismo distruttore della persona umana,
con le due facce di Hitler e di Stalin.
Riesce allora nell’impresa di passare in
Francia per un agente della Cia e insieme di farsi negare, per comunismo, i
primi visti per gli Stati Uniti. In effetti
non è tenero neppure con il totalitarismo più insidioso dell’economia di mercato e della società dei consumi. Fino
alla sua morte, ha proseguito la sua lotta contro tutti i totalitarismi: ideologici,
commerciali o religiosi, di destra o di sinistra.
Lo s’inquadra quindi male politicamente, ma non è solo questione di politica. Pierre Emmanuel detesta lo spirito
di parte e la buona coscienza di quanti
si considerano definitivamente dal lato
giusto della storia. E non si tratta di relativismo. Lui non confonde il bene e il
male, la vittima e il carnefice, ma rifiuta
la classificazione definitiva tra buoni e
cattivi. I giusti, quelli che si levano dinanzi al tiranno, Elia dinanzi ad Acab,
Mosè dinanzi al faraone, quelli che resistono dinanzi ai nazisti, devono sapere
che, dentro di loro, nel profondo, sono
simili a quanti combattono, e che aver
resistito una volta alla vertigine del male non dà il brevetto eterno di resistenza. Bisogna ri-scegliere ogni volta la verità, la libertà e la giustizia, a volte addirittura contro se stessi o contro il proprio campo. Giustifica così le sue dimissioni dall’Académie Française nel 1975
dopo l’elezione di Félicien Marceau,
condannato
per
collaborazionismo:
«Lascio (l’Académie) con profonda tristezza» — scrive sul giornale «Le Monde» — ma «mi considererei infedele alla
parola umana e al ricordo di quanti, per
amor suo e della verità, sono morti
nell’Europa di Hitler, se accettassi questa elezione e questa maggioranza com’è
consuetudine».
Anche sul piano spirituale va spesso
controcorrente. È cristiano e si dice cristiano in un’epoca che proclama la morte di Dio e profetizza la fine delle religioni. Cattolico, ha però imparato a leg-
gere la Bibbia con i pastori protestanti e
i rabbini ebrei e frequenta le chiese ortodosse. Traccia così il suo cammino un
po’ a margine, appassionatamente legato alla figura di Cristo. Ma il suo Cristo
a volte assomiglia a Orfeo e le sue poesie mescolano a posizioni gnostiche miti
induisti e un erotismo nero che lasciano
molti cristiani perplessi.
Nel campo della poesia la sua voce è
altrettanto originale. Non sottostà a nessuna moda del tempo, non fa parte di
nessuna scuola e non si rifà ad alcuna
disciplina, anche se riconosce maestri
come Pierre Jean Jouve e anime sorelle
come Baudelaire a cui dedica un libro
nel 1967. È troppo tradizionale nella
scelta dei suoi temi e della sua versificazione per piacere ai moderni, ma è anche troppo libero per piacere ai classici.
Seduce e sconcerta e non è mai là dove
lo si aspetta.
Perché per lui la poesia non è mai
una questione di estetica. Quanto meno
quella che non usurpa il suo nome e
mira nientemeno che al bello, che non
ha nulla a che vedere con il grazioso o
l’affascinante, ma che è «quell’inizio del
terrore che si può appena sopportare»
come dice Rilke.
La poesia di Pierre Emmanuel è bella. Esigente, potente, inebriante quando
ci trascina nei chiaroscuri di Orfeo o
nella notte di Giacobbe o della lotta
con l’Angelo, è affascinante quando ci
pone di fronte all’emergere del vivente
nei poemi dell’Origine che aprono gran
parte dei suoi libri. Affilata come la la-
Guido Strazza e i decori cosmateschi delle basiliche romane
Andare, vedere, tempo
Guido Strazza, «Ricercare Nacar» (1972)
di SILVIA GUIDI
e per Kandinskij il
colore è il tasto, l’occhio è il martelletto,
l’anima è «un pianoforte con molte corde», per altri pittori astratti ha
più a che fare con lo spazio
che con la musica, è come uno
scandaglio capace di inoltrarsi
nel mistero della realtà visibile,
«una realtà non fatta da noi,
che si sta sempre formando e
trasformando e traduciamo in
segni, progetto di segni» come
scrive nel suo Dizionario, Lessico del pittore - pensieri minimi
Guido Strazza. All’artista toscano (Strazza è nato a Santa
Fiora, in provincia di Grosseto, nel 1922) la Galleria nazionale di arte moderna e contemporanea di Roma ha dedicato una mostra — aperta fino
al 26 marzo — che ripercorre
mezzo secolo di attività attraverso un allestimento che fa
dialogare tre di loro dipinti,
sculture, disegni e incisioni.
S
Particolarmente suggestivo è
l’omaggio indiretto a Piranesi
e ai maestri cosmateschi che
hanno decorato tante chiese di
Roma.
«Credo che pochi conoscano, trattandosi di opere mai
esposte — scrive Lorenza Trucchi nel catalogo della mostra —
dei d’après dei mosaici di Santa Maria Maggiore che Strazza
fece intorno al 1946 quando
era ancora studente di ingegneria». Una coincidenza non
priva d’interesse, ora che il pittore è tornato a riscoprire e a
rivivere Roma.
Colonne, obelischi, archi, in
equivalenze di segni ora netti e
violenti ora fluidi e leggeri, come se di tanta ricchezza di storia e di memorie, di tanta stratificata varietà di forme restassero solo pochi motivi grafici.
Non a caso questo ritorno a
Roma, continua Lorenza Trucchi, avviene in un momento di
intensa attività calcografica e
didattica — svolta sia alla Calcografia Nazionale sia alla Ac-
cademia di Belle Arti — che lo
porta a compiere un’approfondita indagine sui sistemi formali di Piranesi. Poco colore,
in questi primi «Segni di Roma» e invece una forte incidenza di luci e di ombre, tali
da fare delle colonne rotte — il
tema più provato, più insistito
— la drammatica allegoria di
un ordine spezzato.
Il colore torna invece quando il soggetto sono i mosaici
cosmateschi; e insieme al colore torna la curva, il cerchio, la
spirale: una geometria vivificata da mille innesti ornamentali.
L’autore rivive ed esprime in
queste opere il trascorrere del
tempo, ottenendo assonanze di
erosioni e incrostazioni dovute
all’assalto dei fattori atmosferici, di stratificazioni di restauri,
di mutilazioni e ferite che il
tempo ha impresso in questi
brani di muri, di pavimenti e
sono tutti elementi carichi di
senso. Migliaia di passi hanno
logorato lentamente ma inesorabilmente i tasselli dei mosaici
cosmateschi, ne hanno offuscato i colori, alterato il disegno.
Lo sguardo dell’artista annota
tutte le varietà di materia dei
mosaici, dove le pietre dure si
alternano al marmo, al porfido, ma anche a tessere di vetro
e d’oro, e ne dettaglia, ingrandisce, stravolge, esaspera l’ornata geometria.
«Se dovessi dire, come per
gioco, solo tre parole sul mio
lavoro — scrive Strazza parlando delle sue opere — direi senza esitazione andare, vedere,
tempo. Andare in giro per il
mondo mettendo gli occhi sui
segni come un navigante senza
rotta attento al minimo scoglio. Vedere segni prima di
cose e dei segni vedere il farsi
prima del fatto. Tempo, tempi
di spazio del vedere, del gestire, del segnare; percorsi degli
occhi e della mano che disegna».
Un amore per il non figurativo che ha radici lontane; la
vera esperienza artistica di
Strazza ha avuto inizio in Sudamerica dove visse dal 1948 al
1955, studiando architettura incaica. Riordinò, tra l’altro, una
mostra della collezione d’arte
tali, che si estende su tutte le
superfici. Non solo i pavimenti
e le pareti, ma le facce degli
amboni, i portici, le incorniciature delle porte, le colonne ne
sono invasi. Una sorta di prato
fiorito, un horror vacui che diviene esaltazione cromatica,
estro labirintico, scandito da
ben calcolate cesure marmoree.
Tutto è rimesso in questione,
non interpretato ma reinventa-
Guido Strazza, «Gran cosmate» (1982)
precolombiana di Larco Herrera a Lima. Qui al suo sguardo
si sono offerti «spazi immensi,
colori totalmente nuovi, tempo
non racchiuso nelle ore dell'orologio, eventi naturali sproporzionati al metro europeo»
(Giuseppe Appella).
Non stupisce che il pittore
— e incisore — grossetano sia
stato affascinato anche dalle
caratteristiche tecniche dei Cosmati, i marmorari operanti a
Roma tra l’inizio del secolo XII
e la fine del XIII. Il loro opus
tessellatum è un vero e proprio
sistema ornamentale non privo
di influenze bizantine e orien-
to. La luce è contrastata dalla
tenebra, attutita dagli spessori
del colore, assorbita da opacità
che danno il senso dell’umidità, del disfacimento ma anche
esaltata da piccole macchie,
graffi e schizzi di biacca. Le
prospettive sono multiple con
più punti di fuga. Spesso queste liberissime geometrie che
non conoscono brani inerti
vorticano, altre volte sono statiche, possenti e compresse.
Ennesima tessera di un mosaico che conferma Roma «città
dell’immaginazione,
eternamente viva, luogo di peregrinazioni fisiche e ideali».
ma di una spada quando smaschera i
nostri compromessi con il male, all’opera in noi e nel mondo, nei poemi della
Resistenza, in Babel o nel Libro di Caino di Le grand oeuvre, abbagliante
nell’esprimere la meraviglia dell’amore
nell’incontro costantemente ripreso di
Adamo ed Eva, ma crudele nel denunciarne i travestimenti e le impasse in Le
livre de l’homme e de la femme o in Sophia. Sa farsi contemplazione e lode nei
Cantos o nelle Chansons du dé à coudre,
quei piccoli poemi presenti fin dall’inizio della sua opera, che chiuderanno si-
È troppo tradizionale
nella scelta dei temi e della versificazione
per piacere ai moderni
Ma allo stesso tempo è troppo libero
per piacere ai classici
stematicamente tutti i grandi libri dopo
la rivelazione di Jacob nel 1970. Dal mutismo ottuso della materia dell’origine,
che risveglia lo spirito, al silenzio luminoso dell’incontro, è la storia comune
del mondo, degli uomini e di Dio a essere raccontata dal poema.
Da Élégies, il primo libro pubblicato
in Belgio il 9 maggio 1940, alla vigilia
dell’invasione del paese, che diverrà noto solo nel dopoguerra, a Le grand oeuvre, l’ultimo libro pubblicato nel 1984,
tre settimane prima della morte del poeta, questa opera magnifica persegue la
stessa ricerca. Quella di una parola che
sia un «Dice dell’uomo» e gli dia accesso al suo stesso essere. Per Pierre Emmanuel, il poeta non ha il compito di
abbellire il mondo, ma di rivelarlo. Per
lui non si tratta di fuggire, come Baudelaire, Any where out of the world, ma di
abitarlo veramente. E, lontano dalle tentazioni mallarmeane di una poesia ossessionata dall’azzurro inaccessibile, la
poesia è per lui una delle vie più importanti della nostra incarnazione.
Noi non siamo venuti al mondo: è
questa per il poeta l’esperienza principale. Nati troppo presto, abortiti e non
partoriti dalle nostre madri, vaghiamo
senza meta né terra in un universo spezzato dal peccato originale. Estranei al
mondo, lo siamo ancora di più a noi
stessi. Dentro di noi due principi contrari lottano continuamente: la carne pesante rifiuta lo spirito che risveglia, lo
spirito alato soffre sprofondando nella
carne che tuttavia gli dà forma. Il nostro essere di terra rifiuta il soffio creatore. Il nostro essere ribelle, Adamo che
fugge dall’Eden, ne ha paura. Non gridando verso Dio, respingendo «quel
pietoso grido che Adamo trattiene geloso del suo crimine» (Sodome), ci chiudiamo nel mutismo o, cosa ancor peggiore, per impedire come Caino al grido
di fuoriuscire dalla nostra bocca, ci
riempiamo di parole menzognere e futili, le «chiacchiere», quella furia di termini vuoti che agita continuamente Babele. Accettare il soffio, accettare di avere la propria vita da un Altro, unificare
in noi le nostre due nature contrarie, è
finalmente nascere e accedere alla parola. «Disostruisci da me quel ‘sì’ dal quale gridandolo nasco» scrive ancora il
poeta in Le grand oeuvre.
La poesia è la parola dell’uomo che
viene alla luce, la parola vera, nata dal
soffio finalmente accettato. La parola
comune all’uomo e a Dio, quella che
tesse la terra delle nostre storie personali e il soffio della Scrittura. La parola
comune a tutti gli uomini. «Non siamo
tutti chiamati a fare poesia — scrive in
La face humaine — ma lo siamo tutti a
essere poeti, inventori del senso, o suoi
procreatori». Dire il mondo, dire l’uomo nel mondo, dire insieme il mondo e
l’uomo a Dio, il co-creare così nel suo
splendore: sono queste per Pierre Emmanuel la sfida della poesia e la missione del poeta. «Quando dico Tu; Chi
parla? Tu; Quando Tu dici Io; Chi sono? Tu» (Tu, 1978).
L’OSSERVATORE ROMANO
pagina 6
mercoledì 8 marzo 2017
I vescovi del Bangladesh sui matrimoni precoci
Da bambina non si deve
essere moglie
I presuli delle Filippine e la legge che reintroduce la pena di morte
In favore della vita
MANILA, 7. Un ultimo appello ai
legislatori affinché si oppongano
alla reintroduzione della pena di
morte per reati legati alla droga,
prossima all’approvazione, è stato
lanciato dalla Conferenza episcopale delle Filippine. Il parlamento, infatti, intende ratificare in
queste ore il disegno di legge,
nella sua terza e finale lettura,
che prevede la reintroduzione
della pena di morte nell’arcipelago asiatico. Nell’appello, i rappresentanti della Chiesa hanno
esortato i parlamentari a esprimere il proprio parere in una votazione nominale. È stato in particolare monsignor Broderick S.
Pabillo, vescovo ausiliare di Manila, a criticare infatti la scelta
dell’assemblea legislativa di procedere con una votazione a voce
ma anonima. «La camera bassa —
ha dichiarato monsignor Pabillo
— ha scelto la morte e non la vita. Hanno anche avuto paura di
essere identificati. Si sono rifiuta-
ti di votare in maniera nominale».
Monsignor Ramon C. Argüelles, arcivescovo di Lipa, ha sottolineato quanto sia stato paradossale che la misura sia stata approvata, in uno dei suoi passaggi
parlamentari, proprio il mercoledì
delle ceneri, «il primo giorno di
un tempo di conversione dalle
malvagità. I legislatori — ha detto
— scelgono di andare contro la
parola di Dio. Scelgono la morte
in nome del popolo».
Rodolfo Diamante, segretario
esecutivo della commissione episcopale per l’assistenza pastorale
ai carcerati, ha affermato che il
passaggio del disegno di legge
nella seconda lettura era purtroppo in gran parte previsto. Ciononostante, si è augurato che le coscienze dei legislatori, soprattutto
dei cristiani, si ravvedano, magari
ispirati proprio dal periodo quaresimale, che «prepara alla vita e
non alla morte».
In precedenza, anche il cardinale Luis Antonio G. Tagle, arcivescovo di Manila, aveva esortato
i parlamentari a respingere la pena capitale. Il porporato ha voluto ricordare ancora una volta che
la vita umana è un dono di Dio,
in quanto ogni persona è creata a
sua immagine e che ogni essere
umano è salvato da Gesù Cristo.
«Al cospetto di Dio, la sorgente
della vita, noi siamo umili. Questo è il motivo — ha avvertito il
cardinale — per cui un’etica della
vita, una cultura della vita, non è
coerente con l’aborto, l’eutanasia,
il traffico di esseri umani, le mutilazioni, la violenza contro persone innocenti e vulnerabili», oltre che con la pena di morte.
Secondo padre Jerome Secillano, portavoce della Conferenza
episcopale, «la Chiesa non può
concordare sulla direzione presa
dal governo per affrontare alcuni
dei problemi più critici che affliggono il nostro paese». La Chiesa
— ha aggiunto — non fa politica,
essa in passato ha alzato la voce
«anche contro gli abusi commessi
durante l’amministrazione Aquino e da altri presidenti in passato. La Chiesa nelle Filippine non
ha nulla di personale contro il
presidente ma è semplicemente
critica su questioni relative ai diritti umani, alla giustizia, al rispetto della vita, allo stato di diritto, che ritiene punti di estrema
importanza. La Chiesa ha a cuore
le questioni che riguardano il benessere della gente e il bene comune della nazione».
Nella lettera pastorale della
Conferenza episcopale, dal titolo:
«Il Signore non gode della morte
del malvagio», diffusa e letta in
tutte le chiese del paese lo scorso
febbraio, i presuli hanno deplorato il «regno del terrore» che si è
di fatto instaurato a seguito delle
durissime operazioni repressive e
preventive contro il narcotraffico.
«Penso che la Chiesa e il governo
— ha detto a Fides James Anthony Perez, presidente dell’associazione cattolica “Filipinos for Life” — si confrontano sulla strada
più adatta a raggiungere il medesimo obiettivo, la giustizia e la
pace sociale. Tuttavia le autorità
civili intendono raggiungerlo con
modalità che per la Chiesa sono
inaccettabili».
Tra le questioni cruciali che dividono istituzioni e Chiesa vi sono, come detto, la cruenta campagna messa in piedi per contrastare lo spaccio di sostanze stupefacenti, che ha provocato una
lunga scia di esecuzioni extragiudiziali; il ripristino della pena di
morte; l’abbassamento a nove anni di età per l’imputabilità penale. «La Chiesa — ha spiegato ancora Perez — ricorda al popolo
che prosperità e giustizia si ottengono prima di tutto attraverso il
riconoscimento della sacralità della vita umana, non tramite la sua
negazione».
Uno studio sull’intolleranza religiosa
Le famiglie assistite anche dalla Mezzaluna rossa
Veleno
per l’integrità indonesiana
Continua la fuga
dei copti dal Sinai
JAKARTA, 7. «Se si lasciano proliferare
questi velenosi atteggiamenti, si finirà
col distruggere l’unità e l’integrità del
popolo indonesiano». È quanto afferma padre Paulus Rusbani Setyawan,
responsabile della Commissione per i
laici della diocesi di Bandung, capoluogo della provincia di Giava occidentale, commentando gli allarmanti
dati contenuti nell’ultimo rapporto
sulla libertà religiosa appena pubblicato dal Wahid Institute, centro studi
fondato a Jakarta nel 2004 e intitolato
all’ex presidente indonesiano Abdurrahman Wahid, noto leader musulmano. L’istituto, animato da ricercatori
musulmani, dal 2008 monitora la libertà religiosa nel paese.
Nel corso del 2016, riferisce il rapporto, si sono registrati 204 episodi e
313 atti di abuso sulle comunità religiose, soprattutto sulle minoranze,
con un incremento di circa il 7 per
cento rispetto all’anno precedente,
quando il numero di violazioni segnalate fu di 190 episodi e 249 atti di violenza. «E se si considerano gli episodi
già censiti nei primi mesi del 2017, in
percentuale le violazioni sono in aumento di un ulteriore 7 per cento»,
ha dichiarato Alamsyah M Jafar, uno
dei ricercatori del Wahid Institute.
Quanto alla distribuzione geografica delle violazioni, il maggior numero
di episodi (46) si è verificato nella
provincia di Giava occidentale, seguita da quella di Aceh, a Sumatra (36
episodi), e dall’area metropolitana di
Jakarta (23 episodi).
Il rapporto ha trovato una certa
eco ed evidenza anche sulla stampa
cristiana e nelle comunità cattoliche
locali. «Alcuni atteggiamenti intolleranti, che poi contagiano la società
con il virus dell’intolleranza e della
violenza — ha dichiarato padre Setyawan all’agenzia Fides — sono il risultato di insegnamenti offerti da alcuni
leader religiosi o politici che parlano
di presunta superiorità di una data
comunità su un’altra». Non solo, «è
un fatto molto triste e grave che persino educatori in alcune scuole pubbliche, intenzionalmente o no, alimentino atteggiamenti di intolleranza
e discriminazione nella società indonesiana». Al contrario, afferma, «il
vero volto dell’Indonesia è quello di
una pacifica convivenza, dell’inclusività e della tolleranza».
IL CAIRO, 7. Sono ormai 259 le
famiglie copte egiziane che hanno abbandonato la città di AlArish, capoluogo del governatorato del Sinai del nord, teatro
nell’ultimo periodo di un’ondata
di violenze perpetrate da jihadisti
affiliati allo stato islamico (Is)
che ha investito appunto — oltre
a polizia e forze di sicurezza — la
comunità cristiana locale. A riferirlo è il dipartimento per la solidarietà sociale del governatorato
nella penisola dei Sinai, secondo
cui le famiglie in fuga hanno trovato ospitalità in tredici diverse
province del paese. Le centinaia
di famiglie copte — ha riferito ad
AsiaNews Monier Abul-Khair, direttore del dipartimento — sono
state trasferite in luoghi sicuri al
Cairo, Ismailia, Port Said, Dakahlia, Assiut, Minya, Qaliubiya,
Sohag, Giza, Fayoum, Beni Suef,
Sharqiya e Gharbiya.
A provocare le ultime fughe
sono stati in particolare gli attacchi delle scorse settimane, che
hanno causato la morte di sette
persone e il rogo di alcune abitazioni. La brutale e improvvisa ondata di violenza ha seminato il
panico all’interno della comunità
copta che vive in città. Dopo alcuni giorni di incertezza, in molti
hanno deciso di abbandonare in
massa Al-Arish in cerca di riparo.
Dietro gli attacchi, come accennato, vi è la mano dei gruppi
terroristi della penisola del Sinai,
che hanno dichiarato alleanza
all’Is e annunciato una serie di
attacchi contro la minoranza cristiana. In un video diffuso in rete, un leader jihadista locale ha
lanciato un appello ai miliziani di
tutto il mondo per nuovi attacchi
contro il governo del Cairo, al fine di ottenere la liberazione di alcuni miliziani arrestati in passato.
Fra gli episodi di violenza dell’ultimo periodo, il più grave è l’attentato suicida dell’11 dicembre
scorso, contro una chiesa copta
ortodossa al Cairo, che ha causato ventinove vittime.
Il presidente egiziano ha presieduto una riunione con i responsabili della sicurezza e ha
chiesto alle autorità competenti
di fornire il massimo sostegno alle famiglie cristiane sfollate, garantendo tutti i bisogni primari.
Questa emergenza va a sommarsi
alle già precarie condizioni economiche di un paese che, a causa
della svalutazione della moneta e
del crollo del turismo, rischia di
sprofondare in una crisi gravissima.
Intanto, fortunatamente, si registra l’impegno volontario di
molti giovani che hanno deciso di
dedicare il loro tempo per assistere queste famiglie bisognose. A
loro si sono aggiunti anche i volontari locali della Mezzaluna
rossa. La Casa della Fatwa (Dar
al-Ifta al-Misryah), organismo
egiziano presieduto dal gran
mufti d’Egitto e incaricato di diffondere pronunciamenti orientativi e sciogliere dubbi e controversie riguardo all’applicazione dei
precetti coranici, ha diffuso un
comunicato per condannare la catena di omicidi, sottolineando
che la campagna orchestrata da
gruppi jihadisti contro i cristiani
autoctoni dell’Egitto punta esplicitamente a sabotare l'unità nazionale.
In un clima di crescente tensione si registra però un nuovo freno alla libertà religiosa: domenica
scorsa a Minya, nell’alto Egitto,
le forze di sicurezza hanno impedito ai copti del villaggio di Ezbet Nakhla di aprire la chiesa di
Mar Mina e celebrare la messa.
DACCA, 7. Netta contrarietà è
stata espressa da rappresentanti
della
Chiesa
cattolica
nei
confronti della legge appena approvata in Bangladesh che consente e nei fatti addirittura alimenta il fenomeno già molto diffuso delle spose bambine. Provvedimento che ha suscitato forti
proteste e condanne da parte
delle organizzazioni per i diritti
umani, cui si è associata immediatamente la commissione Giustizia e pace della Conferenza
episcopale. Per il suo presidente,
monsignor Gervas Rozario, vescovo di Rajshahi, il parlamento
gazze ancora in tenera età. Il fenomeno è trasversale in tutte le
comunità religiose, a eccezione
di quella cattolica che non sostiene i matrimoni precoci. «Noi
in quanto Chiesa cattolica — ha
dichiarato all’agenzia AsiaNews
monsignor Rozario — non ci atterremo alla nuova legge ma
continueremo a considerare i limiti dei 18 anni per le donne e
21 per gli uomini».
Secondo Ayesha Khanom,
presidente
dell’organizzazione
femminile Bangladesh Mahila
Parishad, la nuova legge «è una
vera vergogna e una sventura per
«ha fatto un serio sbaglio ad approvare il Child Marriage Restraint Bill».
Il riferimento del presule è alla contestata norma che consente
i matrimoni delle donne minori
in alcuni casi specifici, per esempio le «gravidanze accidentali o
illegali», in modo, così viene
detto, «da salvare l’onore della
ragazza». Al contrario il presule
si aspettava «che il governo abolisse del tutto i matrimoni minorili in Bangladesh. Ora invece,
con la clausola delle “circostanze
speciali”, il numero delle unioni
tra bambini aumenterà».
La norma generale stabilisce
che l’età legale per contrarre matrimonio è di 21 anni per i maschi e di 18 per le femmine. Ma
sono state appunto introdotte
delle “circostanze speciali”. Una
clausola, rilevano le organizzazioni per i diritti umani, che in
realtà legalizza a tutti gli effetti
le nozze celebrate per riparare
gravidanze frutto di violenza sessuale, molto diffuse nel paese.
Un’opinione condivisa dal vescovo di Rajshahi, per il quale «ora
molti tutori potranno organizzare matrimoni tra minori. E la polizia e gli attivisti non potranno
fare più nulla per impedirli».
Stando ai dati ufficiali, il Bangladesh è il paese asiatico con il
tasso più elevato di spose bambine. Il 52 per cento delle spose ha
meno di 18 anni e il 18 per cento
meno di 15 anni. Povertà e cultura tradizionale sono i principali
fattori che spingono le famiglie a
organizzare le nozze per le ra-
tutte noi». E Kazi Reazul Hoque, presidente della Commissione nazionale per i diritti umani,
ha dichiarato che «la legge non
aiuterà a frenare i matrimoni tra
bambini».
Lutti
nell’episcopato
Monsignor Rudolf Deng Majak,
vescovo di Wau, in Sud Sudan, è
morto in Germania, dove si trovava
per cure mediche. Il compianto
presule era nato il 1° novembre 1945
a Warap, nella diocesi di Rumbek,
ed era stato ordinato sacerdote il 20
novembre 1970. Eletto a Wau il 2
novembre 1995, aveva ricevuto l’ordinazione episcopale l’11 febbraio
1996.
Monsignor James Michael Moynihan, vescovo emerito di Syracuse, negli Stati Uniti d’America, è
morto nelle prime ore di lunedì 6
marzo. Nato a Rochester il 6 luglio
1932, aveva ricevuto l’ordinazione
sacerdotale il 15 dicembre 1957.
Quindi il 4 aprile 1995 era stato nominato vescovo di Syracuse e il successivo 29 maggio aveva ricevuto
l’ordinazione episcopale. Il 21 aprile
2009 aveva rinunciato al governo
pastorale della diocesi. Le esequie
saranno celebrate venerdì 10 marzo
in cattedrale.
L’OSSERVATORE ROMANO
mercoledì 8 marzo 2017
pagina 7
La seconda e la terza meditazione degli esercizi spirituali
Se proprio stando a tavola i «perfetti sconosciuti» del film campione
d’incassi del 2016 ci hanno rivelato
tragicamente «il nostro stato di salute» attraverso «il gioco allo scoperto
con i cellulari», rivelando «adulteri e
segreti», sempre a tavola «il mangiare insieme» è cristianamente un segno di unità e di salvezza. Questo
riferimento cinematografico — suggeritogli dal nipote con un messaggio
sul telefonino — ha caratterizzato la
terza meditazione degli esercizi spirituali svolta da padre Giulio Michelini martedì mattina, 7 marzo, e centrata appunto sul tema «Pane e corpo, vino e sangue» (Matteo, 26, 2035).
Di fronte al Papa e ai suoi collaboratori della Curia romana, il religioso ha invitato a capovolgere «la
realtà del non potersi fidare più di
nessuno e dei tradimenti», rilanciando invece «la bellezza dello stare insieme» espressa, appunto, anche
«dal mangiare insieme». Il film del
regista Paolo Genovese, ha spiegato,
racconta «la cena di tre coppie e un
single che mettono sul tavolo i propri cellulari accettando di rivelare il
contenuto di tutti i messaggini». Ed
«è significativo che tutto avvenga
proprio a tavola», ha commentato il
predicatore.
Un vero e proprio esame di coscienza, dunque, avviato già lunedì
pomeriggio, con la seconda meditazione. Michelini ha messo in guardia
dalla tentazione di «ridursi a essere
professionisti del sacro», scendendo
«a compromessi pur di salvaguardare la facciata, la struttura, l’istituzio-
Come perfetti sconosciuti
ne, a scapito dei diritti delle persone». Attenzione, perciò, a starsene
«nei palazzi, in nome di un astratto
o ideale senso del sacro», senza «accogliere i poveri».
Tra i suggerimenti per la sua riflessione di martedì mattina, il religioso ha anche raccomandando la rilettura dell’enciclica Laudato si’, «soprattutto nel punto in cui si condanna l’ineguale distribuzione di risorse
e ci viene ricordato come nel mondo
si spreca approssimativamente un
terzo degli alimenti che si producono, e il cibo che si butta via è come
se lo si rubasse dalla mensa del povero». E così la prima questione posta dal predicatore «ci tocca da vicino e riguarda il nostro rapporto con
il cibo». A questo proposito ha riproposto la settima delle Regole per
ordinarsi nel mangiare per l’avvenire di
sant’Ignazio di Loyola: «Bisogna
evitare che l’animo sia tutto intento
a quello che si mangia, e che uno
mangi in fretta spinto dall’appetito;
al contrario bisogna avere padronanza di sé, sia nel modo di mangiare
sia nella quantità».
Il predicatore ha suggerito di riflettere proprio sul «ruolo ecclesiale»
affidato a ciascuno, invitando a chiedersi «come sia possibile che noi cristiani, che dovremmo trovare l’unità
proprio attorno alla cena, riproduciamo allo stesso modo, con le nostre divisioni, le stesse dinamiche divisorie della comunità di Corinto»,
secondo quanto lamentava lo stesso
Una scena del film «Perfetti sconosciuti» (2016)
san Paolo, indicandone la fragilità.
Certo, ha riconosciuto, «molti sono i
passi intrapresi per trovare un’unità,
a esempio con i luterani, ma ancora
molto c’è da fare». Una terza riflessione è stata proposta dal religioso
riguardo al «perdono dei peccati»,
con il suggerimento di domandarsi
«se siamo veramente consapevoli
che Gesù, versando il suo sangue, ha
davvero, con la propria vita e non
solo a parole, detto e dato il perdono di Dio».
La meditazione di martedì mattina, dunque, ha preso le mosse dalla
«dimensione teologica, antropologica ed esistenziale del mangiare insieme», con la constatazione anche che
«Adamo era vegetariano e solo dopo
la caduta e il diluvio all’uomo viene
dato il permesso di nutrirsi degli
animali». Michelini è passato poi ad
«analizzare le parole di Gesù sul pane e sul calice», accennando «anche
al tradimento di Giuda e alla profezia dell’abbandono».
Nel pomeriggio di lunedì 6, «le
ultime parole di Gesù e l’inizio della
passione» (Matteo, 26, 1-19) hanno
fatto da filo conduttore della seconda meditazione. «Gli esegeti — ha
fatto presente il religioso — discutono su quando inizi il racconto della
passione di Gesù»: e proprio «nel
vangelo di Matteo c’è un segnale
chiaro: quando Gesù ha terminato i
suoi discorsi». Qui «non si intendono solo i cinque discorsi che attraversano l’intero primo vangelo — ha
precisato — ma si dice che, da qui in
avanti, Gesù porterà a compimento
l’opera in altro modo, progressivamente diminuendo le sue parole, fino a non dire più nulla, se non uno
scandaloso grido dalla croce, talmente imbarazzante che è stato
omesso dai vangeli di Luca e di Giovanni».
Il Signore, ha affermato il predicatore, «parlerà però in altro modo:
con alcuni gesti, come il dono del
suo corpo e del suo sangue; con i
fatti, attraverso, appunto, la passione; e con il silenzio più che con le
Prospettive e impegni della Chiesa in Cile dopo la visita «ad limina» dei vescovi
A fianco dei deboli
di RO CÍO LANCHO GARCÍA
In uno dei paesi con maggiore disuguaglianza economica, la Chiesa si impegna
al fianco dei più deboli per «recuperare
la capacità d’incontrarsi, di dialogare e di
progettare una società inclusiva», passando dal considerare le donne e gli uomini
«da “individui” a “persone”». Ne è convinto il vescovo Santiago Silva Retamales, presidente della Conferenza episcopale del Cile, che ha iniziato lunedì 20 febbraio la visita «ad limina». In questa intervista all’Osservatore Romano il presule, che è anche ordinario militare, si sofferma sull’attuale situazione della nazione
latinoamericana.
«Sant’Alberto Hurtado»
(murale nel museo a cielo aperto di San Miguel, Cile)
Come si è svolto l’incontro con Papa Francesco?
La nostra Conferenza episcopale ha già
compiuto varie visite «ad limina». Da
quest’ultima ci aspettavamo quello che
avveniva di solito: un incontro di carattere formale, con un saluto del presidente e
un discorso del Pontefice. Invece c’è stata
una modalità nuova, una conversazione
libera sui temi che, come pastori, ci è
sembrato opportuno presentare. Menziono qui alcuni aspetti positivi di questa
nuova modalità. In primo luogo, la totale
libertà nel presentare i temi, con un immediato orientamento da parte del Papa.
In secondo luogo, lo spirito fraterno
dell’incontro: il Pontefice ci ha invitati a
dialogare, come fratelli e come pastori,
sulle nostre diocesi e sull’attuale situazione del Cile. Ossia, quello che Francesco
chiede alla Chiesa riguardo alla comunio-
ne e alla sinodalità è stato messo in pratica in modo evidente nell’incontro. E in
questi giorni abbiamo messo in atto questo spirito contrassegnato dalla comunione, al quale ci ha invitato Francesco, anche nelle visite ai dicasteri della Curia romana. È evidente che la comunione e la
sinodalità sono il modo, auspicato dal
Pontefice, per “essere Chiesa” e “fare
Chiesa”. Dovrebbero diventare “metodologia ecclesiale” per tutte le conferenze
episcopali e per le nostre comunità.
Che bilancio si può fare della visita nella
prospettiva del lavoro che vi attende?
Questa è la terza visita «ad limina» alla quale ci prepariamo con un ritiro o un
pellegrinaggio. La prima volta, nel 2002,
abbiamo organizzato un ritiro di quattro
giorni ad Assisi. Nel 2008 ci siamo recati
in pellegrinaggio in Terra santa. Quest’anno siamo tornati nei luoghi francescani per tre giorni di preghiera e di
esperienza spirituale. Momenti del genere
ci permettono di acquisire uno spirito
speciale per la visita al Papa e ai suoi collaboratori. Alla luce della vita di Francesco d’Assisi, abbiamo rinnovato la consapevolezza di essere discepoli di Gesù, fratelli nella fede e pastori del suo popolo,
sempre servitori a partire dalla fraternità,
dall’umiltà e dalla radicalità di una vita
donata. In questo spirito, la visita non è
un rendiconto dei lavori realizzati, ma
una mutua condivisione spirituale e pastorale. Ciò ci consente di vivere meglio il
mandato del Signore, di testimoniarlo,
soprattutto nel tempo attuale, pieno di
sfide, in particolare nella società cilena,
dove tali sfide presentano alcuni tratti in
comune con quelle a cui deve far fronte
l’evangelizzazione in Europa. Proprio per
questo, il dialogo con i diversi dicasteri
apre prospettive, incoraggia e rafforza, dà
saggezza per portare avanti un’evangelizzazione più pertinente, che riesca a inserire il vangelo nelle culture che segnano il
Cile di oggi. Penso che dobbiamo vivere
la sequela del Signore mostrando che il
vangelo è cammino di umanizzazione,
poiché tutto ciò che è realmente umano
— desiderio di trascendenza, felicità, libertà — trova in Cristo la sua pienezza.
Quali sono le sfide che preoccupano la Chiesa in Cile?
Una delle sfide è legata ai casi di abusi
sessuali da parte del clero verificatisi nel
nostro paese, alcuni dei quali ampiamente
riportati dai media. Ne abbiamo parlato
con il Papa. Sono state situazioni assolutamente deplorevoli, che non avrebbero
mai dovuto accadere: purtroppo sono accadute e con dolore lo riconosciamo.
Stiamo affrontando questi casi con coraggio, convinti che solo la verità rende liberi. Il nostro processo attuale è di purificazione, di accompagnamento delle vittime
e di educazione pastorale. Abbiamo crea-
to una commissione che ci aiuta a formare i nostri agenti di pastorale che sono a
contatto con i bambini e i giovani. Un’altra sfida è di fare nostro e di annunciare
il vangelo, in modo tale che sia veramente “buona novella”, capace di cambiare la
vita, di trasformare la cultura, di trasformare menti, cuori e mani — pensiero, sentimenti e azioni — e di conseguenza il
modo di essere e di costruire la società. Il
vangelo ha una forza eccezionale nel favorire rapporti che portino a una società
impegnata con i più deboli, con un’immensa capacità di misericordia e di perdono. Sembra che il mondo stia diventando sempre più inospitale, anche a causa della logica imposta dalla cultura digitale e dalla robotica. Dobbiamo recuperare invece la capacità d’incontrarsi, di dialogare e di progettare una società inclusiva, dove sia protagonista la vita in tutte
le sue forme e non la morte, la verità e il
rispetto per l’altro e non l’individualismo.
Dobbiamo urgentemente passare da “individui” a “persone”.
Riguardo alla difesa della vita e della famiglia, come state lavorando?
In Cile è stata appena approvata la
proposta di depenalizzare l’aborto in tre
casi: pericolo di morte per la madre, malformazione del feto e stupro. Ci sembra
siano pretesti per legalizzare l’aborto in
qualsiasi circostanza. Tra le molte voci,
cerchiamo di far udire la nostra a favore
della vita e di conseguenza contro ciò che
porta all’aborto in tutte le sue forme. Lo
facciamo con la convinzione di promuovere ciò che realmente contribuisce allo
sviluppo delle persone e alla loro convivenza, perché la vocazione inalienabile
della persona — dal suo concepimento fino alla sua morte — è la vita, fondamento
di tutti i diritti e i doveri.
La Chiesa è già in cammino verso il sinodo
sui giovani e la gmg di Panamá. Come vi
state preparando?
Stiamo realizzando sinodi diocesani
con i giovani per preparare la giornata
mondiale della gioventù in Centro America. Uno degli orizzonti di evangelizzazione della Chiesa in Cile è la preoccupazione per i giovani. Dobbiamo presentare
loro un Gesù attraente per il suo messaggio di vita e di pace, per la sua radicale
dedizione al Padre allo scopo di rendere
nuova la società: un Gesù che sia la risposta alle preoccupazioni e agli aneliti
del mondo dei giovani. Per ognuno di loro Cristo ha una risposta personale. Ci
preoccupa preparare il sinodo nel modo
migliore, attingendo alle nostre ricchezze
e disponendoci a ricevere aiuto nelle nostre debolezze.
Francesco insiste sull’importanza di uscire
verso le periferie materiali ed esistenziali del
mondo. Quali sono le periferie del Cile?
Ci sono periferie con cui abbiamo a
che fare tutti i giorni e altre che si presentano inaspettate. Queste ultime sono
le tragedie che viviamo quasi sistematicamente: eruzioni vulcaniche, tsunami, terremoti e di recente anche un terribile incendio. Questi eventi naturali creano subito periferie umane segnate dalla morte,
dal dolore, dalla perdita di beni materiali,
di lavoro e di ambiente naturale, e spesso
dallo sradicamento. Di fronte a queste
periferie, viene fuori la parte più nobile
dell’“anima” del Cile: solidarietà, resilienza di fronte alla sofferenza, capacità di
condividere beni e di accogliere con sincerità il dolore dell’altro. Caritas Cile e le
organizzazioni caritative di ogni diocesi
sono le prime a rendersi presenti. Ci sono
poi altre periferie che sono costanti, come
la povertà. Il Cile è uno dei paesi con
maggiore disuguaglianza economica. E
questo ci addolora molto, perché le opportunità non sono le stesse per tutti.
Non possiamo nemmeno trascurare le periferie esistenziali, psicologiche e spirituali. Il significato trascendente dell’esistenza, la serenità psicologica e la pace spirituale sono beni sempre più rari. Le dinamiche sociali non favoriscono molto la
sviluppo di esistenze piene, personalità
mature e spiriti liberi e saggi. Anche
all’interno della comunità ecclesiale in Cile ci sono periferie: per esempio, quanti
soffrono per peccati di persone che appartengono alla Chiesa. Noi stessi generiamo periferie quando ci comportiamo
come pastori frettolosi e lontani, che non
dedicano il tempo e l’attenzione necessari
a chi li richiede. Le sfide sono grandi, ma
lo è altrettanto il desiderio di seguire il
Signore e di fare le cose per bene.
parole». Ma «a volte, come si legge
nelle storie chassidiche, le parole
non servono nemmeno» ha aggiunto, raccontando: «Una volta il Baalschem si fermò sulla soglia di una sinagoga e rifiutò di mettervi piede.
“Non posso entrarvi”, disse, “da una
parete all’altra e dal pavimento al
soffitto è così stipata di insegnamenti e di preghiere che dove ci sarebbe
ancora posto per me?”. E notando
come coloro che lo circondavano lo
guardassero stupefatti, aggiunse: “Le
parole che escono dalle labbra dei
maestri e di coloro che pregano, ma
non da un cuore rivolto al cielo, non
salgono in alto, ma riempiono la casa da una parete all’altra e dal pavimento al soffitto”».
«Il significato di un silenzio però
— ha osservato Michelini — non è
mai scontato e può implicare molte
cose, a esempio difficoltà nelle relazioni, rancore, riserve mentali».
Mentre «il silenzio di Gesù può essere definito in tre modi: è disarmante, è disarmato, è sereno». Inoltre, ha proseguito il predicatore,
«mentre Gesù prepara la sua Pasqua
avvengono due cose: altri, stravolgendo il senso di quella festa, si
preoccupano che “vada tutto bene”,
e quindi pur di non creare problemi
di ordine pubblico, decidono di far
fuori Gesù “non durante la festa”».
E «poi una donna anonima, nel racconto di Matteo, unge il capo di
Gesù: si tratta di un gesto di “spreco” che, come ha notato una monaca clarissa, descrive quello che la
fondatrice Chiara d’Assisi ha fatto
della sua vita, “spezzando duramente nell’angusta solitudine della sua
cella l’alabastro del suo corpo,
perché l’intero edificio della Chiesa
si riempisse degli aromi della sua
santità”».
Però, ha spiegato il francescano,
«quel gesto di spreco permette di
vedere in quel simbolo lo “spreco”
assoluto, quello del Signore Gesù,
che tutto si è offerto a noi senza tenere nulla per sé». E «questa donna
anonima di Betania è l’unica, diversamente dai discepoli presenti, a capire quello che sta accadendo a Gesù». Tanto che «il Signore la difende e rimprovera i suoi, facendo così
entrare i poveri nel banchetto: “I
poveri li avete sempre con voi”».
Proprio nella prospettiva di questa
meditazione, «pensando al silenzio
di Gesù», Michelini ha invitato a
chiedersi «in quale modo comunichiamo la nostra fede: se solo con le
parole o con la vita». Insomma, ha
detto, è opportuno verificare «se la
mia vita è evangelizzazione» e anche
«di che tipo sono i miei silenzi e, in
relazione all’ufficio ecclesiale che
svolgo, se sono colpevole di silenzi
che non ci sarebbero dovuti essere».
La meditazione sul passo di Matteo porta poi a porre a se stessi
un’altra questione: cioè «se noi, in
nome di un astratto o ideale senso
del sacro, soprattutto noi che dovremmo essere a servizio dell’uomo,
anziché entrare nella casa dove si
trova Gesù rimaniamo fermi nel palazzo, come quei capi dei sacerdoti e
anziani che, pur di far riuscire bene
una festa religiosa, mettono a morte
un innocente». Infine, ha concluso il
religioso, non ci si deve stancare di
domandarci «se accogliamo i poveri
o preferiamo le parti più congeniali
ai noi, ungendo i piedi a Gesù magari con la liturgia e la preghiera»,
ma tralasciando gli ultimi; senza comunque dimenticare la tentazione
opposta, ossia quella di dedicarsi ai
poveri dimenticando la preghiera.
Nomina episcopale negli Stati Uniti d’America
La nomina di oggi riguarda la Chiesa in
America.
Mark S. Rivituso
ausiliare di Saint Louis
Nato il 20 settembre 1961 a Saint Louis,
Missouri, nell’omonima arcidiocesi, dopo
aver frequentato la Saint Mary High
School a Saint Louis, ha conseguito gli
studi ecclesiastici presso il Cardinal Glennon College Seminary e il Kenrick Seminary a Saint Louis. Successivamente ha
ottenuto la licenza in diritto canonico
presso l’università Saint Paul a Ottawa,
Canada (1996). Ordinato sacerdote per il
clero di Saint Louis il 16 gennaio 1988, è
stato vicario parrocchiale di Saint Ambrose a Saint Louis (1988-1990) e di Immaculate Conception a Dardenne Prairie (19901993); insegnante presso la Saint Dominic
High School a O’Fallon (1990-1993); amministratore parrocchiale di Saint Margaret of Scotland a Saint Louis (1993-1994);
membro del tribunale metropolitano
(1993-1994 e 1996-2004); vicario parrocchiale di Saint Jerome a Bissell Hills
(1996-2004); in residenza alla Saint Gabriel the Archangel Parish a Saint Louis
(2004-2008); vicario giudiziale del tribunale di seconda istanza (2005-2011); parroco di Curé of Ars a Shrewsbury (20082013); vicario generale (dal 2011); in residenza all’Assumption Parish a Webster
Groves (dal 2013).

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