1-La superbia - Santa Maria Ausiliatrice

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I VIZI CAPITALI
Il processo di deformazione
dell'uomo
Cosa sono i vizi capitali?
I vizi capitali sono desideri non ordinati verso il Bene
sommo, cioè Dio, all'origine di tutti i peccati.
Il "vizio" è infatti una abitudine o propensione: quando si
trasforma in "atto" diventa peccato capitale.
Pur essendoci evidentemente all'origine una certa
propensione, prima del vizio vi è l'atto peccaminoso: è
la ripetizione a creare l'abitudine e quindi il vizio. Il vizio
infatti è un "habitus" dell'anima, come anche la virtù,
acquisita però attraverso la ripetizione di atti buoni (S.
Tommaso).
Un circolo … vizioso
ATTO
PECCAMINOSO
DESIDERIO,
PROPENSIONE
DESIDERIO,
PROPENSIONE
RIPETIZIONE
DELL'ATTO
Il termine "vizio"
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
Il latino traduce con "vitium" un vocabolo ebraico (hatat)
che significa "peccato", ma con una sfumatura.
Mentre "peccato" mette soprattutto in luce la libera
decisione del soggetto ("materia grave, piena avvertenza,
deliberato consenso"), "vizio" mette in rilievo l'impotenza del
soggetto di fronte alle sue azioni, delle quali, più che autore,
se ne sente schiavo. Chi ha un vizio si trova a fare quello
che non vorrebbe fare e si sente umiliato e mortificato per
quello che fa.
Il vizio è potenza negativa che impedisce all'io la libertà e
l'autenticità, imprigionandolo in un mondo di tenebra e di
male.
La descrizione paolina di "vizio"
Io sono carnale, venduto come schiavo del peccato. Non riesco a capire ciò
che faccio: infatti io faccio non quello che voglio, ma quello che detesto.
Ora, se faccio quello che non voglio, riconosco che la Legge è buona;
quindi non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io so infatti
che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene: in me c’è il desiderio del
bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che
voglio, ma il male che non voglio. Ora, se faccio quello che non voglio,
non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Dunque io trovo in
me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me.
Infatti nel mio intimo acconsento alla legge di Dio, ma nelle mie membra
vedo un’altra legge, che combatte contro la legge della mia ragione e mi
rende schiavo della legge del peccato, che è nelle mie membra. Me
infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte? Siano rese grazie a Dio
per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore! Io dunque, con la mia ragione,
servo la legge di Dio, con la mia carne invece la legge del peccato.
(Romani 7,14-25)
Cosa vuol dire "capitale"?
Questi vizi sono detti "capitali" non perché siano i più
gravi (alcuni di essi non superano la colpa veniale) ma
perché sono origine di molti peccati (da "capo": colui che
presiede e guida).
 San Tommaso d'Aquino afferma che colui che è
dominato da qualche vizio capitale è capace di
commettere qualunque peccato o delitto per soddisfare
la sua passione viziosa (Summa Th. I-II, q. 84).

Gli "elenchi" dei vizi
Marco 7,20-23: «Ciò che esce dall’uomo è quello che rende
impuro l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli
uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi,
adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia,
calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono
fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo».
Galati 5,19-21: «Sono ben note le opere della carne:
fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria, stregonerie,
inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie,
ubriachezze, orge e cose del genere».
La classificazione
"settenaria"
occidentale
L'elenco dei vizi capitali cui facciamo riferimento deriva da San Gregorio
Magno (+ 604):
 Superbia: il desiderio disordinato di essere superiori agli altri, fino al
disprezzo degli ordini e delle leggi.
 Avarizia: il desiderio disordinato dei beni temporali.
 Lussuria: la dedizione al piacere e al sesso.
 Invidia: la tristezza per il bene altrui, percepito come male proprio.
 Gola: l'abbandono ed esagerazione nei piaceri della tavola.
 Ira: il desiderio disordinato di vendicare un torto subito.
 Accidia: il lasciarsi andare al torpore dell'animo, fino a provare fastidio
per le cose spirituali, e in particolare l'abbandono della preghiera e
dell'amicizia verso Dio perché faticosa.
La classificazione orientale
Gli orientali (Evagrio Pontico, Massimo il Confessore) elencano otto
vizi e sostengono l'esistenza di un vizio comune, radice degli altri, la
philautía ("amor proprio").
 gastrimarghía ("gola")
 porneía ("lussuria")
 philargyría ("avarizia")
 lýpe ("tristezza")
 orghé ("ira")
 achedía ("pigrizia", "accidia")
 chenodoxía ("vanagloria")
 hyperephanía ("superbia").
Rispetto all'elenco occidentale si notano
subito varie differenze:
• i peccati o vizi sono disposti in ordine diverso;
• sono presenti la vanagloria e la tristezza,
assenti nella tradizione occidentale;
• la superbia e la vanagloria appaiono uno
sdoppiamento rispetto all'elenco occidentale;
• non è inclusa l'invidia, anche se essa è
certamente inclusa, secondo i diversi autori, a
volte nell'ira, altre nell'accidia.
La sintesi di S. Tommaso d'Aquino
 L'uomo desidera disordinatamente quattro specie di beni, e rifugge da
tre altri beni, perché a questi è congiunto il male.
1. Il primo bene desiderato è di ordine spirituale, ed è la propria
eccellenza, l'onore e la gloria, che, desiderati disordinatamente, causano la
superbia e la vana gloria.
2. Altro bene è quello del corpo, che è duplice: la conservazione
dell'individuo; il disordinato uso dei cibi e delle bevande è causa del vizio
della gola (secondo bene);
3. e la conservazione della specie; il disordinato uso della sessualità è
causa della lussuria (terzo bene).
4. Il quarto bene sono le ricchezze, l'attaccamento alle quali e l'uso non
secondo la retta ragione è causa dell'avarizia.
 Vi sono poi i tre beni da cui l'uomo rifugge disordinatamente:
1. il proprio bene spirituale, che si trascura a causa della fatica, e in ciò
consiste l'accidia;
2. il bene altrui, che si rifugge in quanto menoma la nostra eccellenza, da
cui l'invidia;
3. ancora il bene altrui, che si fugge e spinge alla vendetta; ciò causa l'ira.
Vizi e virtù
Catechismo della Chiesa cattolica 1866: "I vizi possono essere catalogati
in parallelo alle virtù alle quali si oppongono …".
Vizi e virtù costituiscono due sistemi in qualche modo speculari:
entrambi vengono compresi meglio se inquadrati nella tematica biblica
delle "due vie": "Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la
morte e il male. Oggi, perciò, io ti comando di amare il Signore, tuo Dio, di
camminare per le sue vie, di osservare i suoi comandi, le sue leggi e le sue
norme, perché tu viva e ti moltiplichi e il Signore, tuo Dio, ti benedica
nella terra in cui tu stai per entrare per prenderne possesso. Ma se il tuo
cuore si volge indietro e se tu non ascolti e ti lasci trascinare a prostrarti
davanti ad altri dèi e a servirli, oggi io vi dichiaro che certo perirete, che
non avrete vita lunga nel paese in cui state per entrare per prenderne
possesso, attraversando il Giordano. Prendo oggi a testimoni contro di voi
il cielo e la terra: io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione
e la maledizione. Scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua
discendenza, amando il Signore, tuo Dio, obbedendo alla sua voce e
tenendoti unito a lui, poiché è lui la tua vita e la tua longevità, per poter
così abitare nel paese che il Signore ha giurato di dare ai tuoi padri,
Abramo, Isacco e Giacobbe». (Deuteronomio 30,15-20)
Le virtù cardinali e le virtù teologali
Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica 377-385
Che cos'è la virtù? La virtù è una disposizione abituale e ferma a fare il bene. «Il
fine di una vita virtuosa consiste nel divenire simile a Dio» (san Gregorio di Nissa).
Vi sono virtù umane (o "cardinali") e virtù teologali. (1803, 1833)
Che cosa sono le virtù umane? Le virtù umane sono perfezioni abituali e stabili
dell'intelligenza e della volontà, che regolano i nostri atti, ordinano le nostre
passioni e indirizzano la nostra condotta in conformità alla ragione e alla fede.
Acquisite e rafforzate per mezzo di atti moralmente buoni e ripetuti, sono
purificate ed elevate dalla grazia divina. (1804, 1810-1811, 1834, 1839)
Quali sono le virtù umane principali? Sono le virtù denominate cardinali, che
raggruppano tutte le altre e che costituiscono i cardini della vita virtuosa. Esse
sono: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza. (1805, 1834)
Che cosa sono le virtù teologali? Sono le virtù che hanno come origine, motivo e
oggetto immediato Dio stesso. Infuse nell'uomo con la grazia santificante, esse
rendono capaci di vivere in relazione con la Trinità e fondano e animano l'agire
morale del cristiano, vivificando le virtù umane. Sono il pegno della presenza e
dell'azione dello Spirito Santo nelle facoltà dell'essere umano. (1812-1813, 18401841)
Quali sono le virtù teologali? Le virtù teologali sono la fede, la speranza e la
carità. (1813)
Conoscere per crescere
 Indagare il mondo complesso dei vizi aiuta a discernere il
proprio personale "campo di battaglia": "Se prima non
verranno dichiarate le varie forme delle malattie e non saranno
indicate le loro origini e le loro cause, non sarà possibile
suggerire ai malati la cura adatta con opportune medicine e, a
chi è sano, un sicuro tenore di vita per conservarsi in salute" (S.
Giovanni Cassiano, Institutiones coenobiticae 7,13)
 L'educazione alla carità resta la guida sicura ad un corretto
uso della libertà: "Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a
libertà. Che questa libertà non divenga però un pretesto per la
carne; mediante l’amore siate invece a servizio gli uni degli
altri". (Galati 5,13)
LA SUPERBIA
Il rapporto deformato
con l'origine
Cosa è la superbia?
Dal latino "super", che indica ciò che si trova "al di
sopra" e "bia" (dalla radice sanscrita bhu" = essere?). E'
il contrario di "pro"-"bo", chi si pone "di fronte", "a
favore".
 Il corrispondente greco è yperéphanía (composta con
la preposizione "yper", con lo stesso significato di super,
e il verbo "phaino", mostrarsi), utilizzato innanzi tutto per
esprimere il carattere eminente e insigne dell'animo
umano e della sapienza. In seguito acquista anche il
significato peggiorativo e riprovevole di arroganza e
alterigia.

• S. Tommaso: la superbia è il «desiderio disordinato di eccellenza», al di
là del legittimo desiderio di realizzare pienamente se stesso.
«Insuperbirsi è un andare al di là», è «oltrepassare la propria misura
nel desiderio di eccellenza».
• S. Isidoro di Siviglia: (+ 636) «Vuole sembrare di più di quello che è; chi
infatti vuole andare al di sopra della sua natura è superbo».
• S. Gregorio Magno: la superbia, "gonfiore" degli arroganti (tumor
arrogantium), è la "regina dei vizi": «I vizi che ci tentano e combattono
contro di noi la loro battaglia, militano al servizio della superbia che li
domina».
•S. Agostino: «Cosa poté essere l'inizio di una cattiva volontà, se non la
superbia? Infatti, principio della superbia è il peccato; ma che altro è la
superbia, se non l'ambizione di una perversa superiorità? E la perversa
superiorità è possibile, una volta abbandonato quel principio al quale
l'anima si deve unire, per diventare ed essere principio a se stessa. Ciò
accade quando ci si compiace smisuratamente di sé; e ciò accade
quando ci si allontana da quel bene immutabile che si dovrebbe
preferire a se stessi» .
La superbia è peccato
Genesi 2,16-17. 3,1-7: Il Signore Dio diede questo comando all’uomo: «Tu potrai
mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e
del male non devi mangiare, perché, nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente
dovrai morire». […] Il serpente era il più astuto di tutti gli animali selvatici che Dio
aveva fatto e disse alla donna: «È vero che Dio ha detto: “Non dovete mangiare di
alcun albero del giardino”?». Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del
giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al
giardino Dio ha detto: “Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti
morirete”». Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che il
giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio,
conoscendo il bene e il male». Allora la donna vide che l’albero era buono da
mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo
frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne
mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi.
Siracide 10,9.12: Perché mai si insuperbisce chi è terra e cenere? […] Principio
della superbia è allontanarsi dal Signore; il superbo distoglie il cuore dal suo
creatore.
La grande illusione diabolica che attrae Adamo e lo
conquista è quella di sostituirsi a Dio, come è
appunto suggerito dalla tentazione del serpente che
descrive la vera natura di quel peccato "originale",
radicale, principio e causa di ogni altro peccato. […]
Il capitolo terzo della Genesi e la sequenza narrativa
successiva (l'assassinio di Abele, il peccato dei
giganti, il diluvio, il delitto di Cam-Canaan, la torre
di Babele) hanno lo scopo di illustrare i risultati
deleteri di questa assunzione orgogliosa di
responsabilità da parte dell'uomo. [... è]
un'autonomia che si eleva sopra se stessa sfidando
Dio, rompendo il limite creaturale, violando ogni
confine morale ed è appunto la superbia. (CARD. G.
RAVASI, Le porte del peccato, pp. 64-65)
Una parabola evangelica "classica"
Disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima
presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini
salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il
fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio
perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e
neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e
pago le decime di tutto quello che possiedo”. Il pubblicano invece,
fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo,
ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua
giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si
umilia sarà esaltato». (Luca 18,9-14)
La superbia è vizio capitale
"La superbia, pur collocandosi all'ultimo posto
nell'ordine dei combattimenti, è al primo posto in rapporto
all'origine, ed è il principio di tutti i peccati e di tutte le
colpe". (S. Giovanni Cassiano, Le istituzioni cenobitiche,
295)
 La superbia è un vizio assai insidioso, perché non ha un
oggetto preciso, ma riguarda ogni possibile tipo di bene e
di virtù, presentati tuttavia non come un dono da chiedere
a Dio ma piuttosto per vivere indipendentemente da lui
(Isidoro di Siviglia, Sentenze).

Forme di superbia
Il primo genere di superbia si verifica quando uno considera
un niente il fratello, quando lo disprezza come se fosse un nulla
e ritiene se stesso superiore a lui. Costui, se non vigila subito
seriamente, piano piano giunge al secondo genere di superbia:
insuperbisce contro Dio stesso e ascrive i propri successi a se
stesso e non a Dio (Doroteo di Gaza – VI sec.)
 La superbia si manifesta in quattro modi: «Credere di
possedere questo bene da se stessi; credere di averlo ottenuto
per meriti propri pur sapendo di averlo ricevuto dall'alto;
vantarsi di avere ciò che non si ha; illudersi di possedere in
modo esclusivo ciò che si ha, disprezzando gli altri». (S.
Gregorio Magno)

• Parente stretto della superbia è il potere nella sua
forma più oscura di dominio, di padronanza, di
signoria nei confronti di chi si vuol tenere in propria
balia, alla mercè dei gusti e dei voleri personali. In
questo caso [...] non si incontrano solo i tiranni, ma
anche le più semplici e circoscritte sopraffazioni
quotidiane nella vita sociale, nel lavoro, nelle
istituzioni e nelle stesse famiglie (Ravasi, Le porte
del peccato, p. 61).
• Dalla superbia nasce la vanagloria ("kenodoxia", da
"kenos", vuoto): «Ci fa imbaldanzire per i nostri
successi umani» e «ci esalta per il desiderio di vane
lodi, dovute alle nostre vittorie spirituali e segrete»
(San Giovanni Cassiano) (cf. Qoelet 1,2: «Vanità delle
vanità, dice Qoèlet, vanità delle vanità: tutto è
vanità»).
La cura della superbia: l'umiltà
Siracide 3,18: «Quanto più sei grande, tanto più fatti
umile, e troverai grazia davanti al Signore».
Romani 12,3: Per la grazia che mi è stata data, io dico a
ciascuno di voi: non valutatevi più di quanto conviene, ma
valutatevi in modo saggio e giusto, ciascuno secondo la
misura di fede che Dio gli ha dato.
1 Pietro 5,5: Rivestitevi tutti di umiltà gli uni verso gli altri,
perché Dio resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili.
Alcuni esercizi pratici di umiltà
Praticare la terapia dei gesti semplici della cortesia: chiedere
"per favore", ringraziare …
 Cercare di capire a fondo la posizione dell'altro prima di
emettere giudizi.
 Imparare a riconoscere, apprezzare e usare bene le proprie
qualità e facoltà, riconoscendole come talenti donati da Dio.
 Impratichirsi nel discernimento delle proprie intenzioni, del proprio
agire, della direzione a cui è orientato il cuore.
 Verificare la capacità di accoglienza delle pubbliche umiliazioni:
chi è guarito dalla superbia non soffre se umiliato pubblicamente,
non ha rancore se incontra chi l'ha offeso, anzi lo ringrazia come
se fosse un medico e un benefattore.

Abbiate in voi gli stessi sentimenti di
Cristo Gesù: egli, pur essendo nella
condizione di Dio, non ritenne un
privilegio l’essere come Dio, ma svuotò
se stesso assumendo una condizione di
servo, diventando simile agli uomini.
Dall’aspetto riconosciuto come uomo,
umiliò se stesso facendosi obbediente
fino alla morte e a una morte di croce.
Per questo Dio lo esaltò e gli donò il
nome che è al di sopra di ogni nome,
perché nel nome di Gesù ogni ginocchio
si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto
terra, e ogni lingua proclami: «Gesù
Cristo è Signore!», a gloria di Dio
Padre. (Filippesi 2,5-10)
Appuntamento a
SABATO 7 DICEMBRE
L'avarizia

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