Diapositiva 1 - Figlie della Chiesa

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Spirito Santo,
che mi attraversi da parte a parte.
Tu, mia ispirazione,
mio fuoco interiore,
mio refrigerio e mio respiro.
Tu che sei dolce come una sorgente
e bruci come il fuoco,
o unione di tutti i contrari,
radunaci, fa l’unità in noi e attorno a noi
1 Corinzi 12,12-27
Come infatti il corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra
del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche il Cristo. Infatti
noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo,
Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito.
E infatti il corpo non è formato da un membro solo,ma da molte membra. Se
il piede dicesse: “poiché non sono mano, non appartengo al corpo, non per
questo non farebbe parte del corpo”. E se l’orecchio dicesse: “poiché non
sono occhio, non appartengo al corpo”, non per questo non farebbe parte
del corpo. Se tutto il corpo fosse occhio dove sarebbe l’udito? Se tutto fosse
udito dove sarebbe l’odorato? Ora, invece, Dio ha disposto le membra del
corpo in modo distinto come egli ha voluto. Se poi tutto fosse un membro
solo, dove sarebbe il corpo? Invece molte sono le membra, ma uno solo è il
corpo. Non può l’occhio dire alla mano: “non ho bisogno di te”; oppure la
testa ai piedi:”non ho bisogno di voi”. Anzi le membra del corpo che
sembrano le più deboli sono le più necessarie; e le parti del corpo che
riteniamo meno onorevoli le circondiamo di maggiore rispetto, mentre
quelle decenti non ne hanno bisogno. Ma Dio ha disposto il corpo
conferendo maggiore onore a ciò che non ne ha, perché nel corpo non vi sia
divisione, ma anzi le varie membra abbiano cura le une delle altre. Quindi se
un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è
onorato tutte le membra gioiscono con lui.
Valore della lettera
Essendo indirizzata a una chiesa locale molto concreta, offre un
quadro unico della vita di una comunità cristiana, nella città più
popolosa dell’intera Grecia
 Delle tredici lettere paoline e della sua tradizione, quelle inviate alla
comunità di Corinto sono le più vivaci e dibattute: in esse si alternano
questioni di vario genere e sentimenti contrastanti nelle relazioni tra
Paolo e i destinatari
 L’orizzonte ecclesiale è presente in tutte le lettere paoline ma questo
risulta particolarmente marcato in 1-2 Corinzi, al punto da rappresentare
un modello per le diverse maturazioni dei percorsi ecclesiali.
Visione d’insieme
La lettera si presenta nel seguente modo:
o dopo l’indirizzo e il rendimento di grazie (1Cor 1,1-9) Paolo parla diffusamente
delle divisioni a proposito dei predicatori (1,10 – 4,21)
o Avendo sentito parlare di cattive condotte e difficoltà ( incesto, processo di
fronte ai tribunali pagani, lassismo e facili costumi) affronta vari punti del
comportamento cristiano (5, 1-13; 6,1-11; 6,12-19)
o In seguito risponde a domande che gli sono state poste dai Corinzi :
matrimonio e celibato (7, 1-40) ; le carni immolate agli idoli (8,1 – 11,1; contegno
delle donne in assemblea e celebrazione dell’Eucaristia (11, 2- 16 e 11, 17- 34)
o I carismi e la comunità cristiana (12,1 – 14,40) che interessa la nostra
pericope
o Dubbi sulla resurrezione dei morti (15)
o Consegne a proposito della colletta, raccomandazioni e saluti (16)
Categoria centrale che percorre
la lettera di 1Cor 12-14
σωμα
Nessuna di queste
concezioni è prioritaria
dal punto di valoriale,
ma esse stanno insieme
Nel capitolo 11, 23 -25 : “ Vi ho trasmesso quello che io ho
ricevuto […] che Gesù Cristo in quella notte quando fu
tradito prese il pane e disse: Questo è il mio corpo …”.
Questo è il nucleo originario. Nel rapporto con i suoi Egli
si presenta come σωμα .
Questa categoria del σωμα è presentata attraverso tre
concezioni fondamentali nella 1 Corinzi:
• 1 Cor 11, 23 -25 : Corpo di Cristo eucaristico
• 1 Cor 15 : Corpo di Cristo Risorto
• 1 Cor 12 : Corpo di Cristo: la Chiesa e il credente. Anche
il corpo al “singolare” del credente è tempio dello Spirito
I due sacramenti fondamentali del cristianesimo sono
Battesimo e Eucarestia. Paolo in 1, 14 -17 demitizza il
Battesimo: “ Non sono stato mandato a battezzare, ma ad
evangelizzare”.
Il Battesimo non è il proprium del cristianesimo. Il
battesimo è diffuso nel mondo antico, a Qumran, nella
comunità di Giovanni Battista … è diffuso in tutte le religioni
ed è una sorta di purificazione.
Paolo quindi non vede nel battesimo il cuore dell’essere
cristiano, ma il proprium cristiano è l’Eucaristia, il fatto che
uno abbia scandalosamente detto prima di morire in croce:
“questo è il mio corpo” per ricodificare il Battesimo. In Rm
6,1-14 Paolo dice che il Battesimo è essere con-crocifissi, consepolti per con-risorgere insieme con Cristo. Il battesimo
non è solo purificazione ma unione e partecipazione alla
morte e resurrezione di Cristo.
Il novum cristiano, è l’Eucaristia.
Il cristiano diventa l’eucaristia che mangia,
diventa σωμα !
Alcuni elementi che presuppongono la
comprensione della nostra pericope




 v. 12,1: “Quanto ai doni dello Spirito (=πνευματικων) ”
introduce la risposta a un nuovo quesito che riguarda le
esperienze carismatiche
 v. 14,1 : Ritorna ancora il vocabolo pneumaticòn = doni dello
spirito. È un termine tecnico utilizzato nel mondo ellenistico
per indicare fenomeni prodigiosi ed estatici. Lo Spirito era
inteso come forza travolgente, donatore di forze straordinarie
e spettacolari.
Conseguenze:
Il carisma si consumava all’interno del singolo chiudendolo in se stesso e isolandolo
dagli altri. Costituiva una realizzazione eccezionale dell’individuo, addirittura una
sua divinizzazione, cioè una interpretazione individualistica dello Spirito e dei suoi
doni.
La realtà carismatica era dissociata da quella comunitaria della Chiesa
I carismatici straordinari erano una minoranza di privilegiati. Si determinò perciò
una discriminazione netta tra i pochi possessori e i molti che ne erano privi, si creò
una linea di demarcazione tra credenti di serie A e credenti di serie B
Paolo ricorrerà al paragone dell’organismo umano, sia per combattere il complesso
di superiorità dei carismatici sia il complesso di inferiorità degli altri
Il corpo di Cristo
Come infatti il corpo è uno solo e ha molte
membra, e tutte le membra del corpo, pur
essendo molte, sono un corpo solo, così anche
il Cristo. Infatti noi tutti siamo stati battezzati
mediante un solo Spirito in un solo corpo,
Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo
stati dissetati da un solo Spirito (12,12-13)
Antifona di tutta la pericope
12,12-27
L’Eucarestia che ci fa CORPO
non è un premio ma un
regalo
Unicità e molteplicità
L’affermazione : “ noi pur essendo molti, siamo un corpo solo” che
troviamo in 10,17 e in Rm 12,5 racchiude il concetto di unità nella
frase principale – siamo un corpo solo- come se fosse la frase più
naturale del mondo.
La molteplicità invece viene espressa nella subordinata: “pur
essendo molti” …. quasi a volerne implicitamente sottolineare
l’incertezza. Ciò che per Paolo era evidente, per noi è oscuro e
viceversa. Ciò che per Paolo era scontato per noi non lo è.
È
unicamente nostro compito superare il condizionamento
altamente individualistico.
Matteo 26,26:
“Ora mentre mangiavano,
Gesù prese un pane, recitò la
benedizione, lo spezzò e,
mentre lo dava ai discepoli,
disse: “ Prendete e mangiate,
questo è il mio corpo”
Nuova Alleanza
 Gesù “prese un pane”, non “prese il
pane”
Antica Alleanza
Mosè, per stipulare il patto tra il Signore
e il popolo, prese il libro dell'alleanza.
 Gesù prende un pane normale
Nella cena giudaica si usa il pane
azzimo
 Non uccide una vita, ma lui offre la
sua
 Nella pasqua si sgozzava un agnello.
Gesù non toglie il pane ai discepoli,
ma si offre lui come pane. E' il Dio che
non chiede, ma dona.
 Si sacrificava un animale in onore di
Dio, gli si donava qualcosa
Gesù non prende un animale, ma
prende un pane tondo, uguale per tutti
Quando si sacrificava un animale in
onore di Dio, poi le parti dell'animale
venivano divise gerarchicamente.
Una delle più antiche preghiere
eucaristiche, che è stata conservata
nella Didaché, dice:
“Come questo pane che è stato
spezzato erano chicchi di grano sparso
sui colli e raccolto è diventato una cosa
sola, così si raccolga la tua chiesa dai
confini della terra”.
La caratteristica a cui l'evangelista sta attento, come gli altri evangelisti, è
formare l'unità. Come il pane è formato da chicchi di grano che erano sparsi,
ma poi sono stati macinati, mescolati insieme, e sono diventati un'unica
cosa, così la comunità cristiana nell'Eucaristia tende a diventare una sola cosa
“Lo spezzò”.
Gesù offre se stesso ai discepoli
come pane perché mangiando Lui,
che si fa pane, essi si facciano a loro
volta, pane per gli altri.
“Prendete e mangiate”
Per l'evangelista non è sufficiente prendere
il pane, che è Gesù, ma è necessario anche
mangiarlo, assimilarlo, farlo proprio.
Offrendo se stesso come pane
Gesù non vincola i suoi a una
dottrina, a un testo, a una legge
a cui i discepoli devono aderire,
ma a un alimento di cui nutrirsi
Il pane che entra in ognuno di noi fiorisce in una forma nuova.
Questa è la potenza del messaggio di Gesù. Quindi non una
dottrina esterna a cui uniformarsi, ma una stessa potenza
d'amore.
L'antica alleanza prevedeva una legge, un
codice esterno all'uomo. La legge non
può conoscere la mia storia personale, le
mie sofferenze, i miei desideri, la mia
crescita … la legge è uguale per tutti.
La nuova alleanza è un
alimento interiore che
parte
dall'intimo
dell'uomo e che conosce
ciascuno
“Questo è il mio corpo”. Allora 'questo' è un
termine che in greco corrisponde al neutro e
non può essere grammaticalmente riferito al
pane che è maschile. Gesù dice :
“Prendete e mangiate, questo è il mio corpo”,
Ma 'questo' a che cosa si riferisce?
“Questo è il mio corpo”, non si riferisce soltanto al pane. E' importante
questo perché l'evangelista, attraverso questo gioco grammaticale, ci svela
il significato profondo e ricco di quella che è l'Eucaristia.
“Questo è il mio corpo” si riferisce secondo Matteo a tutto il processo di
spezzare il pane, distribuirlo, mangiarlo. Tutto questo fa il corpo di Gesù.
“Questo è il mio corpo” va al di là del pane … è la comunità
di quanti lo accolgono, che diventa il corpo visibile di Cristo.
Ecco perché Paolo, nella sua lettera, dice chiaramente: “Voi
siete il corpo di Cristo”.
Allora le parole “Questo
è il mio corpo”, cioè
“questo sono io”, non si
riferiscono soltanto al
pane, ma alla comunità
che questo pane lo
accoglie, lo spezza, e si
fa pane per gli altri.
Questo è il corpo di
Gesù: il corpo vivente, il
corpo palpitante nel
quale il Signore si
manifesta.
Paolo quindi ricorre al paragone
dell’organismo umano per spiegare
l’assurdità sia del complesso di
superiorità dei carismatici, sia il
complesso di inferiorità degli altri.
Gli atteggiamenti di superiorità o
inferiorità indicano che l’unico Spirito
dell’Amore che continuamente si dona
non è accolto e il sangue non circola o
circola male
Anticamente l’aspirazione a
conquistare la condizione divina e
diventare dèi era l’obiettivo di tutti
coloro che detenevano il potere e
volevano per questo “salire nei cieli”
per innalzarsi sugli altri uomini.
Raggiungere il Signore è stata anche
la massima aspirazione di ogni
persona religiosa: elevarsi,
spiritualizzarsi, per unirsi
misticamente con il Dio invisibile. I
potenti pensavano di avvicinarsi a
Dio e di essere al suo pari mediante
l’accumulo di poteri; le persone
religiose attraverso l’accumulo delle
pratiche religiose.
Ma Gesù propone qualcosa di differente e
incomprensibile per la mentalità
religiosa: non un uomo che sale verso
Dio per avere la sua stessa condizione
divina, ma un Padre che raggiunge gli
uomini attraverso il Figlio e essere
accolto da ciascuno per diventare UNO
con loro. Questa unione non li renderà
più spirituali, ma più umani. Più noi
siamo capaci di accogliere il Dio che si
dona diventando più umani,
misericordiosi, compassionevoli, più
l’unità diventa
visibile
“Gesù è anzitutto comunione, non è
venuto sulla terra per creare
una nuova religione, ma per suscitare
una comunione d’amore. Nella
comunità di Gesù non ci sono gli
undici più Giuda, ma i dodici
con Giuda per ricordarci che il male
non si può sistemare entro i confini
che separano gli individui, il male
sconfina nel cuore degli uomini, di
tutti gli uomini. Siamo segnati ogni
volta dal limite che siamo, siamo tutti
un tentativo di ricreare, una
trasformazione in atto e l’uomo deve
convincersi che il suo compito non è
quello di conquistare Dio, ma di
lasciarsi trovare.” (don Luigi Verdi)
E infatti il corpo non è formato da un membro solo,ma da molte
membra. Se il piede dicesse: “poiché non sono mano, non appartengo
al corpo, non per questo non farebbe parte del corpo”. E se l’orecchio
dicesse: “poiché non sono occhio, non appartengo al corpo”, non per
questo non farebbe parte del corpo. Se tutto il corpo fosse occhio
dove sarebbe l’udito? Se tutto fosse udito dove sarebbe l’odorato?
Ora, invece, Dio ha disposto le membra del corpo in modo distinto
come egli ha voluto. Se poi tutto fosse un membro solo, dove sarebbe
il corpo? Invece molte sono le membra, ma uno solo è il corpo.
Necessaria diversità
Sterile uniformità
Paolo non spiega perché il
“piede” e “l’orecchio” dovrebbero
sentirsi infelici perché diversi
dalla
mano e
dall’occhio.
Probabilmente venne influenzato
da una famosa parabola politica
(tramandata sia da fonti greche
che latine) in cui lo stomaco era
invidiato da tutti gli altri membri,
i quali erano costretti a lavorare,
mentre lui non doveva far nulla se
non godere dei beni che essi gli
procuravano
(Livio, storia di Roma 2,32,9)
Il corpo esclude
l’uniformità , è
nella sua alterità
irripetibile che
ogni membro
appartiene al
Corpo di Cristo.
Nell’azione
creatrice, la forza
di Dio e la varietà è
così ampia che non
può tradursi in una
sola persona, in
una sola cultura, in
una sola lingua, in
una sola
espressione.
Noi mangiamo tutti lo
stesso cibo, ma
diventiamo tutti
diversi, nella
fisionomia, nella
sensibilità, nel modo
di agire. Così
accogliere la diversità
non significa diventare
tutti uguali, significa
anzi crescere nella
propria diversità, in
virtù del rapporto
vissuto e del dono
ricevuto.
L'identità
Fin da quando ero bambino non volevo essere me stesso. Volevo
essere come Marco Cancelli, e a Marco Cancelli io non piacevo
neanche. Camminavo come camminava lui; parlavo come parlava
lui; e mi iscrissi alla scuola superiore a cui si era iscritto lui. Ma poi
Marco Cancelli cambiò. Cominciò a bazzicare attorno a Gianni
Ferrari; camminava come Gianni Ferrari; parlava come Gianni
Ferrari. Mi confondeva! Io cominciai a camminare e a parlare come
Marco Cancelli, che camminava e parlava come Gianni Ferrari.
E poi mi balenò alla mente che Gianni Ferrari camminava e parlava
come Carlo Alvoni. Ma Carlo Alvoni camminava e parlava come
Alberto Sabina. Ed eccomi qui a camminare e parlare come
l'imitazione che Marco Cancelli fa della versione che Gianni Ferrari
fa di Carlo Alvoni, il quale cerca di camminare e parlare come
Alberto Sabina. E chi pensate che Alberto Sabina imiti nel
camminare e nel parlare? Fra tanta gente, proprio Dado Cellini,
quel rompiscatole che cammina e parla come me.
Quando moriremo e andremo in cielo, e incontreremo il
nostro Creatore, il Creatore non ci chiederà: perché non sei
diventato un messia? Perché non hai scoperto il rimedio per
questo e quello? L'unica cosa che ci chiederà, in quel
momento decisivo, sarà: perché non sei diventato te?
(Buber)
Far emergere l’io profondo è il lavoro
più faticoso, ma è il vero scopo della
vita è ciò che contribuisce in modo
tangibile a fare “corpo” insieme. Lo
scopo non è imitare o volere essere
qualcun’altro ma collaborare con
Cristo a far emergere l’io vero e
originale. I passaggi di questo
processo sono diversi per ciascuno,
ma quello che conta è darci la
possibilità di emergere a poco a poco
dalle “barriere” dietro cui l’io si
nasconde, è avere la forza di non
diventare come gli altri ci vorrebbero,
è avere la libertà di non imporci alla
loro attenzione.
L’emergere dell’io
profondo non si colloca
sotto il segno della forza e
del potere … Non consiste
in un’indipendenza che
permette di fare tutto
quello che si vuole, ma è
la libertà di essere
vulnerabili, è la libertà di
prendere il proprio posto
nella comunità per vivere
la comunione e la
compassione , per
comunicare fiducia e
libertà agli altri. Le nostre
diversità sono a servizio
di una Verità e un Amore
che superano le nostre
singole persone
Dall’essere sante
all’essere
compassionevoli
Non le une più le altre ma le une con le
altre. La diversità è concepita
istintivamente come separazione; ce lo
racconta la storia e la nostra stessa
esperienza, ma Gesù “ spezzando” il suo
corpo ci ha dato un nuovo
orientamento. Se nell’ AT l’uomo era
assorbito da Dio offrendo sacrifici per
conquistare la sua benevolenza e
separandolo dagli altri, nel NT Gesù non
assorbe l’uomo ma chiede di essere
accolto, unirsi a noi e potenziarci nella
capacità d’amare per andare verso gli
altri.
Gesù non dice mai nel Vangelo di essere santi, perché non
tutti possono accedere alla santità, ma dice: “siate
misericordiosi, come io sono misericordioso”. Qual è la
misericordia di Dio? È quella di una amore dal quale
nessuno può sentirsi escluso. Questa novità non è stata
accolta bene dai discepoli perché abituati da tutta la loro
tradizione ad essere un popolo eletto, un popolo
superiore, a guardare con disprezzo non solo quelli
all’esterno della loro società (i pagani infatti per loro
erano persone che non meritavano nulla) ma anche quelli
all’interno della loro società, quelli che per le loro colpe o
la loro condotta erano discriminati, questa novità non
venne facilmente accettata. Ci vorranno decenni dopo la
morte di Gesù prima che affiorasse nella chiesa primitiva,
questa verità formulata poi da Pietro negli Atti, dopo un
lungo travaglio: “Dio mi ha mostrato che nessuna persona
può essere considerata impura”.
Non è una legge esterna alla
persona quella che guida nella
vita, ma è la Vita che è luce ai
nostri passi.
Giovanni scrive: “ la vita è la
luce dell’uomo” ( Gv 1,4)
La vita di ciascuno è differente ma
l’aspirazione alla pienezza di vita è la
medesima. Se ciascuno si sintonizza
con questo desiderio di pienezza
interiore è possibile comprendere
anche qual è il cammino che
ciascuno dovrà fare in modo diverso,
ma collegato l’uno all’altro, proprio
come in un corpo! Differenziazione e
integrazione sono realtà dinamiche
mai
raggiunte
e
sempre
raggiungibili.
“ Il peccato classico di molte religioni
è far coincidere la santità con la
separazione. Il nome farisei in ebraico
vuol dire separati. Il separare
nettamente il bene dal male. Queste
rigidità sono presenti ogni volta che si
ha paura della diversità, mentre
l’unica vera preoccupazione dovrebbe
essere, non quella di separare, ma di
aprirsi a Dio. [.…]. Siamo diversi in
temperamento e mentalità, non ci
sono né perfetti, né eroi, né puri. Il
nostro provenire da esperienze
diverse, non ci deve impedire di
partecipare ad una comunione
superiore” (Don Luigi Verdi , La
realtà sa di pane, 124-125)
Non può l’occhio dire alla mano: “non ho bisogno di
te”; oppure la testa ai piedi: “non ho bisogno di voi”.
Anzi le membra del corpo che sembrano le più deboli
sono le più necessarie; e le parti del corpo che
riteniamo meno onorevoli le circondiamo di maggiore
rispetto, mentre quelle decenti non ne hanno bisogno.
Ma Dio ha disposto il corpo conferendo maggiore
onore a ciò che non ne ha, perché nel corpo non vi sia
divisione, ma anzi le varie membra abbiano cura le une
delle altre. Quindi se un membro soffre, tutte le
membra soffrono insieme; e se un membro è onorato
tutte le membra gioiscono con lui.
Il paragone del corpo non ha esaurito
ancora tutte le sue possibilità
espressive. La diversità delle membra
non si riduce a pura e semplice
coesistenza delle une accanto alle
altre, come parti in se stesse
autosufficienti e autonome, al
contrario le unisce un reciproco
bisogno.
Che cos’è indispensabile?
Non si possono umiliare le persone e allo stesso tempo pretendere di
amarle. I prescelti vengono facilmente considerati superiori. L’occhio
dirige la mano e la testa viene sostenuta dai piedi. Tuttavia l’occhio
sminuisce l’importanza della mano e la testa proclama l’inutilità dei
piedi. Paolo vuole trasmettere il fatto che “le parti del corpo che
sembrano più deboli sono indispensabili” (cf. 11,22).
Il principio di compensazione
Fornisce poi Paolo un ulteriore argomento
facilmente comprensibile da chiunque. In
greco il gioco di parole sarebbe assai brillante
ma purtroppo non è traducibile. Paolo fa
riferimento agli organi sessuali i quali, da un
certo punto di vista, vengono considerati
come qualcosa di vergognoso, da non
mostrare in pubblico, eppure allo stesso
tempo viene dedicata loro molta attenzione e
cura. In altre parole le apparenze ingannano!
Le parti più deboli, quelle che vengono
nascoste, sono necessarie al corpo e devono
essere circondate di maggior rispetto, perché
tutte le parti, ciascuna con la propria identità,
sono legate tra loro, si appartengono
reciprocamente
in
un
contesto
di
responsabilità e di reciproco impegno.
Si ritorna quindi al concetto
fondamentale dell’unità per ricordare
il nostro intimo coinvolgimento con
gli altri. La legge fondamentale della
compensazione è la mutua
sollecitudine. È esclusa la divisione
perché come ogni membro è a
servizio di tutto il corpo, così il corpo
condivide in bene e in male il destino
di ciascuna parte. Sembra che qui
valga il proverbio: “Tutti per uno uno
per tutti”
Il Signore compie un lavoro da servo
perché i servi si sentano signori.
Nella sua comunità non ci sono
gerarchie, ranghi, ma tutti sono
ugualmente signori, per farsi servi
gli uni degli altri, perché solo chi è
signore, cioè libero può veramente
farsi servo dell’altro. Lavando i piedi,
Gesù non si abbassa, ma innalza gli
altri. Ci dice che Dio è a servizio
degli uomini e che per fare corpo tra
noi il vero nostro compito è
accogliere Dio per andare con Lui e
come lui verso gli altri.
Simone non accetta il gesto di Gesù,
il maestro che lava i piedi al
discepolo.
Protesta perché è l’unico che ha
capito quali sono le conseguenze di
quel gesto. Se Gesù maestro lava i
piedi, nessuno del gruppo potrà
considerarsi
superiore
all’altro.
Questo è inaccettabile: “Non mi
laverai mai i piedi”. Non è un segno
di umiltà la reazione di Pietro. Non
accetta il suo gesto perché non è
disposto a comportarsi come lui.
Difende il rango di Gesù perché in
realtà vuole difendere il proprio. La
reazione del Signore è secca: “Se non
ti laverò non avrai parte con me”.
Simone
poi
aggira
l’ostacolo
intendendo il gesto di Gesù come
rito di purificazione e dice: “Signore,
non solo i piedi, ma anche le mani e
il capo!”
Con Gesù Dio non guarda i meriti delle
persone (chi osserva la legge merita di
essere amato), ma è un Dio guarda i bisogni
delle persone. I meriti non tutti li possono
avere, i bisogni tutti quanti li hanno. Gesù è
un Dio che non si concede come un premio,
ma come un regalo perché mentre il premio
dipende dal comportamento di chi lo riceve,
il regalo dipende dalla generosità del
donatore. Pietro resiste a Gesù perché la
difficoltà sta nel farsi raggiungere
dall’amore, farsi toccare in profondità da
quel gesto.
Siamo abituati al fatto che il debole ha bisogno del più forte. È evidente. Ma
l’unità profonda si realizza quando il forte scopre di avere bisogno del più debole.
Il debole risveglia e rivela il cuore; risveglia energie che si chiamano tenerezza e
compassione, bontà e comunione. Risveglia la sorgente profonda dell’essere.
È preziosa la presenza debole perché rivela la mia vulnerabilità e a poco a poco ci
si permette di essere noi stessi. Il cammino è lungo e non facile …. ma porta a una
trasformazione, se rimaniamo in comunione.
Questa è una realtà che ci rende corpo solo quando viene scoperta nella sua
sconcertante liberazione.
All’emergere dell’io profondo corrisponde
allora la crescita umana verso un’identità più
profonda e verso una più grande apertura. Non
si tratta di qualcosa di grande e di forte. Questa
crescita non è nemmeno troppo visibile. Non è
accompagnata da onori o da premi. È qualcosa
di interiore, che appartiene all’ordine
dell’amore. Appartiene all’ordine della fiducia e
della comunione, che sono dono di sé all’altro e
accoglienza dell’altro. Questa crescita nella
comunione si realizza soprattutto nei piccoli e
negli umili. (Alla fine della loro vita, anche i
grandi diventeranno piccoli e deboli ).
In questo gesto ciascuno scopre
la propria debolezza e grandezza,
la propria unicità e diversità.
È il segno che ci unisce
profondamente se giorno dopo
giorno ci lasciamo raggiungere
nella nostra fragilità.
“La forza infatti si
manifesta pienamente nella
debolezza”
(2Cor 12,9)
“Lo specchio del comportamento etico
non è la propria coscienza, ma il volto di
coloro che vivono con me.”
(Fra’ Alberto Maggi)
“ Ognuno ha in sé il suo
essere
nobile e ignobile, la sua
parte forte e debole, matura
e immatura e la sua
aspirazione
a crescere.
Fare Corpo è porsi di fronte
all’altro, alle sue fatiche, ai
suoi problemi, ai suoi ideali
e camminare un po’ con lui
verso un reciproco
accrescimento di vita. (Don
Luigi Verdi, La realtà sa di
pane, 124)

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