ILLUMINISMO - la ratio sopra tutto - Areté

Report
ILLUMINISMO
Collocazione storica e tematica
• Con ILLUMINISMO si intende un movimento intellettuale e
filosofico del Settecento che ha avuto origine in Inghilterra e si è
sviluppato soprattutto in Francia, diffondendosi in seguito in tutta
Europa. Tale movimento è caratterizzato dalle seguenti tematiche:
• Critica del passato
• Vocazione politica
• Esaltazione della ragione
• I suoi intellettuali tendevano cioè a ritenersi portatori di una nuova,
più pura e più compiuta idea di ragione, una ragione veramente
autonoma, consapevole e capace di conoscere l’intima verità delle
cose e del mondo, superando tutte le superstizioni del passato e
proponendosi come guida per la vita dei singoli e dei popoli in un
processo finalmente autentico di emancipazione e civilizzazione.
Antecedenti
Gli antecedenti del movimento sono da ritrovarsi
• Nella cultura scientifica di Galileo, Bacone e
Newton
• Nel razionalismo di Cartesio
• Nell’empirismo e nella critica all’assolutismo di
John Locke
In tutte quelle correnti di pensiero rinascimentali e
moderne che hanno insistito su una visione del
mondo laica e antropocentrica.
La diffusione rapida dell’Illuminismo
• La diffusione dell’Illuminismo è stata favorita
dal fatto che l’intellettuale illuminista è un
viaggiatore attraverso le corti europee e dal
fatto che egli alle letture, come strumento di
crescita culturale, affianca la cura delle
relazioni all’interno di comunità degli studiosi
che travalica i confini nazionali guadagnando
una prospettiva europea e mondiale.
L’intellettuale illuminista
IN COERENZA CON CIÒ l’intellettuale illuminista si
ritiene cittadino del mondo
• cosmopolita cioè senza patria, senza retaggi
scomodi e ingombranti del passato e senza
responsabilità verso le proprie effettive radici;
• e al tempo stesso universalista cioè incline a
credere che la natura umana razionale sia in tutti
la medesima e soprattutto che segue le stesse
tappe di sviluppo che culminano nell’illuminismo
stesso, inteso quale punto più alto e progredito
dello sviluppo delle civiltà.
La tolleranza e la sua dialettica
• Se la natura umana è razionale e segue uno sviluppo lineare,
bisogna essere tolleranti con le più diverse opinioni, fiduciosi
che quelle sbagliate saranno rigettate dalla stessa ragione nel
suo continuo progredire verso il meglio.
• Qualora ciò non accadesse, bisogna intervenire con la politica
per scalzare con la forza tutti coloro che si oppongono al
trionfo della tolleranza stessa, cioè dell’atteggiamento umano
più razionale e corretto, difendendo irrazionali e ingiusti
privilegi di un passato preda dell’ignoranza e
dell’oscurantismo.
• Vi è qui un esempio tipico di dialettica della tolleranza, le cui
motivazioni, al contatto con la realtà refrattaria, trasformano
un atteggiamento tollerante in uno intollerante.
Il partito dei filosofi
• L’intellettuale illuminista, per difendere ed affermare le sue
idee, ambisce a costruire una repubblica delle lettere
(titolo di un periodico fondato da Pierre Bayle) che si
affianchi alla società politica ed eserciti su di essa pressioni
per modificare, nel senso da lui preconizzato e teorizzato le
strutture sociali e di potere.
• Gli illuministi – chiamati anche, con termine francese,
philosophes, cioè i filosofi per eccellenza – diventano
pertanto un GRUPPO DI PRESSIONE
prima legato all’aristocrazia e alla monarchia che finanziano
programmi di ricerca e i singoli intellettuali;
poi – quando le critiche illuministe coinvolgeranno la
monarchia stessa – legato all’alta borghesia.
Illuminismo e censura anti-illuminista
• Le iniziative degli illuministi si scontrano talora con i rigori della censura,
quando vanno ad attaccare in modo troppo diretto le istituzioni politiche
o ecclesiastiche tradizionali.
• Una famosa opera collettiva, quasi una bandiera di tutto il movimento
illuminista europeo, l’Enciclopedia, VEDE L’APPOGGIO DEI CETI DIRIGENTI
RITIRATO, DOPO UN PRIMO TEMPO FAVOREVOLE.
• L’Enciclopedia è una grande impresa culturale-editoriale che, sotto la
guida di due noti intellettuali, il matematico Jean-Baptiste Le Rond
D’Alembert (1717-1783) e il filosofo Denis Diderot (1713-1784), ambisce a
raccogliere tutto il sapere umano rivisto e corretto alla luce dei principi dei
Lumi. A tale lavoro partecipano moltissimi altri intellettuali francesi
(Rousseau, Voltaire, etc.). All’inizio vi è il sostegno finanziario della
monarchia ma, con l’uscita del primo volume nel 1751 e le polemiche che
ne seguono, l’appoggio della corona e degli aristocratici viene ritirato e gli
altri 16 volumi vengono pubblicati con il finanziamento di sottoscrizioni
private e con i proventi delle vendite dei volumi stessi.
Il metodo dell’Illuminismo
Gli illuministi ritengono che la conoscenza umana sia il frutto non
di una riflessione astratta della ragione, ma dell’applicazione
della ragione ai dati dell’esperienza sensibile.
In questo senso tendono a unificare la prospettiva
• razionalista di Cartesio – che cerca di elaborare un metodo
razionale capace in tutti i campi di guadagnare conoscenze
evidenti e certe come lo sono quelle della matematica
a quella
• empiristica di Locke, che insiste sul fatto che ogni nostra
conoscenza deve provenire dall’esperienza (empeiria in greco)
che noi conduciamo attraverso i nostri cinque sensi e grazie
alla quale si formano le idee che vengono via via
immagazzinate nella nostra mente.
Ragione ed esperienza
RAGIONE ED ESPERIENZA SENSIBILE
devono essere quindi i criteri che fondano
le nostre conoscenze, opponendosi alle
verità rivelate e indimostrabili – perché
non cadono sotto i nostri sensi – e alle
consuetudini del passato tendenzialmente
legate alla valorizzazione superstiziosa di
queste presunte verità.
La fede illuministica
La vita dell’uomo deve insomma abbandonare la teologia in
favore della filosofia e della scienza che, rispetto alla teologia
rappresentano un indiscutibile progresso dello spirito umano.
Per questo motivo le posizioni religiose degli illuministi vanno
• dal debole fideismo di Locke(Dio esiste ma si rivela nella
coscienza umana piuttosto che nelle Scritture)
• all’agnosticismo di Hume (non posso sapere se Dio ci sia
veramente, quindi non prendo posizione pro o contro la
religione)
• al deismo che ritiene che Dio sia una causa naturale e
impersonale interna al mondo,
• fino al materialismo aggressivo dei francesi come D’Holbach.
Natura e libertà
• In questo processo anche la natura viene via via vista con
sguardo sempre più disincantato, come un grande meccanismo
regolato da leggi ferree che escludono ogni finalità. Tale visione
non è, ma viene mutuata dalle recenti prospettive scientifiche,
più caratteristica dell’illuminismo è la tendenza a portare alle
estreme conseguenze questa impostazione, negando qualsiasi
valore alla provvidenza divina.
• Il rischio di una simile prospettiva è quella di perdere la
dimensione della libertà. Infatti un grande meccanismo non può
contemplare la libertà: in un motore i pistoni, dato loro l’imput
dallo scoppio del carburante, non sono liberi di muoversi o no.
Allo stesso modo sembra strano che gli uomini, come esseri
naturali, possano essere liberi all’interno del gran meccanismo
della natura.
Meccanismo naturale e libertà civile
• La soluzione data dagli intellettuali illuministi è che la libertà che
l’uomo non possiede sotto il profilo del suo essere naturale,
deve riguadagnare sotto il profilo del suo essere sociale;
all’uomo, cioè, non deve importare se è più o meno libero dalle
leggi di natura, biologiche, fisiologiche, psicologiche, ma deve
importare la suo libertà nella società, una libertà che si configura
anzitutto come possibilità di resistenza alla tirannia e di
organizzazione collegiale del potere.
• Se l’uomo è lasciato libero, per gli illuministi, tenderà a vivere
secondo il suo peculiare essere, secondo le sue naturali
inclinazioni, secondo la sua più intima e naturale essenza che la
vita in società generalmente corrompe attraverso l’asservimento
degli istinti buoni e le regole puramente esteriori del vivere
civile. Autorità e potere sono strumenti di tale asservimento e
dunque in generale vanno combattuti.
Ritorno alla natura: il mito del buon
selvaggio
Il ritorno dell’uomo allo stato di natura cioè ad una umanità incorrotta dal mondo
civile così come provano a immaginare due opere letterarie importanti di questo
periodo:
• la STORIA DEI SEVERAMBI di Denis Veiras – 1675
• i DIALOGHI FRA L’AUTORE E UN SELVAGGIO DI BUON SENSO CHE HA VIAGGIATO
del barone di Lahotan – 1703.
Qui la civiltà è portatrice di immoralità, sopraffazione e guerre
che cambiano l’uomo BUONO PER NATURA
conducendolo alla malvagità
Ciò è visibile a chiunque si accosti ai selvaggi – per esempio viaggiando in luoghi
esotici e inesplorati - alla loro primitiva ingenuità e bontà ancora non snaturata dai
costumi civili occidentali. Una tale prospettiva diverrà mitica, cioè resistente alle
confutazioni che verranno dall’antropologia e da tutte le osservazioni dirette che
smentiranno la maggiore “bontà” dei cosiddetti “selvaggi” (che tanto per dirla a
partire dalla nostra sensibilità antropologica, se non sono “selvaggi”, non sono però
“buoni”).
Ritorno alla natura e critica della civiltà
• Una critica della civiltà fondata sul ritorno dell’uomo alla sua
condizione naturale e pre-civile sarà sviluppata da
• Étienne-Gabriel MORELLY ne Il codice della natura”, 1755 in cui lo
stato di natura appare non come un’ipotesi euristica ma come
un’effettiva condizione pre-istorica dell’umanità. Essa è stata
abbandonata a causa dell’incremento demografico che ha reso
necessario l’inurbamento e la civiltà; e da
• Jean Jaques ROUSSEAU nel Discorso sull’origine e il fondamento
dell’ineguaglianza fra gli uomini, 1755, in cui egli postula lo stato
di natura come una felice condizione di eguaglianza fra gli uomini
degenerata a causa: a) della divisione del lavoro fra artigiani e
agricoltori, b) dell’appropriazione privata della terra (la proprietà è
un caratteristico segno negativo della civilizzazione che comporta il
venir meno del sentimento di solidarietà fra gli uomini e il nascere
dell’istinto distruttivo di competizione).
Un’ antropologia «buonista»
• Ovviamente tale pre-comprensione dell’uomo
induce a ritenere frutto di un specifico errore
della tradizione cristiana l’idea che l’uomo, pur
buono per natura, sia viziato da una tara morale
originaria, il peccato originale, che lo rende
pericoloso per sé e i propri simili (di qui tutte le
precauzioni che la civiltà prende per limitare le
conseguenze più distruttive di tale mancanza
originaria). Contro l’idea di un uomo peccatore,
l’illuminismo propone l’idea irenista di un uomo
buono per natura che non ha bisogno di nulla se
non di lasciar libero spazio alla propria bontà.
Prendere progressivamente coscienza
• D’altro canto tale prospettiva permette di fondare
la possibilità di un ritorno alla dimensione
naturale attraverso la PROGRESSIVA presa di
coscienza della reale natura umana e della sua
corruzione ad opera della civilizzazione.
• Una simile progressiva presa di coscienza
produce, o meglio, produrrà necessariamente,
una mutamento delle strutture sociali che via via
porteranno l’uomo sempre più vicino alla sua
condizione naturale.
Il progresso
• LA STORIA è il luogo della PROGRESSIVA emancipazione
dell’uomo verso il ritrovamento della sua vera natura.
Dunque la storia è il luogo di realizzazione di un’utopia,
quella della perfettibilità dell’uomo e della riappropriazione
di un’integrale bontà morale.
• L’idea di PROGRESSO, cioè di un cammino continuo verso
il meglio dove il futuro è sempre migliore del presente e il
presente è sempre migliore del passato trova qui la sua
radice. Se la vulgata popolare e i discorsi dell’uomo di
media cultura danno il concetto di progresso come
scontato, in realtà lo fanno per scarsa consapevolezza che
l’idea che la storia dell’umanità progredisca verso il meglio
è un’interpretazione storicamente collocata nell’età dei
lumi.
Una secolarizzazione del cristianesimo
• Essa non fa altro che secolarizzare, cioè tradurre in termini
laici e non religiosi, l’idea cristiana di una fine dei tempi in
cui trionferanno vita, bontà e giustizia. Se a tale idea si
toglie l’intervento divino – cosa che per i cristiani è
necessaria, visto il radicamento nell’uomo del peccato
originale – e il Regno di Dio che non appartiene a questo
mondo, e si immagina che la giustizia sia destinata a
trionfare in questo mondo grazie al miglioramento
progressivo delle capacità umane dovuto all’uomo stesso,
ecco che si ottiene l’idea illuministica di Progresso.
• Come si potrà ben capire, in questo processo di
laicizzazione mutano radicalmente i presupposti religiosi,
metafisici, antropologici, politici delle due dottrine.
Cristianesimo e illuminismo
Se l’illuminismo
tendenzialmente
progressista
è Il cristianesimo è
Ateo
Religioso
Materialista
Spiritualista
Fiducioso
dell’uomo
nella
bontà
originaria Scettico sulle qualità morali dell’uomo e
attento a contenerne la malvagità
provocata dal peccato
Fiducioso nella costruzione di una Scettico sulla possibilità di una società
società così giusta da permettere perfetta e attento a limitare le
all’uomo di ritrovare la sua natura ingiustizie
delle
attuali
società
buona perduta
imperfette
Il progressismo di Condorcet e
Giannone
• Esempio tipico di filosofia della storia progressista è quella
elaborata nel testo di Jean-Antoine-Nicolas Caritat de
Condorcet (1743-1794) Abbozzo di un quadro storico dei
progressi dello spirito umano - 1794 in cui si sostiene che
la storia è formata da dieci grandi epoche, sempre più
progredite, di cui la nona è la presente illuministica e la
decima sarà costituita dal futuro radioso dell’umanità.
Prima di Condorcet, l’Italiano Pietro Giannone, studiando
la Storia civile del Regno di Napoli (1723) giunge a
stigmatizzare il passato medievale del regno, caratterizzato
da oscurantismo religioso, superstizione e scarso sviluppo
civile, a fronte delle epoche successive dove faticosamente
si sarebbe cercato di uscire da queste difficoltà.
Il mito del Medioevo quale «età
oscura»
• È proprio in epoca illuministica che nasce il mito del medioevo come
periodo oscuro della storia dell’umanità, giacché la cultura e la vita
medievale, profondamente intrise di spirito religioso, sembrano
confermare proprio il pregiudizio illuministico secondo cui
superstizione, religione e arretratezza politico culturale vanno di pari
passo
Il ragionamento, evidentemente caratterizzato di una petizione di
principio nella premessa iniziale, è il seguente:
1) la religione significa ignoranza e superstizione. Provoca inoltre
violenza, disuguaglianza e guerra,
2) il medioevo è un’epoca religiosa,
3) dunque il medioevo è epoca «oscura» di ignoranza, superstizione,
violenza e disuguaglianza.
Illuminismo politico: giusnaturalismo e
contrattualismo a partire da Locke
Dal punto di vista politico due sono i grandi temi del pensiero illuministico – tra loro
legati:
A) Il giusnaturalismo e
B) Il contrattualismo
Si ritiene (con John Locke, Due trattati sul governo, del 1690, testo considerato l’atto
di nascita dell’intero movimento illuministico)
A)
B)
che la funzione della società sia di difendere i diritti che l’uomo
possiede nello stato di natura (vita, libertà e proprietà) e
che il governo nasca a seguito di un contratto tra i cittadini i quali
decidono, dopo essersi uniti in società grazie ad un patto di unione
(pactum unionis), di affidare ad alcuni soggetti il potere necessario a
sancire con la forza il diritto e le leggi per impedirne le trasgressioni
(pactum subiectionis, patto di soggezione).
Il governo, così costituito, deve rispettare il suo mandato e lavorare nei limiti delle sue
competenze. Il suo potere è inoltre suddiviso in diverse istituzioni che svolgono
ciascuna compiti particolari e si controllano a vicenda
Lo sviluppo del contrattualismo in Rousseau
•
•
•
•
•
Nel Contratto sociale del 1762 Rousseau critica i fondamenti egoistici della
civilizzazione basata su proprietà privata e concorrenza. Per superare questa
deriva, bisogna rifondare la società e il contratto su cui si basa. In questo nuovo
patto sociale ciascuno rinuncia alla sua volontà egoistica per adeguarsi alla
VOLONTÀ GENERALE, riavendo dalla società, in modo equo e uguale agli altri, tutti
i beni materiali e spirituali (la giustizia) cui egli aspira e che non possono essere
diversi da quelli che TUTTA LA SOCIETÀ vuole.
Tale società è governata dai cittadini riuniti in assemblea (democrazia diretta), che
risultano veramente liberi perché – obbedendo alle leggi effetto della volontà
generale che essi stessi hanno interiorizzati -_ obbediscono a loro stessi.
In tale società è importantissima la pedagogia come scienza che educa alla
solidarietà
In economia si punta ad eliminare la proprietà privata in modo da consentire a
tutti di vivere del proprio lavoro
La democrazia diretta esige una compagine politica di piccole dimensioni, in
contrasto con la linea di sviluppo degli Stati europei ormai consolidata da centinaia
di anni.
La separazione dei poteri
• Già teorizzata da Locke, diviene oggetto di riflessione
specifica nell’ Esprit des lois (1748) del filosofo
francese Charles-Luis de Secondat barone di
Montesquieu (1689-1755).
• In questo testo vengono determinati funzioni e compiti
del potere legislativo, esecutivo e giudiziario e
stabilito il loro equilibrio a garanzia contro la
tendenza del potere a degenerare in dispotismo, una
tendenza dovuta all’intrinseca corruzione che vi è nel
potere, capace di tentare in modo particolarmente
efficace la natura umana, esaltandone gli aspetti
negativi emersi durante la sua storia.
Il pensiero economico e i suoi fondamenti
etici: l’utilitarismo di David Hume
Nel Trattato sulla natura umana il filosofo scozzese David
Hume (1711-1776) critica sia il giusnaturalismo sia il
contrattualismo: non vi sono diritti di natura, ma solo diritti
acquisiti storicamente; l’ipotesi del contratto è assolutamente
superflua, per spiegare il governo basta l’abitudine dell’uomo
ad affidare a qualcuno la garanzia dell’ordine sociale. Infine
per l’uomo se non vi è una legge garantita dalla natura umana,
per avere un criterio efficace di legiferazione bisogna rifarsi al
• principio dell’utilità
• e alle tradizioni storiche che è utile conservare. IL GIUSTO
E IL BENE VENGONO COSÌ RIDOTTI ALL’UTILE PER LA
SOCIETÀ E PER L’INDIVIDUO.
L’utilitarismo di Mandeville
• Un famoso scrittore olandese Bernard de Mandeville
(1670-1733) pubblica nel 1714 un testo intitolato La
favola delle api (1714) dove si invita a guardare
all’utilità dei risultati, piuttosto che alla moralità delle
azioni compiute per ottenerli. Molto spesso infatti ciò
che è considerato immorale è sommamente utile al
singolo e alla società. Per esempio la società mercantile
con la sua spietata concorrenza è immorale ma utile.
Inoltre se la ricchezza prodotta al suo interno può
essere considerata fonte di vizi, bisogna considerare
• a) che l’una è inseparabile dagli altri;
• b) che molti vizi hanno utilità sociale ed economica
Esempi di vizi economicamente utili
secondo Mandeville
•
•
L’ubriachezza alimenta il mercato degli alcolici,
il furto quando è commesso nei confronti di persone avare, rimette
in circolazione il denaro;
• la vanità dei ricchi alimenta il mercato dei beni di lusso;
• la povertà di una gran massa di salariati consente di mantenere
basso il costo della manodopera e di produrre in modo più
concorrenziale;
• i postriboli nei porti rendono meno pesante e più divertenti le
attività marinare.
Se uno vuole rinunciare a tutti questi vizi deve sapere che con essi
rinuncerà anche a tutti i vantaggi della civilizzazione: “chi vuole
tornare all’età dell’oro dovrà tenersi anche le ghiande”.
Paul Henry Thiry D’Holbach
(1723-1789)
L’utilitarista francese D’Holbach insiste nel suo
testo Il sistema sociale (1773) sull’idea che fine
del governo è
la massima felicità per il maggior numero.
L’utilitarismo va sostenuto enfatizzando però
non il vantaggio del singolo, ma la sua valenza
sociale, come strumento del progresso
dell’intera società.
Il comunismo economico
Ètienne Gabriel Morelly (1717 - ?) Nel suo Il codice della natura
(pubblicato anonimo nel 1755) sostiene che la causa dell’infelicità umana
è l’allontanamento da una condizione originaria e naturale di solidarietà.
La proprietà privata dei beni, che ne nasce, genera privilegi cui
l’organizzazione dello Stato dà forza di legge. Contro tutto ciò egli
prospetta una
• società razionale (“geometrica” dice il filosofo) in cui vige la
comunione dei beni,
• il lavoro di tutti,
• l’elezione e la rotazione delle cariche pubbliche
• e un sistema educativo che abbia di mira la concordia.
In tale società non c’è spazio per le dinamiche di commercio e
accumulazione proprie dell’economia moderna, ma viene promosso un
modello sociale comunistico, fondato sull’agricoltura e su sistemi
manifatturieri pre-tecnologici, possibili solo all’interno di comunità umane
di ridotte dimensioni.
Fisiocrazia
A metà del Settecento nasce il primo vero e proprio pensiero
economico. In Francia la scuola fisiocratica (da physis=natura e
kratein=avere potere, cioè “lasciar dominare la natura”) vuole dare
un’interpretazione scientifica dei meccanismi di produzione e di
scambio. Tale scuola si occupa pertanto più della produzione e della
circolazione dei beni più che della questione del denaro. Esponenti di
tale indirizzo di pensiero sono Anne-Robert-Jaques Turgot (1727-1781)
già ministro delle finanze di Luigi XVI e
Francois Quesnay (1694-1774)
che elaborò nel 1758 un modello di interpretazione dei rapporti
economici chiamato Tableau economique in cui si insisteva sul concetto
di surplus. Quest’ultimo è la quantità maggiore di beni che, alla fine
dell’attività economica, si ottiene rispetto alla quantità investita.
Il primato fisiocratico dell’agricoltura
Il surplus o prodotto netto dell’attività economica è possibile
ottenere grazie alla natura e al lavoro che operano la
trasformazione della materia prima in prodotto – si pensi alla
semente che grazie alla natura e al lavoro umano si trasforma in
frutto. Quest’ultimo esempio non è casuale, infatti i fisiocratici
ritengono che l’attività economica fondamentale sia l’agricoltura e
che il surplus agricolo si distribuisca poi all’intera società come
• Rendita dei proprietari
• Tasse allo Stato e/o alla Chiesa
• Acquisto di beni non agricoli da mercanti e artigiani.
Se è così, per i fisiocratici gli agricoltori sono il gruppo sociale dei
produttori per eccellenza, a fronte degli altri gruppi sociali che sono
STERILI, anche se non privi di utilità sociale.
Delegiferare per favorire l’agricoltura e
l’economia
La legislazione deve FAVORIRE l’AGRICOLTURA non
attraverso processi di legiferazione ma per mezzo di
una più generale
DELEGIFERAZIONE che liberi il mondo economico
da VINCOLI E DAZI
che intralciano la produzione e lo scambio di merci.
Il modello a cui guardano i fisiocratici è la GRANDE
FATTORIA di matrice inglese, che impiega lavoro
salariato e che sfrutta razionalmente il territorio su
grande scala.
Il liberismo di Adam Smith
Accanto alla scuola fisiocratica si afferma in questo periodo, ad
opera dell’economista e filosofo Adam Smith (1723-1790) che
nella sua Ricerca sulla natura e le cause della ricchezza delle
nazioni (1776), pur influenzato dalla fisiocrazia per quanto
riguarda la delegiferazione, non si ferma all’osservazione delle
dinamiche di produzione e non enfatizza il ruolo dell’agricoltura,
ma si concentra sulle questioni legate allo SCAMBIO dei prodotti.
Quello che conta in economia non è il valore che un prodotto
possiede in relazione alla sua finalità d’uso (valore d’uso), bensì
il valore che ha in vista del suo scambio (valore di scambio).
Ciò anche se il valore di scambio è fondato sul fatto che le merci
devono essere prodotte (il valore di scambio delle merci è dato
dalla quantità di lavoro necessaria per produrle).
Egoismo e «mano invisibile del
mercato»
La produzione – in tutti i campi e non solo in quello agricolo – migliora
al migliorare della DIVISIONE DEL LAVORO cioè della specializzazione
delle mansioni nella catena produttiva che aumenta la produttività.
La molla dell’economia è l’UTILITÀ
INDIVIDUALE. L’egoismo
individuale è molla della produzione. La società è data nel suo
sviluppo economico dalla somma degli egoismi individuali che vengono
composti da una sorta di PROVVIDENZA laica che Smith chiama la
mano invisibile del mercato,
la quale farebbe in modo che non si creino squilibri troppo grandi nella
società e che tutti alla fine fruiscano dei benefici dell’aumentata
produzione e circolazione dei beni. Per tale motivo il mercato deve
essere libero e lo Stato deve intervenire il meno possibile nei
meccanismi economici (LIBERISMO).
Il significato storico dell’Illuminismo
• L’illuminismo è stata una grande stagione del pensiero
europeo che ha prodotto significativi mutamenti
nell’ambito della storia e della civiltà. Più che per
profondità teoretica - le idee principali degli illuministi
non sono sempre originali ma per lo più riprendono
tradizioni antiche marginali o marginalizzate nello
sviluppo della filosofia – tale corrente di pensiero si
segnala per una decisiva influenza storica sui fatti della
Rivoluzione francese. Infatti tutti i protagonisti del
periodo rivoluzionario sono influenzati dalle idee
illuministe, tanto che è lecito dire che senza
illuminismo non vi sarebbe stata alcuna rivoluzione.
Rivoluzione francese ed epoca
contemporanea
• La Rivoluzione francese muta radicalmente il volto dell’Europa,
promuovendo un sommovimento politico che, attraverso la
comunicazione delle idee, ma anche la loro imposizione mediante
l’imperialismo napoleonico, genererà nuovi esperimenti
costituzionali. Ad essi si dovrà l’affermarsi prima del liberalismo e
poi della democrazia (di una specifica forma di democrazia
mischiata al liberalismo) e infine del comunismo in alcuni paesi del
continente.
• Tutta la cultura dell’Ottocento e del Novecento ne rimarrà
ulteriormente segnata, nonostante il sorgere, sin della fine del sec.
XVIII di significative correnti di pensiero critiche dei pregiudizi e
delle esagerazioni illuministiche .
• Ancora oggi alcune delle idee ormai divenute dominanti nella
società vanno ricondotte a quella stagione, anche se il consenso
generale su di esse ne ha fatto per lo più dimenticare l’origine.

similar documents