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L’evoluzione della legge bancaria fino a Basilea 3
Dott.ssa Michela Di Stefano
2014
Introduzione
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Nel lavoro viene analizzata l’evoluzione storica della legislazione bancaria italiana dal 1936 fino all’Accordo
di Basile 3, ripercorrendo le varie fasi che hanno portato all’attuale quadro di regole:
1936 legge bancaria; Un primo obiettivo realizzato da tale legge fu quello di creare un'unica struttura
pubblica alla quale affidare "la difesa del risparmio e la disciplina della funzione creditizia".Un secondo
momento di estrema importanza fu rappresentato dalla distinzione tra enti che raccoglievano risparmio a
breve termine e quelli operanti nel medio e lungo periodo. Altra caratteristica del sistema bancario del
1936 fu il "pluralismo istituzionale".
1990 legge Amato; con tale legge venne avviato un processo di cambiamento del sistema bancario
italiano. Ha permesso alle banche italiane che erano istituti di credito di diritto pubblico di trasformarsi in
una parte in società per azioni e dall’altra di generare delle fondazioni a cui sono state trasferite tutte
quelle attività non tipiche dell’impresa.
1988 Basilea 1; Ha introdotto per la prima volta il concetto di adeguatezza patrimoniale delle banche,
basandosi sul principio che l’esercizio dell’attività bancaria comporta l’assunzione di un certo livello di
rischio e tale rischio deve essere quantificato e sostenuto da capitale di vigilanza.
Impone alle banche di detenere un patrimonio di vigilanza pari a non meno dell’8% del totale delle attività
ponderate per il loro rischio;
2004 Basilea 2, è semplicemente l’evoluzione dell’accordo del 1988 pubblicato nel 2004, entrato
definitivamente in vigore dall’1 gennaio 2008. Ha introdotto la regolamentazione per il rischio operativo,
mancante nel precedente accordo, ed ha migliorato la misurazione del rischio di credito.
2009 Basilea 2.5; le regole contenute in questo accordo hanno migliorato la misurazione dei rischi
riguardanti le operazioni di cartolarizzazione e quelle relative alle esposizioni collegate al portafoglio di
negoziazione, con termine di attuazione il 31 dicembre 2011.
2010 Basilea 3, ha fissato coefficienti patrimoniali più elevati e introdotto un nuovo schema internazionale
di regolamentazione della liquidità.
La sua attuazione è stata fissata a partire dal 01 gennaio 2013, con successivi step fino alla definitiva
regolamentazione entro il 01 gennaio 2019.
Le principali tappe della legislazione bancaria italiana
Prima delle riforma del 1926, il sistema bancario era costituito da un gran
numero di banche, molte di esse avevano una struttura patrimoniale
debole ed impegnavano gran parte dei depositi in operazioni di credito a
medio e lungo termine e nell’assunzione di partecipazioni in imprese
industriali e commerciali.
Nel 1926 furono emanati decreti, che dettarono punti importanti:
• La B.I. è l’unico istituto di emissione che vigila tutte le banche,
• La costituzione di nuove aziende di credito, l’apertura di nuovi sportelli e le
fusioni tra banche devono essere autorizzate dalla B.I.;
• Tutte le banche devono essere iscritte ad un apposito Albo;
• Aggiungi l’obbligo di accantonare a riserva almeno 10% degli utili e di
presentare il bilancio d’esercizio e le situazioni periodiche alla B.I.
• La legislazione del 1926 si manifestò, comunque, inadeguata ad evitare
squilibri pericolosi tra la raccolta e gli impieghi.
Le principali tappe della legislazione bancaria italiana
• Nel 1929 la grande crisi che investì il sistema bancario, ebbe riflessi anche
nel nostro Paese, essendo ancora molto legato all’industria, si trovò in
gravi difficoltà. Lo Stato, fu costretto ad intervenire con un duplice
obiettivo:
 Favorire il finanziamento degli investimenti durevoli delle imprese
mediante mutui a M/L termine;
 Rilevare le partecipazioni industriali possedute dalle banche, per restituire
ad esse la necessaria liquidità.
• Nel 1934 furono istituite le convenzioni tra IRI e le tre banche miste, che
prevedevano che le partecipazioni industriali possedute dalle banche
miste e i debiti a durata protratta fossero rimessi in mano all’IRI. Si venne
a creare la separazione tra Banca-Industria e Credito a Breve e
Medio/Lungo termine.
Le principali tappe della legislazione bancaria italiana
• Il sistema bancario italiano, prima delle legge del 1936, aveva visto la
nascita di una miriade di imprese bancarie che avevano determinato
fenomeni di forte instabilità con grave pericolo per la tutela del risparmio
e della stessa funzione di intermediazione bancaria.
• Nel 1936 venne realizzata una completa e importante riforma bancaria,
che strutturava il sistema creditizio in forma gerarchica ed istituiva distinte
categorie d'aziende di credito.
1936
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Nel 1936 una radicale riforma del sistema bancario fu resa necessaria dagli
avvenimenti che seguirono la crisi e dalle carenze legislative evidenziate da
essa.
La riforma bancaria del 1936 fu un intervento integrale ed unitario che
poggiava su tre punti fondamentali:
 Istituzione di un organismo statale avente funzioni di alta vigilanza e di
direzione politica dell’attività creditizia;
 Introduzione della specializzazione istituzionale, temporale ed operativa degli
enti di credito. Molto importante fu la separazione tra banche operanti a
breve termine e quelle operanti a medio lungo termine;
 Affermazione del principio della separatezza tra banche ed industria, non
potevano assumere partecipazioni in imprese industriali e commerciali.
Legge bancaria del’1936
• Un pilastro importante della legge bancaria del 1936 riguarda la netta
separazione tra banca e industria. Questo principio per evitare che il
sistema bancario venga coinvolto nelle crisi delle imprese industriali. La
vecchia legislazione infatti vietava i rapporti di partecipazione azionaria
delle banche nel capitale delle imprese e viceversa.
• A causa della crisi dal 1936 esse assunsero la qualifica di Banche di
interesse nazionale (le cosiddette BIN), caratteristica che hanno
conservato fino alle privatizzazioni verificatesi nel corso degli anni
novanta.
• Tutto ciò fece dell'IRI un gigante economico dalle proporzioni esagerate
rispetto a quasi tutti gli altri gruppi di imprese operanti in Italia.
Legge bancaria del’1936
Il Regio Decreto legge 12-3-1936, n. 375 prevedeva una netta distinzione fra:
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-azienda di credito, che operavano la raccolta del risparmio e l’esercizio del
credito a breve termine;
- istituiti di credito speciale, che operavano la raccolta del risparmio e
l’esercizio del credito a medio- lungo termine.
La legge bancaria nasce dal un gruppo di lavoro all’interno dell’IRI (Istituto di
Ricostruzione Industriale).
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Il sistema bancario italiano, quindi, era caratterizzato dalla specializzazione e
dal pluralismo delle imprese bancarie, vale a dire dalla differenziazione
dell’attività e della struttura degli enti che esercitavano l’attività creditizia.
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In base a questo principio (pluralismo) le banche ed, anche un numero
ristretto di istituti di credito speciale, venivano suddivisi in pubblico o privato,
con forme legali diverse.
Legge bancaria del’1936
• La legislazione bancaria distingueva le imprese bancarie in base a vari
criteri:
 Natura pubblica o privata della banca;
 Durata delle operazioni di raccolta del risparmio e di concessione del
credito nel breve o nel medio/lungo periodo;
 L’oggetto dell’attività, inteso come settore economico d’investimento del
denaro raccolto, sia come insieme delle operazioni consentite alla banca;
 Ambito territoriale (di operatività) di realizzazione dell’attività bancaria, le
autorità amministrative imponevano a determinati enti di operare su
determinati territori; le autorità amministrative imponevano a determinati
enti di operare solo su determinati settori;
I punti sopra elencati costituiscono gli elementi di specializzazione del
sistema bancario prima del T.U.B.
Legge Bancaria del’1936
• Questa struttura ha retto per circa sessant’anni ma con l’apertura delle
frontiere comunitarie ed il recepimento delle numerose direttive
comunitarie è stata avvertita l’esigenza di superare questa netta
specializzazione istituzionale, operativa e temporale. Si è giunti
all’approvazione del Testo Unico Bancario del 1993 che sancisce il
definitivo recepimento anche nel nostro ordinamento del modello della
Banca Universale, modello organizzato nel quale ogni impresa bancaria
può svolgere tutte le attività di raccolta ed impiego del risparmio, di
intermediazione finanziaria ed esercizio del credito specializzato.
• La vecchia normativa non permetteva alle banche di mantenere un
sufficiente grado di competitività sul piano europeo, anche a causa della
liberalizzazione dei mercati creditizi prevista dai Trattati Europei.
• La legge del 1936 negava alle banche quella libertà di azione che è
indispensabile ad ogni impresa che voglia ben operare sul mercato ed
essere competitive.
Legge 218 del 1990 (Legge Amato)
Nel 1990 entra in vigore la Legge 218 del 1990, conosciuta come Legge
Amato sulle disposizioni in materia di ristrutturazione e integrazione
patrimoniale degli Istituti di credito di diritto pubblico. Tale legge ha
segnato una tappa fondamentale nella storia delle banche italiane a livello
nazionale ma anche internazionale.
Gli obiettivi principali della legge Amato:
 Rafforzare la struttura patrimoniale delle banche rendendo loro possibile il
ricorso al mercato per la provvista di nuovo capitale di rischio, cioè per la
loro ricapitalizzazione;
 Favorire una gestione agile e trasparente e individuale con chiarezza
doveri e responsabilità degli organi ad essa preposti;
 Porre il necessario presupposto per la privatizzazione degli istituti pubblici;
 Adeguare i processi di concentrazione delle banche, attraverso operazioni
di fusioni tendenti a produrre dimensioni aziendali competitive a livello
europeo.
Legge 218 del 1990 (Legge Amato)
• Va evidenziato che fino al 1990 il sistema bancario del nostro paese era
molto legato ancora al settore pubblico, esistevano infatti gli istituti di
credito di diritto pubblico oltre a tre banche di interesse nazionale che
facevano capo all’IRI, quindi allo Stato Italiano, anche se in maniera
indiretta.
• La legge Amato fu voluta dal Governo anche in vista della Normativa di
Basilea I che sarebbe entrata in vigore nel corso del 1990, e voleva
aumentare la competitività delle banche italiane a livello europeo e
mondiale.
• Tale legge ha previsto e disciplinato la trasformazione delle banche
pubbliche in società per azione (quali Istituto Bancario San Paolo di Torino,
Banco di Sicilia, Banco di Sardegna, Banco Nazionale del Lavoro), ha
consentito la fusione tra banche, ed ha introdotto il concetto di gruppo
polifunzionale.
Testo Unico Bancario (D. Lgs. 385/1993)
• Nel 1993 fu definito il Testo Unico Bancario (D.Lgs 385/1993) che
regolamenta l’attività delle banche e degli istituti di credito. E’ il
compendio delle leggi in materia bancaria e creditizia. La sua entrata in
vigore risale al 1 gennaio del 1994; il suo compito è quello di sostituire la
legge bancaria del 1936.
• Il T.U.B. stabilisce che l’attività della banca consiste nella raccolta del
risparmio tra il pubblico e nell’esercizio del credito, queste attività sono
riservate alle banche e da queste svolte con carattere d’impresa. Trattasi di
banche in possesso dell’autorizzazione della B.I., iscritta all’albo.
• E’ una legge di principi e di attribuzione di poteri, che stabilisce le norme
fondamentali e definisce le competenze delle autorità creditizie ( CICR –
Comitato Interministeriale per il Credito e il Risparmio, Ministro dell’
Economia e delle Finanze e Banca d’Italia).
• Tale Testo ha riunito in un quadro unitario e organico le disposizioni
esistenti, delineando così, una nuova struttura e una nuova disciplina del
settore creditizio.
Testo Unico Bancario (D. Lgs. 385/1993)
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E’ un testo che coordina le leggi vigenti in materia bancaria e introduce nuove
disposizioni destinate agli intermediari finanziari non bancari.
E’ rivolto a tutte le banche, i gruppi bancari, i soggetti operanti in esse, gli
istituti di moneta elettronica e quelli di pagamento ed è composto da 9 titoli: I
Autorità creditizie; II Banche; III Vigilanza; IV Disciplina delle crisi; V Soggetti
operanti nel settore finanziario; VI Trasparenza nelle condizioni contrattuali;
VII Altri controlli, VIII Sanzioni; IX Disposizioni transitorie e finali.
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Disciplina le attività delle banche e vigila su di esse; tra i suoi ruoli vi è quello
di regolamentare i rapporti tra istituzioni bancarie e finanziarie ed il cliente.
Tra le sue novità, vi è quella di aver lasciato da parte la vecchia concezione di
banca intesa come pubblica istituzione, passando ad un concetto più moderno
che appoggia la definizione di Banca Universale, cioè una banca le cui funzioni
vanno al di là della sola intermediazione finanziaria che comprendono tutti i
ruoli chiave che essa può avere nell’ambito dell’attività finanziaria.
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La necessità di adeguarsi alla normativa europea ha indotto il nostro
legislatore ad introdurre gli elementi di de-specializzazione operativa, temporale
e istituzionale (con il T.U.B.).
Testo Unico Bancario (D. Lgs. 385/1993)
• Gli elementi di de specializzazione temporale, istituzionale e operativa
del sistema bancario dopo il T.U.B. sono i seguenti:
 Tutte le banche possono esercitare il credito a breve, medio e lungo
termine;
 Non vi è differenza di disciplina tra impresa bancaria e banche di diritto
pubblico;
 Le banche possono esercitare qualsiasi forma di finanziamento;
 Non esistono limiti circa l’ambito territoriale di attività.
T.U.F. (decreto legislativo 24 febbraio 1998 n. 58)
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Altra principale fonte normativa italiana in materia di finanza, emanata con il
decreto legislativo 24 febbraio 1998 n. 58, è il Testo unico delle disposizione in
materia di intermediazione finanziaria, noto come T.U.F. entrato in vigore il 1°
luglio 1998.
• Il testo unico disciplina in maniera organica le interazioni tra soggetti che
operano sul mercato finanziario, regolando i principali aspetti
dell’intermediazione finanziaria. Si tratta di un testo di coordinamento delle
norme vigenti in materia di servizi di investimento nel settore dei valori
mobiliari con le norme di recepimento delle direttive EUROSIM e di riforma
del diritto delle società quotate.
• Le linee guida nella stesura del TUF sono :
 La realizzazione di una legislazione semplice in modo da fissare nella
normativa primaria solo i principi generali;
 Il rafforzamento dei meccanismi di governance delle società, precisando
meglio i compiti dei diversi organi societari e specificando gli obblighi
informativi, a tutela del mercato e degli azionisti di minoranza;
 Creazione di una normativa italiana coerente e competitiva con quella dei
Paesi dell’Unione Europea, per non creare svantaggi competitivi.
Banche – Attività Bancaria
• La banca è un’impresa che svolge congiuntamente le attività di esercizio
del credito e di raccolta di risparmio tra il pubblico (T.U.B. qualifica,
all’art.10 l’attività bancaria); possono esercitare anche ogni attività
finanziaria, nonché attività connesse e strumentali.
• Nello stesso articolo si precisa che l’esercizio di tale attività è riservato alle
banche.
• Per raccolta di risparmio tra il pubblico, si intende l’acquisizione di fondi,
con l’obbligo di restituzione, sia sotto forma di depositi sia sotto altra
forma (art. 11, co.1); per l’esercizio del credito si intende non solo quei
negozi che rendono la banca creditrice di una somma di denaro e la
controparte debitrice della restituzione della stessa, ma anche i crediti di
firma, cioè la prestazione di garanzia a favore di terzi che attribuiscono il
diritto alla ripetizione delle somme pagate.
Banche – Attività Bancaria
• L’attività di raccolta delle banche sotto forma di depositi, nella pratica del
nostro paese, viene realizzata mediante due categorie tecniche:
 I depositi monetari, sono quelli la cui alimentazione e la cui utilizzazione
attivano l’esercizio della funzione monetaria (es. depositi monetari: i c/c di
corrispondenza passivi, i c/c specializzati);
 I depositi a risparmio, invece, sono quelli che non consentono l’esercizio
della funzione monetari. Questi depositi, per i quali la banca rilascia uno
speciale documento, denominato libretto di risparmio, sono destinati ad
accogliere per loro natura quote di risparmio con funzione di
accumulazione.
Banche – Attività Bancaria
• L’attività di deposito bancario nel corso degli anni ottanta e novanta ha
subito una variazione a seguito l’evoluzione dell’intermediazione bancaria
e finanziaria verificatasi, infatti sempre più risparmiatori hanno spostato le
proprie preferenze di investimento verso strumenti diversi ai semplici
depositi come obbligazioni bancarie, operazioni pronti contro termini,
prodotti di risparmio gestito.
• Le banche, inoltre, possono esercitare tutte le attività ammesse al mutuo
riconoscimento senza distinzione tra breve, medio o lungo periodo. Per
mutuo riconoscimento si intende il principio secondo cui un intermediario
finanziario comunitario può esercitare in uno Stato membro dell’ Unione
Europea le attività ammesse al mutuo riconoscimento per le quali ha già
ricevuto l’autorizzazione nel Paese d’origine.
Banche – Attività Bancaria
• L’esercizio dell’attività bancaria da parte delle banche nazionali è
subordinata ad autorizzazione da parte della B.I. che la concede quando
ricorrono le condizioni previste dall’art. 14 T.U.B.
• Con l’entrata in vigore del T.U.B. la procedura di apertura di succursali da
parte delle banche nazionali è stata completamente liberalizzata: l’attuale
art. 15 T.U.B., dispone la piena libertà di stabilimento di succursali sia in
Italia che in altri Stati dell’Unione Europea, mentre solo per operare
mediante succursali in Stati extra UE è ancora necessaria l’autorizzazione
della B.I.
• Le uniche forme societarie previste per l’esercizio dell’attività bancaria
sono la società per azioni e la società cooperativa per azioni a
responsabilità limitata, che operano ciascuna nel proprio ambito
territoriale.
Attività ammesse al Mutuo Riconoscimento
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Raccolta di depositi o di altri fondi rimborsabili;
Operazioni di prestito;
Leasing finanziario;
Servizi di pagamento;
Emissione e gestione di mezzi di pagamento (carte di credito, travellers cheques);
Rilascio di garanzie e di impegni di firma;
Operazioni per proprio conto o per conto della clientela in:
Strumenti di mercato monetario,
Cambi,
Strumenti finanziari a termine e opzioni,
Contratti su tassi di cambio e tassi d’interesse,
Valori mobiliari,
Partecipazione alle emissioni di titoli e prestazioni di servizi connessi;
Consulenza alle imprese in materia di struttura finanziaria;
Servizi di intermediazione finanziaria del tipo “money broking”;
Gestione o consulenza nella gestione di patrimoni;
Servizi di informazione commerciale;
Locazione di cassette di sicurezza;
Altre attività che, ampliano l’allegato alla seconda direttiva CEE 89/646.
Banche nazionali, dell’Unione Europea ed Extracomunitarie e accesso al mercato bancario
Banche Nazionali
Attività
ammesse al
mutuo
riconoscime
nto
Apertura di
prima
succursale

In Italia: liberalizzata
(solo comunicazione
preventiva alla B.I. per
l’apertura della prima
succursale)

In UE: liberalizzata
(solo comunicazione
preventiva alla B.I.)
Banche Comunitarie
Banche Extra
Comunitarie
Comunicazione preventiva
alla Banca d’Italia da parte
dell’Autorità dello Stato
d’origine
Autorizzazione della Banca
d’Italia sentito il Min. Affari
Esteri
Comunicazione preventiva
alla
B.I.
da
parte
dell’Autorità dello Stato
d’origine
Autorizzazione della B.I.,
sentita la Consob per le
attività di intermediazione
mobiliare

In Stati extra UE:
(Autorizzazione della B.I.)
Attività
ammesse al
mutuo
riconoscime
nto
Libera
prestazione
di servizi
1) In UE: liberalizzata (solo
comunicazione
preventiva alla B.I. prima
dell’inizio dell’attività);
2) In Stati Extra UE:
(autorizzazione
preventiva della B.I.;
previo
parere
dell’autorità di vigilanza
del paese ospitante)
Rapporto Banche - impresa in Italia
Le banche rappresentano in Italia, il primo canale di finanziamento esterno delle
imprese, in particolare di quelle piccole e medie. I motivi principali stanno nella
bassa soglia di accesso al credito, nell’elevata flessibilità e nella rapidità di erogazione
dei prestiti, nella congiunzione con i servizi di pagamento, nella maggiore
accessibilità, anche dal punto di vista del costo, rispetto ai finanziamenti mobiliari,
nel sostanziale distacco della banca, che non interferisce nella gestione dell’impresa.
Le piccole e medie imprese, mostrano una limitata articolazione nelle forme di
finanziamento e una scarsa apertura verso l’apporto di mezzi propri dall’esterno; ne
conseguono strutture finanziarie spostate verso il debito, soprattutto a breve
termine, a sostegno del quale è posto, spesso, il patrimonio personale
dell’imprenditore, così determinando una commistione non desiderabile e una
valutazione del merito creditizio non trasparente. La fragilità delle strutture
finanziarie ha come conseguenza un improprio trasferimento alle banche di parte
del rischio d’impresa.
Verso l’Accordo di Basilea 1
• Negli ultimi venti anni, per effetto dell’introduzione del Testo unico delle
leggi in materia bancaria e creditizia e del processo di concentrazione del
sistema bancario, si è assistito a un profondo processo di cambiamento
che ha interessato i principali fattori che influenzano il rapporto bancaimpresa e che ha introdotto le banche a un ripensamento delle modalità
di intervento di quest’aria di attività.
• L’esigenza di regolamentare l’attività bancaria attraverso la previsione di
requisiti patrimoniali che valutassero la dotazione del capitale del singolo
intermediario in relazione al rischio insito nel portafoglio degli impieghi ha
trovato nel corso degli anni ottanta un fervido sviluppo nella maggior
parte dei paesi occidentali.
• Le regole di Basilea (1988) sono il più importante sistema di norme per il
mondo bancario. Dopo la crisi degli anni Settanta, infatti, emerse
prepotente la necessità di “modellare” un sistema unitario e globale di
regole per i big della finanza, che rischiavano assai spesso di destabilizzare
l’economia globale. Con l’ultima crisi si è giunti alla terza formulazione di
questo corpus di norme, Basilea 3, che ancora diverse banche nel mondo
stanno cercando di implementare.
Verso l’accordo di Basilea 1
• Le regole di Basilea non sono però una questione astratta: disegnate per
stabilizzare il mondo finanziario e imporre ai suoi protagonisti delle
corrette pratiche in termini di capitalizzazione, di gestione del rischio e di
liquidità, che condizionano fortemente i loro impegni verso l’economia
reale e quindi anche aziende e cittadini.
• Gli Accordi di Basilea sui requisiti patrimoniali delle Banche sono il frutto
del lavoro del Comitato di Basilea, istituito dai governatori delle Banche
Centrali dei 10 paesi più industrializzati (G10) alla fine del 1974.
• Il Comitato di Basilea per la Vigilanza è un organismo di consultazione con
sede a Basilea in Svizzera.
• Le linee guida, gli standard, le raccomandazioni del Comitato sono
formulati nell’aspettativa che le singole autorità nazionali possano
redigere disposizioni operative che tengano conto delle realtà dei singoli
stati. Il Comitato incoraggia la convergenza verso approcci comuni e
comuni standard.
Verso l’accordo di Basilea 1
• In Europa la questione della dotazione patrimoniale connessa al rischio
era già presente in Francia e nel Regno Unito sin dall’inizio degli anni
ottanta con la previsione esplicita di requisiti patrimoniali ponderati per il
rischio delle attività creditizie.
• In Italia con la delibera del Comitato interministeriale del Credito ed il
Risparmio (CICR) del 23 dicembre 1986 sono stati introdotti, in riferimento
alla dotazione patrimoniale, due requisiti patrimoniali. Il primo è
rappresentato dal coefficiente di solvibilità dell’8% dato dal rapporto tra il
patrimonio ed i crediti per cassa e firma ponderati per il rischio sulla base
di coefficienti fissati .
• Il secondo ratio è un coefficiente dimensionale con un floor pari al 4.4%
dato dal rapporto tra il patrimonio ed i crediti per cassa erogati dalle filiali
italiane.
• Nel luglio del 1988 si raggiunge l’Accordo di Basilea 1 che rappresenta il
primo tentativo di avere una regolamentazione omogenea, valida a livello
internazionale per tutti gli intermediari finanziari, relativa ai rischi creditizi.
Basilea 1
• Basilea 1 è un complesso di regole emanato dal Comitato di Basilea nel
1988 che ha dato vita alla normativa sul capitale di vigilanza degli istituti
finanziari. L’accordo è stato emendato nel 1996 con l’estensione della
regolamentazione sui requisiti di capitale anche ai rischi mercato (trading
book).
L’Accordo di Basilea 1 si fonda su semplici principi base:
 Poiché ogni impiego bancario comporta l’assunzione di un certo grado di
rischio, questo deve essere quantificato e supportato da un adeguato
livello di capitale proprio, detto di vigilanza;
 Il rischio degli impieghi bancari deve essere suddiviso in rischio di credito,
legato alla possibile inadempienza delle controparti agli obblighi
contrattuali e rischio di mercato, legato alla possibilità per le banche di
subire perdite dovute a variazioni dei prezzi delle attività finanziarie
intermedie.
Tale accordo impone alle banche di detenere un patrimonio di vigilanza (o
capitale di vigilanza) pari a non meno dell’8% del totale delle attività
ponderate per il loro rischio.
Basilea 1
• Uno dei principali aspetti innovativi di Basilea 1 è la definizione di capitale
di vigilanza con una separazione tra il concetto di patrimonio di base (o
Tier 1) e quello di patrimonio supplementare (o Tier 2).
 Il primo rispecchia la definizione aziendalistica in quanto comprende il
capitale sociale, gli utili non distribuiti e le riserve.
 Il secondo è una misura innovativa di patrimonio in quanto considera il
debito subordinato, i fondi rischi e gli strumenti ibridi.
• Secondo l’accordo ai fini prudenziali il rapporto tra il Tier 2 ed il Tier 1 non
poteva eccedere il 50%.
Basilea 1
La formula alla base dell’accordo di Basilea 1 è la seguente:
Patrimonio di vigilanza
_____________________________________________ >=8%
Attivo ponderato (rischio di credito , rischio di mercato)
•
Le ponderazioni di rischio previste dall’Accordo sono diversificate a seconda
del grado di esigibilità delle esposizioni e della tipologia di emittente, al fine di
fornire un livello di rischio medio ponderato dal portafoglio creditizio del
singolo intermediario a partire dalla quantificazione deterministica della
rischiosità delle singole esposizioni in nulla (0)%, minima (20%), media (50%),
alta (100%).
•
Il sistema di ponderazione, che misura il rischio di credito si basa
esclusivamente sui seguenti coefficienti, in relazione alla tipologia di debitori:
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0
per gli impieghi verso governi centrali, banche centrali e Unione Europea;
20% per gli impieghi verso enti pubblici, banche e imprese di investimento;
50% per i crediti ipotecari e le operazioni di leasing su immobili;
100%per gli impieghi verso il settore privato;
Basilea 1
• La logica di Basilea 1 è legare il rischio insito nel portafoglio attività delle
banche con la rispettiva dotazione patrimoniale.
Segue che le banche ad ogni incremento dell’attivo aumentano il capitale di
vigilanza, proporzionalmente ai coefficienti di ponderazione relativi alla
tipologia dei nuovi debitori. Viceversa, al fine di non dover accantonare
troppo capitale di vigilanza le banche riducono le attività, e quindi le
prospettive di guadagno, o in alternativa ricompongono l’attivo stesso a
favore di operazioni e/o controparti meno rischiose.
Es. 1: investimento in Titoli di Stato (100 Euro)
Patrimonio di vigilanza = 8%*100*0=0 euro
Nel caso di una attività sotto forma di B.O.T. per 100 Euro, la banca non è
obbligata ad accantonare patrimonio di vigilanza a garanzia del credito, in
quanto la controparte (lo Stato Italiano ) è considerata “sicura”.
Basilea 1
Es.2: Finanziamento ad un’impresa con ultimo bilancio positivo (100 Euro)
Patrimonio di viglianza=8%*100*100%=8 Euro
Se la banca concede credito ad un’impresa privata, quindi, il coefficiente di
ponderazione da considerare è del 100%; pertanto a fronte di un
finanziamento concesso di 100 Euro, la banca doveva accantonare a riserva
pari a 8 Euro, indipendentemente da valutazioni sugli equilibri patrimoniali,
finanziari, economici, e quant’altro chiarire con precisione il “reale “ stato di
salute dell’impresa.
Basilea 1
• L’accordo di Basilea 1 non aveva alcuna rilevanza nell’ambito delle scelte di
concessione di credito alle imprese private da parte delle banche, poiché
ciascun finanziamento concesso, qualunque fosse la situazione finanziaria
dell’impresa, non aveva riflessi sul coefficiente di ponderazione del nuovo
attivo bancario (credito) e sulle conseguenze in termini di
accantonamento di capitale di vigilanza.
• Ne consegue che a parità di dotazione patrimoniale richiesta, le banche
fossero incentivate a preferire, nell’ambito della stessa tipologia di clienti,
investimenti più rischiosi per ottenere una maggiore redditività
complessiva.
• L’applicazione dei requisiti minimi di capitale correlati al rischio e
l’introduzione di un approccio standard rispondeva alla duplice esigenza
sia di garantire la stabilità e solvibilità del sistema finanziario sia di
assicurare una maggiore concorrenza tra le banche operanti nello scenario
internazionale.
Critiche mosse all’Accordo di Basilea 1
Con l’evoluzione del sistema bancario con una sempre maggiore integrazione
internazionale e il succedersi delle crisi finanziarie nei paesi emergenti (Messico,
Russia, Far East), segnale questo ultimo di frequenti fenomeni di moral hazard e di
selezione avversa, hanno stimolato verso la fine degli anni novanta un’ampia e
approfondita discussione sia tra le istituzioni nazionali ed internazionali sia in ambito
accademico. Punti di partenza di tale discussione sono state le critiche mosse
all’Accordo di Basilea 1, tra le quali si evidenziano:
 L’assenza di obblighi di cooperazione internazionale in materia di vigilanza;
 La stima approssimativa del rischio di credito (anelasticità dei coefficienti di
ponderazione di rischio, ponderazioni fisse per macro tipologie di controparti,
mancanza di stress test);
 L’assenza di potenziali benefici collegati alla diversificazione del portafoglio;
 L’incompleta copertura dei rischi (es. rischi operativi, di concentrazione);
 L’assenza di norme specifiche per le cartolarizzazioni (favorendo arbitraggi di
capitale, si migliora artificiosamente il requisito di capitale ricorrendo a securitization
senza ridurre il requisito effettivo degli attivi);
 L’assenza di procedure standardizzate per la disclosure con il mercato.
Basilea 1
Basilea 1: Limiti
 Non vi è differenzazione delle misure di rischio per la stessa tipologia di
clientela;
 Non viene considerata la scadenza del prestito;
 vengono considerati i rischi operativi;
 Non viene considerata la diversificazione di portafoglio quale elemento di
riduzione del rischio.
Basilea 2
•
Con il processo di consultazione ed di convergenza a livello internazionale tra i
paesi del G10 si arriva alla definizione del Nuovo Accordo di Basilea 2, i cui principi
sono descritti in International Convergence of Capital Measurement and Capital
Standards.
Il nuovo Accordo (Basilea 2) è stato recepito a livello europeo dalle seguenti direttive:
 2006/48/CE del 14 giugno 2006 relativa all’accesso all’attività degli enti creditizi al
suo esercizio;
 2006/49/CE del 14 giugno 2006 relativa all’accesso all’adeguatezza patrimoniale
delle imprese di investimento e degli enti creditizi al suo esercizio.
•
Con Basilea 2 si ha un cambiamento rilevante sull’accordo sul capitale, il cui
obiettivo di fondo è sviluppare, presso gli intermediari finanziari, la cultura del
rischio e creare un legame diretto tra il grado di patrimonializzazione e il livello di
rischio effettivamente assunto, coinvolgendo e responsabilizzando il management.
•
Il Comitato ha ispirato la nuova regolamentazione al principio di proporzionalità ed
al criterio di gradualità.
Basilea 2
• Basilea 2 è il nuovo accordo internazionale sui requisiti patrimoniali delle
banche. In esse le banche dei paesi aderenti dovranno accantonare quote
di capitale proporzionale al rischio derivante dai vari rapporti di credito
assunti, valutato attraverso lo strumento di rating.
• L’accordo di Basilea 2 ha come obiettivo quello di sopperire le lagune del
precedente protocollo nato con l’obiettivo di stabilire degli standard
comuni in merito alla gestione del credito delle banche diventate troppo
poco prudenti. Il mancato raggiungimento di alcuni obiettivi inizialmente
fissati da Basilea 1 portò il Comitato a presentare nel 1999 una nuova
proposta che va sotto il nome di Basilea 2.
• Uno dei nodi da sbrogliare riguardava in primis il fatto che l’accordo
Basilea 1 valutava le aziende in base a requisiti molto semplificati (come
negli obiettivi dell’accordo). Esso si limitava infatti a prendere atto della
storia patrimoniale di un’azienda, e della sua capacità attuale di rimborso,
ma non si proponeva di valutare in modo dinamico la capacità dell’azienda
di generare reddito.
Basilea 2
• Basilea 2 ha indotto le banche a una maggiore strutturazione dei processi
creditizi, a una maggiore standardizzazione e formalizzazione delle
informazioni e a una diversa articolazione delle fasi di valutazione dei fidi.
• Sono stati rivisti i requisiti patrimoniali minimi delle banche, rendendoli
più sensibili al rischio dei singoli prestiti, e sono stati introdotti nuovi
sistemi di misurazione del rischio degli investimenti bancari.
• Ciò che cambia la sostanza dell’accordo è l’introduzione della nuova
metodologia di valutazione del rischio di credito, e quindi della
determinazione dei coefficienti di ponderazione dei singoli investimenti.
Basilea 2, prevede l’abbandono dei coefficienti fissi in funzione della
tipologia di debitore (0, 20%, 50%, 100%) .
Basilea 2
Il contenuto del nuovo accordo si articola in tre pilastri, così riassunti:

Requisiti patrimoniali minimi;
 Controllo Prudenziale – maggiore
l’adeguatezza patrimoniale delle banche;
 Disciplina e trasparenza del mercato;
discrezionalità
nel
valutare
Requisiti patrimoniali minimi
• Il nuovo accordo modifica notevolmente il trattamento del rischio di
credito, introduce tecniche di gestione del rischio operativo e lascia
sostanzialmente inalterato il trattamento del rischio di mercato.
• Si introduce il rischio operativo, a fianco del rischio di credito e di mercato,
e si utilizzano criteri di calcolo più affinati nella misurazione del rischio di
credito (rating). Rimane invariato il coefficiente minimo dell’8%, ma
mutano le regole di calcolo del coefficiente di ponderazione.
•
Per la prima volta viene previsto a livello normativo l’utilizzo del rating per
la misurazione del rischio di credito da utilizzarsi per stabilire
l’assorbimento minimo del capitale.
Requisiti patrimoniali minimi
• Per il calcolo del rischio di credito sono previste tre metodologie
utilizzabile dalle banche, il primo è il metodo standard (SA), nel quale si
combinano un insieme di ponderazioni per il rischio fissate per tipologia di
esposizione con le valutazioni di merito fornite dalle agenzie di rating.
• La valutazione delle imprese affidate (o da affidare) sarà effettuata da
agenzie di rating esterne appositamente autorizzate dall’Autorità di
Vigilanza. A seconda del rating attribuito, verrà utilizzata una
ponderazione diversa per il calcolo dell’accantonamento di capitale.
• Nel caso in cui l’impresa sia sprovvista di rating, la ponderazione stabilita
dall’accordo di Basilea 2, è la medesima già prevista da Basilea 1.
• Se ad un’impresa non è stato attribuito alcun rating da agenzie esterne, e
la banca utilizza l’Approccio Standard, non dovrebbero esserci modifiche
sostanziali tra il nuovo e l’attuale schema di vigilanza.
Requisiti patrimoniali minimi
• Il secondo metodo è l’approccio basato sui rating interni (IRB),nel quale la
banca stima internamente solo la probabilità di default; a sua volta
ulteriormente distinto, sulla base del numero di parametri di rischio che la
banca stima con modelli interni, in :
 Approccio di Base (FIRB), nel quale la banca stima internamente solo la
probabilità di default ed utilizza stime fissate dal Comitato per i restanti
parametri di rischio; pensato per banche con limitata esperienza nel
rating;
 Approccio Avanzato (AIRB), nel quale la banca utilizza esclusivamente
stime interne dei fattori di rischio. Pensato per banche che avranno
dimostrato alle Autorità di aver sviluppato strumenti di controllo del
credito raffinati ed affidabili.
La metodologia dei rating interni: il valore delle attività ponderate per il
rischio sarà determinato direttamente dalle banche mediante modelli
propri finalizzati all’attribuzione del rating a ciascuno debitore.
A tal proposito le banche dovranno adottare uno specifico modello interno
che dovrà essere approvato dalla Banca d’Italia.
Le metodologie base (IRB) prevedono quattro componenti per
il calcolo del rischio di credito:
•
PD (Probability of Default) data dal rating: misura la probabilità che una
controparte diventi inadempiente entro un orizzonte temporale di un anno;
•
LGD (Loss Given Default): rappresenta il tasso di perdita stimato su una
determinata esposizione in caso di default della controparte. La perdita deve
essere intesa come perdita economica e non come perdita contabile, pertanto
oltre ad includere l’ammontare delle esposizione non recuperate vanno ad
essa aggiunti gli interessi ed i costi accessori sostenuti per il recupero;
•
EAD (Exposure at Default): rappresenta la stima dell’ammontare di fido
presumibilmente utilizzato dalla controparte al momento dell’inadempienza;
•
Maturity (Vita residua del prestito)-Durata: è il parametro riferito alla vita
residua di un prestito pari alla media delle durate residue contrattuali dei
pagamenti, ciascuna ponderata per il relativo importo. All’interno delle
funzioni di ponderazione degli attivi è previsto un floor a un anno ad una
correzione degli attivi ponderati per durate da uno a cinque anni.
Requisiti patrimoniali minimi
• Il terzo, ultimo, metodo è l’approccio avanzato basato sui rating interni,
nel quale la banca utilizza esclusivamente stime interne dei fattori di
rischio considerando tutti i risk drivers.
• La differenza tra l’approccio “base” (Foundation) e quello “avanzato”
(Advanced), risiede nella libertà di stima delle quattro componenti il
rischio di credito.
Il requisito patrimoniale sarà calcolato a partire da queste
quattro componenti del rischio di credito
1)PD:
Probabilità che la
controparte
sia
insolvente,
misurata dal
rating
X
2)LGD:
Speranza di
recupero in caso
di insolvenza,
tanto più alto
quanto sono
migliori le
garanzie
3)EAD:
Rischio di
aumento
X nell’importo
prestato, che è
maggiore al
crescere dai
margini non
utilizzati
X
4)MATURITY:
Durata della
operazione che
influenza il
rischio che il
rating possa
peggiorare
= Requisito
patrimoniale
Requisiti patrimoniali minimi
PD
Stimato dalla banca
LGD
EAD
MATURITY
……………………e fissati dalle Autorità nell’IRB Foundation
Stimati dalla banca nell’IRB Advanced
Maggiore discrezionalità nel valutare l’adeguatezza
patrimoniale delle banche
• Punta ad accrescere i poteri di controllo delle Autorità di Vigilanza, che
dovranno verificare, oltre ai requisiti minimi basati su un puro calcolo
matematico, anche l’applicazione, da parte degli istituti di credito, di
politiche e procedure organizzative, per la misura e il governo dei propri
rischi.
• Si richiede alle banche di valutare l’adeguatezza patrimoniale anche con
riferimento ad eventuali rischi diversi da quelli presidiati dal requisito
patrimoniale complessivo.
• Il secondo pilastro tratta la supervisione del sistema finanziario ed affianca
alle regole quantitative un processo interattivo e dialettico tra Autorità di
vigilanza, Comitato e singole banche, valutando se sussiste la capital
adeguacy, ossia se vi è coerenza tra adeguatezza dei mezzi patrimoniali e
rischi assunti. Le Autorità di vigilanza esamino l’ICAAP (International
Capital Adeguacy Assessment Process), ossia l’attività strategica e di
supervisione sull’adeguatezza del patrimonio e sul relativo processo
interno, e attivano eventualmente le opportune misure correttive, laddove
non dovesse sussistere la capital adeguacy;
Disciplina e trasparenza del mercato
•
•
•
L’accordo obbliga gli istituti di credito a fornire maggiori informazioni al mercato,
affinché il pubblico degli investitori possa verificare in maniera chiara e
trasparente, le condizioni di rischio e di patrimonializzazione delle singole banche.
Il terzo pilastro introduce cambiamenti nella diffusione di informazioni da
comunicare al pubblico sia per quanto attiene il bilancio che le aree di rischio.
Sono previsti limiti con riferimento sia all’entità dei rischi nei confronti di ciascuna
controparte, sia all’ammontare complessivo delle esposizioni di maggiore importo.
Segue che il mercato punirà le Banche troppo rischiose, chiedendo tassi più alti o
rifiutandosi di finanziarle.
•
Il secondo e il terzo pilastro sono di particolare interesse per il settore bancario e
per gli operatori finanziari, mentre il primo assume una rilevanza per il soggetto a
cui si deve concedere il finanziamento (le imprese).
•
L’Accordo di Basilea 2 non solo garantisce che le banche dispongono di un capitale
adeguato a sostenere tutti i rischi connessi con la loro attività, ma tende anche ad
incoraggiarle nell’elaborazione e nell’uso di migliori tecniche per monitorare e
gestire tali rischi.
I tre pilastri
Il nuovo accordo viene descritto come un architettura basata su tre pilastri, costituenti un sistema unitario e integrato
Requisiti Patrimoniali Min.
Ogni Banca deve possedere
l’8% del capitale prestato.
Sono calcolati considerando
sia il rischio operativo, sia
quello di mercato.
Controllo Prudenziale
Hanno
discrezionalità
l’adeguatezza
delle banche.
Disciplina di mercato
maggiore Regole di trasparenza per
nel valutare l’informazione al pubblico più
patrimoniale stringenti.
Il rating
La valutazione
Da agenzie esterne
dell’affidabilità creditizia specializzate
delle imprese può essere
calcolata:
Dalla banca con criteri
autonomi
Rating Esterno
Rating Interno
Critiche all’Accordo di Basilea 2
• Anche sul documento originario di Basilea 2 sono state formulate numerose critiche che hanno
portato a modifiche sull’accordo. Le tre principali riguardano:
La discriminazione tra banche (quelle piccole non potranno utilizzare le metodologie più
avanzate, quindi subiranno un onere patrimoniale maggiore rispetto ai grandi gruppi);
La penalizzazione del finanziamento alle piccole e medie imprese (PMI) indotto dal sistema dei
rating interni;
Il problema della pro ciclicità finanziaria ( nei periodi di rallentamento economico, l’Accordo
avrebbe effetto di indurre le banche a ridurre gli impieghi, causa il crescere del rischio, con la
potenziale conseguenza di inasprire la crisi stessa).
• La diagnosi del Comitato di Basilea e del Financial Stability Board (FSB) ha individuato 3 elementi
di debolezza principali: la cosiddetta pro ciclicità dei coefficienti di capitale (cioè il fatto che
l’aumento del rischio in fasi macroeconomiche recessive tende, attraverso l’adeguamento del
capitale, a determinare una restrizione del credito aggregato, accentuando la recessione); i
conflitti di interesse derivanti sia dall’uso dei modelli interni di valutazione del rischio sia dal
rapporto di stretta collaborazione e clientela fra le agenzie di rating e le banche; l’insorgere di
vaste aree di attività bancaria o parabancaria fuori bilancio e, non regolate e non soggette a
requisiti prudenziali.
Basilea 3
• A seguito delle critiche mosse dall’accordo di Basilea 2, il Comitato ha
iniziato l’elaborazione di nuove linee guida pubblicando le prime proposte
con Basilea 3.
• Il manifestarsi e l’accentuarsi della crisi finanziaria ha accelerato il
ridisegno delle regole da parte delle autorità di vigilanza. Basilea 3 pone,
al centro dell’attenzione, l’esigenza di una più stretta relazione tra rischi e
patrimonio della banca.
• Il Comitato di Basilea ha emesso, nella seconda metà del 2009, una serie
di documenti ai fini consultativi contente un pacchetto di proposte per il
rafforzamento del sistema bancario a fronteggiare shock di tipo finanziario
ed economico, riducendo nel contempo rischi di contagio dai settori
finanziari all’economia reale.
• La fase di consultazione si è conclusa ad aprile 2010 ed ha visto coinvolti
oltre 300 tra istituzioni finanziarie ed operatori specializzati; nello stesso
mese si è conclusa la fase di consultazione presso la Commissione Europea
per la discussione delle modifiche da apportare alla disciplina
regolamentare sui requisiti patrimoniali alla luce del nuovo pacchetto di
proposte.
Basilea 3
• La regolamentazione di Basilea 2.5 ha migliorato la misurazione dei rischi
riguardanti le operazioni di cartolarizzazione (Le banche dovranno
effettuare analisi più rigorose del merito di credito per le posizioni in
cartolarizzazioni provviste di rating esterno, ossia non determinato dalla
stessa banca) e quelle relative alle esposizioni collegate al portafoglio di
negoziazione, infatti è previsto un aumento dei requisiti patrimoniali a
fronte delle attività di negoziazione in strumenti derivati, e delle
cartolarizzazioni complesse detenute in portafoglio.
• La regolamentazione di Basilea 3 costituisce una sorta di “aggiornamento”
di Basilea 2 e Basilea 2.5, che ha rafforzato ed integrato le zone che hanno
evidenziato le maggiori debolezze o criticità.
• Basilea 3 è un insieme articolato di provvedimenti di riforma, predisposti
dal Comitato di Basilea per la vigilanza bancaria al fine di rafforzare la
regolamentazione, la vigilanza e la gestione del rischio del settore
bancario. L’accordo mira a rafforzare il patrimonio delle banche ed evitare
crisi globali future. Un sistema bancario solido e stabile è fondamentale
per assicurare una crescita economica sostenibile, poiché le banche sono
al centro del processo di intermediazione creditizia tra risparmiatori e
investitori.
Basilea 3
• L’accordo pubblicato nel dicembre del 2010, ha fissato coefficienti
patrimoniali più elevati e introdotto un nuovo schema di
regolamentazione della liquidità.
• Il Comitato ha introdotto un pacchetto di riforme al frame work
internazionale di regolamentazione del capitale, al fine di indirizzare e
risolvere i punti di debolezza del sistema finanziario che la recente crisi ha
fatto emergere, con effetti negativi sull’economia reale.
Basilea 3
Le principali novità di Basilea 3 riguardano i seguenti aspetti:
Il miglioramento della qualità del capitale, assicurando che tutti i rischi di
perdita insiti nell’esercizio dell’attività creditizia siano adeguatamente coperti;
L’introduzione del leverage ratio come misura supplementare ai requisiti
patrimoniali risk-based introdotti con Basilea 2;
L’introduzione di una serie di misure volte a promuovere la Costruzione di
buffer di capitale anticiclici;
L’introduzione dei requisiti minimi per misurare e controllare il rischio di
liquidità;
Assicurare la vigilanza per le banche che hanno particolare rilevanza a livello
sistemico.
Basilea 3
•
•
•
•
•
Al fine di una corretta comprensione delle nuove norme di Basilea, la Banca d’Italia
ha istituito al proprio interno un help-desk Basilea 3 per assistere le banche
italiane nel processo in corso.
Basilea 3 prevede un aumento del rapporto tra il capitale di una banca e le sue
attività ponderate per il rischio: queste sono i prestiti e i titoli che la banca detiene,
ciascuno moltiplicato per un peso tanto più quanto maggiore è la sua rischiosità.
Il capitale è una garanzia di stabilità, perché assorbe le eventuali perdite di valore
dell’attivo. Quanto maggiore è il capitale, tanto minore è la probabilità che una
banca fallisca.
Paradossalmente, Basilea 3 cerca, di porre rimedio agli effetti indesiderati di una
crescita eccessiva dei finanziamenti, richiedendo alle banche l’adempimento di
requisiti aggiuntivi in termini di capitalizzazione ma lasciando indeterminato il
quadro delle possibili misure qualora si verifichi il caso contrario.
La nuova situazione impone alle banche di affinare i modelli di valutazione
dell’impresa. Ciò richiede la disponibilità di adeguate tecnologie e competenze
professionali e l’adozione di un assetto organizzativo che faciliti il contatto con
l’impresa, l’acquisizione delle necessarie informazioni, la corretta e tempestiva
decisione sull’affidamento.
Basilea 3
• La nuova normativa punta ad una crescita della qualità del patrimonio di
vigilanza. Più in generale, per il calcolo del patrimonio si dovranno
utilizzare strumenti finanziari più robusti e verranno introdotte deduzioni
da patrimonio di vigilanza più severi.
• Alle banche Basilea 3 chiede garanzie su capitale e liquidità. In particolare
sono imposte delle soglie minime di capitale agli istituti di credito per
evitare che shock finanziari le mettono in ginocchio (riflettendosi
sull’intero sistema). Rimane invariato all’8% il requisito minimo del
patrimonio totale, mentre aumentano rispettivamente dal 2% al 4.5% il
requisito minimo di common equity, ed il requisito minimo del patrimonio
di base (Tier1) dal 4% al 6%.
• Il common equity, ossia le azioni ordinarie più le riserve di utili dunque la
componente di massima qualità del patrimonio di una banca, deve essere
pari ad almeno il 4.5% degli attivi ponderati per il rischio, ossia dei prestiti
effettuati per un coefficiente che cambia a seconda della loro rischiosità.
Un prestito a un’impresa, in genere è più rischioso di un prestito a uno
Stato o una famiglia. Lo scopo della regola è quello di fare in modo che, se
alcuni prestiti della banca cadono in sofferenza o non vengono restituiti,
l’istituto abbia del capitale sempre libero per far fronte alle perdite.
Basilea 3
• A questa quota del 4.5% si aggiunge una quota del 2.5% , il cosiddetto
cuscinetto di protezione (conservation buffer), che costituisce un’altra
protezione e porta il core tier 1 ratio minimo al 7 per cento. Più
precisamente, nei periodi in cui sono assenti tensioni è richiesto alle
banche di accantonare riserve patrimoniali per formare un cuscinetto
(buffer) di conservazione del capitale costituito da common equity in
misura pari al 2.5% delle attività ponderate per il rischio, con l’obiettivo di
portare al 7% il requisito totale di common equity.
• Altro elemento volto a rafforzare i requisiti patrimoniali in argomento è il
buffer anticiclico: in caso di una crescita del credito tale da poter generare
un accumulo intollerabile di rischio sistemico, le autorità nazionali
possono imporre tale cuscinetto costituito da common equity in misura
compresa tra lo 0% e il 2.5%.
Basilea 3
• Molto importante è anche l’indicatore di breve termine della liquidità. Il
nuovo quadro normativo prevede un liquidity coverage ratio (LCR) capace
di coprire la liquidità della banca entro 30 giorni. Sarà introdotto il 1°
gennaio 2015, accrescerà la resistenza delle banche nel breve periodo a
potenziali crisi di liquidità, imponendo loro di mantenere un buffer di
attività liquide di alta qualità sufficiente a far fronte ai deflussi di capitali
connessi a uno scenario di intense tensioni (stress) di breve termine, come
definito dalle autorità di vigilanza.
• L’indicatore è rappresentato come segue:
Attività liquide di elevata qualità
____________________________________>=100%
Deflussi di cassa netti nei successivi 30 gg
Basilea 3
• Per la stima si deve tener conto di considerevoli prelievi dalla raccolta da
clientela; del possibile peggioramento della capacità di raccolta sul
mercato all’ingrosso; di un utilizzo più elevato rispetto al normale delle
linee di credito da parte della clientela affidata; dei deflussi di cassa che
potrebbero derivare dal deterioramento del rating della banca; della
possibilità che la banca sia costretta a rimborsare i propri debiti per
mitigare il rischio di reputazione. Si tratta di un requisito in grado di
condizionare gli impieghi bancari.
Basilea 3
•
L’altro standard minimo di liquidità introdotto da Basilea 3 è il Net Stable
Funding Ratio. Tale requisito, che diventerà uno standard minimo entro il 1°
gennaio 2018, è volto a far fronte agli squilibri di finanziamento e fornirà
incentivi alle banche per utilizzare fonti di provvista stabili per finanziare le
proprie attività. E’ un indicatore strutturale di più lungo periodo finalizzato a
segnalare squilibri di liquidità, che copre l’intero bilancio e incentiva le banche
a utilizzare fonti di approvvigionamento stabili.
Totale disponibile di raccolta stabile
_____________________________________> 100%
Totale richiesto di raccolta stabile
•
Il numeratore corrisponde a quella parte di finanziamenti a titolo di capitale di
debito di cui si prevede la disponibilità nell’arco di un anno in condizioni di
stress.
•
Il denominatore, è una stima del fabbisogno di finanziamenti stabili,
dipendente dalla dimensione delle attività e degli impegni fuori bilancio,
valutati in base al grado di liquidità.
Basilea 3
• Attualmente vi è un’ampia eterogeneità nella gestione del rischio di
liquidità a livello globale e nei regimi nazionali di vigilanza sulla liquidità.
• Le ultime parole della stessa Banca dei Regolamenti Internazionali (BIS) ne
hanno chiesto un’applicazione graduale fino al 2019 con l’obiettivo di
mitigare gli effetti sull’economia reale.
• Del processo che è in corso ebbene evidenziare i due provvedimenti,
emanati dal Parlamento e dal Consiglio europeo, pubblicati sulla G.U.
dell’Unione Europea in data 26 giugno 2013, rispettivamente il
Regolamento UE n. 575/2013 e la Direttiva 2013/36/UE che hanno
contribuito al cambiamento. Il Regolamento è relativo ai requisiti
prudenziali per gli enti creditizi e le imprese di investimento; la Direttiva
riguarda l’accesso all’attività degli enti creditizi e la vigilanza prudenziale
sui medesimi e sulle imprese di investimento. La Direttiva abroga le
precedenti Direttive 2006/48/CE e 2006/49/CE, che avevano recepito
buona parte dell’Accordo Basilea 2, fondendo le rispettive disposizioni nei
due nuovi atti legislativi.
Nuovi requisiti patrimoniali min. e buffer richiesti
Patrimonio base
Tier 1 Capital
Capitale Totale
(patrim.base=common equity +
altri elementi qualificati)
Minimo
Buffer di
conservazione del
capitale
Minimo + Buffer di
conservazione del
capitale
Variazione Buffer
anticiclico
4.5
6.0
8.0
(entro gen. 2015)
(entro gen. 2015)
2.5
2.5
2.5
8.5
10.5
(entro gen. 2019)
7.0
0-2.5
Critiche
Vi è parere concorde tra gli studiosi, gli operatori e le autorità di vigilanza che
sebbene la crisi sia stata la conseguenza di diversi fattori concomitanti, la vigente
normativa regolamentare e di supervisione si è mostrata inadeguata a contenere la
turbolenza finanziaria.
L’interazione tra squilibri macroeconomici, condizioni di abbondante liquidità,
innovazione finanziaria, elevata crescita dei livelli di indebitamento, hanno fattosi
che fenomeni di instabilità inizialmente circoscritti si propagassero tra mercati e
giurisdizioni, assumendo dimensione globale.
Le proposte di riforma, sia livello europeo che statunitense, convergono sulla
necessità di mettere in atto interventi sia di natura micro-prudenziale, ossia
concernenti la regolamentazione a livello di singole banche, che macro-prudenziale
(per contrastare gli effetti del rischio sistemico), ossia concernenti i rischi a livello di
sistema che possono accumularsi nel settore bancario, nonché l’amplificazione pro
ciclica di tali rischi nel tempo.
Entrambi gli approcci sono complementari, poiché una migliore tenuta a livello di
singole banche riduce il rischio di shock sistemici.
Critiche
Esiste convergenza di opinioni, invece, tra gli studiosi riguardo ai punti di debolezza che hanno
caratterizzato il contesto macro economico prima che scoppiasse la crisi.
In particolare tra le principali motivazione che hanno inasprito la crisi finanziaria sono stati
evidenziati da più parte i seguenti aspetti di rilievo tra loro spesso combinati:
Esistenza di elevati livelli di leverage tra gli attivi di bilancio;
Scarsa qualità del capitale destinato per sua natura ad assorbire le perdite;
Fase espansiva dell’offerta del credito eccessiva accompagnata da una scarsa sensibilità alla
gestione del rischio;
Assenza di buffer di liquidità sufficienti e copertura aggressiva attraverso il processo di
trasformazione delle scadenze;
Inadeguatezza della governance nella gestione del rischio e scarsi incentivi alla gestione dei rischi
in ottica di medio - lungo periodo;
Esistenza di elevati livelli di rischio sistemico a seguito delle interconnessioni tra i principali players
finanziari e l’inadeguatezza degli strumenti di supervisione che avrebbero dovuto mitigare gli effetti
della globalizzazione (too-big, to-fail).
Basilea 3 - fasi di applicazione
Fasi
Capitale
2013
Indice di leva (leverage ratio)
Requisito min. per il common
equity
2014
2015
2016
3.5%
3.5%
Applicazione delle deduzioni
dal CET1
Requisito min. per il
patrimonio di base (tier1)
Requisito min per il patrim.
totale
2018
2019
Sperimentazione 1° gennaio 2013 - 1° gennaio 2017
Informativa dal 1° gennaio 2015
4%
4.5%
Buffer di conservazione del
capitale
Requisito min. per il common
equity+buffer di
conservazione del capitale
2017
4.5%
4.5%
0.625%
1.25%
1.875%
2.5%
4%
4.5%
5.125%
5.75%
6.375%
7%
20%
40%
60%
80%
100%
100%
5.5%
6%
8%
6%
8%
Basilea 3 – Fasi di applicazione
Fasi
Capitale
Requisito min. per il
patrim. Tot.+ buffer di
conservazione del
capitale
Strumenti di capitale
non + computabili nel
non –core Tier 1 o nel
Tier 2
Liquidità
Liquidity coverage ratiorequisito min.
(LCR)
Net stable funding ratio
2013
2014
2015
8%
2016
2017
2018
2019
8.625%
9.25%
8.875%
10.5%
Esclusione su un arco di 10 anni con inizio dal 2013
60%
70%
80%
Introduzione requisito minimo
90%
100%
Conclusioni
• Il rapporto banca-impresa ha assunto negli ultimi anni maggiore rilevanza
rispetto al passato. A causa della crisi la Regolamentazione del Comitato di
Basilea, ha influito ancora di più su tale rapporto. Il Comitato di Basilea ha
pubblicato la nuova regolamentazione (Basilea 3), in risposta alla crisi
finanziaria o meglio come risposta al fallimento del quadro normativo di
Basilea 2, che non aveva impedito l’insorgere e lo svilupparsi della crisi.
• Alle modifiche normative introdotte da Basilea 3/CRD 4 operativo dal
2013, si aggiungono i risultati degli stress test dell’European Banking
Authority (EBA) e la conseguente richiesta delle banche di disporre di un
buffer di capitale temporaneo tale da garantire un Core Tier 1 ratio pari ad
almeno il 9% al netto delle deduzioni basate su haircut standard sui titoli
sovrani in portafoglio.
• Il fine di Basilea 3, illustrato in precedenza, è migliorare significativamente
la qualità del patrimonio delle banche; rafforzare i requisiti patrimoniali
delle banche; accrescere il livello di patrimonio richiesto, ridurre il rischio
sistemico, contenere la leva finanziaria, applicare un fattore di sostegno
per facilitare la concessione del credito alla piccole e medie imprese.
Conclusioni
• Uno dei maggiori timori dovuti all’introduzione delle regole di
Basilea 3, in particolare a causa dell’inasprimento delle regole in
materia di capitale, è quello di un possibile credit crunch, ovvero
della riduzione dei finanziamenti del sistema bancario verso il
settore privato, e verso le imprese. Basilea 3 persegue l’obiettivo di
innalzare il livello quantitativo e qualitativo del capitale delle
banche, con l’obiettivo finale di aumentare la capacità dei sistemi
bancari di resistere in situazioni di stress come quelle verificatesi nel
2007-2008. Pertanto, a parità di capitale, le banche non potranno
che erogare meno credito.
• Con Basilea 3 il mondo delle banche è un mondo con più capitale,
meno leva finanziaria e minori profitti. La minore profittabilità delle
banche è forse uno dei principali ostacoli alla capacità di fare capital
raising in quanto le banche non sono probabilmente in grado di
offrire rendimenti adeguati ad attrarre gli investitori.
Conclusioni
• Lo schema di regolamentazione internazionale per il rafforzamento delle
banche e dei sistemi bancari (dicembre 2010 - aggiornamento al giugno
2011) della Banca dei Regolamenti Internazionali nell’introduzione del
volume descrive: ”Uno dei principali fattori che ha reso così grave la crisi
economica e finanziaria iniziata nel 2007 è stato che i sistemi bancari di
numerosi paesi presentavano un’eccessiva leva finanziaria in bilancio e
fuori bilancio che si era accumulata nel corso degli anni precedenti. Ciò si
era accompagnato a una graduale erosione del livello e della qualità della
base patrimoniale. Inoltre, numerose banche detenevano riserve di
liquidità insufficienti. Il sistema bancario non era quindi in grado di
assorbire le conseguenti perdite sistemiche sull’attività di negoziazione e
sui crediti, né di far fronte alla re-intermediazione di ampie esposizioni
fuori bilancio accumulatesi nel “sistema bancario ombra”. La crisi è stata
ulteriormente accentuata dal processo pro ciclico di riduzione
dell’indebitamento e dalle interconnessioni tra istituzioni sistemiche
tramite una molteplicità di complesse operazioni finanziarie. Durante la
fase più acuta della crisi il mercato ha perso fiducia nella solvibilità e nella
Conclusioni
liquidità di molti istituti bancari. Le debolezza del settore si sono rapidamente
trasmesse al resto del sistema finanziario e all’economia reale. L’effetto
sulle banche, sui sistemi finanziari e sull’economia reale è stato
immediato”.
• A fronte della Crisi che le autorità dell’Unione Europea hanno accelerato i
tempi in materia di vigilanza.
• Con la crisi si è arrivati ai “salvataggi bancari” per evitare panico tra i
correntisti, nel timore che un governo nazionale non riuscisse ad
assicurare i depositi.
• Nel pieno delle tensioni finanziarie, fu decisa nel vertice europeo del
giugno 2012, L’Unione Bancaria, processo con un solo regolatore europeo
incaricato della vigilanza a fine di centrare una serie di obiettivi.
Conclusioni
•
I principali obiettivi:
 spezzare il legame pericoloso fra banche e Stato (debito pubblico dei paesi
nei quali esse sono basate);
 dare garanzia a tutti che le banche di importanza sistemica fossero vigilate
da un’autorità abbastanza forte ed indipendente.;
 favorire la reintegrazione dei mercati finanziari in quanto negli anni è
cresciuta la frammentazione del sistema bancario;
 ripristinare la corretta trasmissione di politica monetaria perché con la
crisi si è rivelata fragile la cooperazione tra i supervisori.
• Il modello di vigilanza delineato prevede la creazione di un meccanismo di
vigilanza unico per le banche dell’area euro aperto a tutti gli stati membri
che intendono aderirvi.
• Nell’autunno 2014, l’istituzione del meccanismo di vigilanza unico
rappresenterà una tappa fondamentale per la realizzazione dell’Unione
Bancaria.
• Un Unione basata su un corpus di norme completo e dettagliato sui servizi
finanziari per il mercato interno, comprendente il meccanismo di vigilanza
unico e nuovi quadri di garanzia dei depositi e di risoluzione delle crisi
bancarie.

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