Vajont - testimonianze

Report
La stazione
Frazione di Vajont
Il
Il progetto della SADE
Scavi per il tampone di
fondazione
.
Il profilo della diga
La diga del Vajont vista dalla
valle del Piave
La diga vista dalla cabina di
comando
A cinquant’anni
dal disastro
Sono in Italia già da un anno e non conosco bene la storia locale
però c’è un evento che mi ha veramente colpito: la morte di
duemila persone, tra le quali quattrocento bambini, a Longarone,
Erto, Casso, Codissago, Castellavazzo e frazioni attorno.
Avendo visitato Longarone, paese ricostruito dopo essere stato
raso al suolo dalla famosa onda di 50 milioni di metri cubi
d’acqua che è stata provocata dal crollo di un pezzo di montagna
di 260-270 milioni di metri cubi di terra e fango, la notte del
9 ottobre 1963 alle ore 22:39, mi sono accorta che la città è
il perfetto esempio di una classe politica che non prende in
considerazione i desideri degli abitanti. Prima del disastro
Longarone era un paese molto ricco e sviluppato perchè c’erano
varie segherie e Venezia aveva bisogno di legno, dato che è
costruita sui pali di legno; così Longarone facendo cambi di
merce con Venezia, città ricchissima a quel tempo, si era pian
piano arricchita. Dopo la catastrofe ogni segno di vita a
Longarone, città considerata la “ Milano del Nord”, era
completamente scomparso; di Longarone sono sopravvissuti solo
coloro che erano emigrati all’estero.
La giornalista Clementina Merlin è stata l’unica giornalista
che ha avuto il coraggio di ribellarsi contro la SADE
attraverso i suoi articoli pubblicati sul giornale “L’unita”.
La tragedia del 9 ottobre 1963 ha cambiato la vita di tantissime
persone e secondo me è stato più terribile per coloro che sono
rimasti vivi in quanto hanno perso tutto e rimangono anche con il
devastante ricordo sempre nella mente.
Per la logica del profitto sono morte 2000 persone. A
parte questa c’è anche l’incuria con cui furono gestiti i lavori da
parte dell’ingegner Biadene e prima ancora di Carlo Semenza,
ideatore e progettista morto prima del disastro, forse per il
dispiacere di sapere cosa sarebbe successo e doverlo tenerlo
dentro. Secondo me da questo fatto si può dedurre che la giustizia
non è uguale per tutti, infatti il maggior colpevole, Biadene, dei
quattro anni di galera ne ha scontato meno di uno per aver ucciso
2000 persone. Questa storia è un po’ l’emblema di come vanno le
cose in Italia.
Drajneanu Miru
na
Qualche giorno fa io e la mia classe siamo andati alla diga del Vajont, in
occasione del cinquantesimo anniversario dalla più grande tragedia al mondo
provocata dall’uomo. Nelle settimane precedenti, a scuola, se n’era parlato
tanto di questa catastrofe, ma andarci e vedere con i propri occhi quelle cose
è stato incredibile. Arrivati a Longarone la guida ci ha detto che la vita si
svolgeva tranquilla prima della catastrofe, nessuno pensava che tra il monte
Toc e il monte Salta ci sarebbe stata una diga la cui costruzione li avrebbe
uccisi. Ma a un certo punto arrivò la SADE che decise di costruircela una
diga. Ai dirigenti della società non importava nulla della natura e delle
conseguenze della creazione di un bacino artificiale. Di fatto il 9 ottobre 1963
alle 22:39 si scatenò l’apocalisse: nel lago cadde una grandissima frana che
creò un’onda che scavalcò la diga provocando 1910 vittime. Chi era
sopravvissuto fisicamente, era morto emotivamente. (…)
All’entrata del Cimitero Monumentale di Fortogna c’è una specie di museo,
dove ho visto molte foto e molti oggetti tra cui delle bambole, orologi,
strumenti musicali. Ma la cosa che mi ha fatto più indignare è stato il
telegramma che Biadene mandò a Pancini, che era in vacanza in America, nel
quale diceva che c’erano stati dei danni ai paesi, ma che la diga aveva
resistito.
Antonio Perissinotto
Questo viaggio di istruzione ha suscitato in me molte emozioni. Ho capito che
questa tragedia ha segnato e segnerà per sempre la storia d’Italia; che
parecchi uomini non hanno pensato a quello che facevano e a quello che poteva
causare la costruzione di quella diga. Ho capito che l’uomo, o devo dire lo
Stato, non è stato giusto nei confronti delle persone che vivevano lì e che
sarebbero poi morte: noi le abbiamo onorate studiando la vicenda in classe e
compiendo un viaggio della memoria.
Marco Deiuri

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