Lezione 7 Processi di patrimonializzazione

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Patrimoni-identità
Lo sguardo dell’antropologo
Cosa fa un antropologo che studia il
patrimonio ?
L’antropologo è solo lo specialista di una
specifica categoria di beni recentemente
riconosciuti dalla legislazione italiana (Beni
DEA)?
Oppure l’antropologia c’entra qualcosa anche
con il patrimonio culturale in senso più
ampio?
Torniamo alla domanda iniziale
Cosa fa allora l’antropologo che si voglia
occupare di Beni Culturali ?
Cosa fa un antropologo che studia il patrimonio
?
Accezione 1
Ad un primo sguardo potrebbe sembrare che l’antropologo è
lo specialista del patrimonio etnografico, così come lo storico
dell’arte è lo specialista del patrimonio storico-artistico, etc.
etc.
Secondo questa accezione l’”antropologo dei patrimoni
culturali” è colui che lavora (principalmente sull’Italia) per
estendere la concezione stessa di patrimonio culturale ai
“beni demoetnoantropologici” o “patrimonio etnografico”.
Esso è quindi un nuovo specialista di beni, che sono beni che
testimoniano di una civiltà, quella contadina, e pastorale, la
cultura popolare (di interesse demologico) nelle sue diverse
espressioni regionali e locali.
Cosa fa un antropologo che studia il patrimonio ?
Accezione 1
Secondo questa accezione l’antropologo del patrimonio è colui che lavora
per studiare, salvaguardare e quindi per “patrimonializzare” una certa
categoria di beni della cultura popolare, beni, materiali e immateriali.
L’antropologo sarebbe cioè colui che contribuisce a far comprendere nella
società e alle istituzioni il valore di una serie di “cose” materiali e
immateriali, che fino a pochissimi anni fa erano ignorate, appartenenti alla
cultura popolare e che testimoniano delle differenze regionali e stili di vita
appartenenti ad economie preindustriali ma che si muovono nella
contemporaneità.
Quindi: oggetti di lavoro che testimoniano della cultura contadina e
pastorale, musica tradizionale, arte popolare, artigianato popolare, saperi,
tecniche del mondo popolare agricolo, pastorale, ritualismi festivi, giochi
popolari, narrativa popolare, testimonianze orali (fonti orali), etc.
Cosa fa un antropologo che studia il patrimonio
?
Accezione 1
Secondo questa accezione l’antropologo è impegnato
in una serie di attività che si raccolgono intorno ai
campi:
1) della ricerca;
2) della documentazione e catalogazione (inventari);
3)della valorizzazione museale, cioè il campo dei musei
(nazionali, regionali, locali) ,
Cosa fa un antropologo che studia il patrimonio
?
Accezione 1
Secondo questa accezione l’antropologo è un
esperto che prende parte alle politiche
culturali, è più o meno riconosciuto a livello
istituzionale, che deve dire cosa è un
patrimonio etnoantropologico e nel dirlo,
questo patrimonio lo crea, gli attribuisce dei
confini.
Cosa fa un antropologo che studia il patrimonio
?
Accezione 1A:
Secondo altri autori impegnati nel dibattito,
l’antropologo e la sua competenza (studio
delle differenze culturali) è importante nella
salvaguardia e nella valorizzazione di altre
categorie del patrimonio, per esempio
architettonico, urbanistico e storico, di alcuni
siti.
Esempio del Sassi di Matera
Cosa fa un antropologo che studia il patrimonio
?
Accezione 2:
Secondo un’altra chiave di lettura l’antropologo è anche chiamato ad un
altro contributo in tema di patrimoni culturali.
Se l’antropologo studia e analizza i processi di costruzione delle identità
locali, il modo in cui le culture locali, regionali, nazionali si “danno” una
cultura, come si trasformano, come si rappresentano in termini culturali
e come entrano in conflitto tra loro o al loro interno, l’antropologia può
trovare molto utile anzi direi quasi doveroso, studiare il modo in cui una
società o un gruppo si costruisce il suo patrimonio culturale, cosa una
società riconosce, cosa identifica come rappresentativo di quel gruppo a
livello di “bene”, cioè cosa “patrimonalizza” e come lo patrimonializza.
Cosa fa un antropologo che studia il patrimonio
?
• Accezione 2:
L’”antropologia dei patrimoni” studia
“processi di patrimonializzazione”.
Esempio: etnografia di B. Palumbo
Processi di patrimonializzazione
• I processi di patrimonializzazione sono presenti in quasi tutte le culture e
società (culture locali, piccole comunità, gruppi etnici, regionali, o culture
nazionali);
• Sono processi che portano i gruppi, a volte più gruppi di attori all’interno
di una società, a selezionare, a decidere, a scegliere cosa merita che venga
“messo in valore”, cos’è che deve rappresentare la cultura.
• Il patrimonio culturale, nelle diverse tipologie riconosciute, ha a livello
mondiale e quasi universalmente, un forte potere simbolico, di evocare, di
rappresentare un’identità, un “chi siamo”.
• Per questo motivo il patrimonio culturale, più che essere un dato
“naturale” (il famoso valore intrinseco), è qualcosa di “storico”, che viene
selezionato per la definizione di una identità; ed è fortemente oggetto di
conflitti e di negoziazioni.
Processi di patrimonializzazione
I processi di patrimonializzazione spesso si muovono entro
dinamiche politiche (ma anche identitarie ed economiche),
che vedono gruppi interni ad una società in conflitto tra loro
(istituzioni, esperti, politici, gente comune, intellettuali) per
stabilire la correttezza o l’opportunità per esempio di un
intervento su quel quartiere o su quel sito, entro reti di
interessi di vario tipo
In questi processi vediamo in Italia coinvolti gli stessi
antropologi, con la loro volontà di “patrimonializzare”, di far
riconoscere a livello istituzionale una serie di “beni” della
cultura popolare.
Anche gli antropologi del patrimonio etnologico (accezione 1)
sono dentro i processi di patrimonializzazione.
Dintinguiamo quindi due approcci fondamentali:
1) “Oggettivista”. Il primo approccio tende ad “oggettivizzare” la cultura, in
questo caso la cultura popolare, il bene etnoantropologico, a conferirgli
un valore in sé da salvaguardare
(La concezione dell’UNESCO sul patrimonio culturale immateriale –PCIrientra in questa prima accezione)
2) “Decostruzionista”. Il secondo approccio decostruisce le categorie di
cultura e identità e studia proprio i processi di “oggettivazione culturale”
messi in atto dagli attori relativamente a qualsiasi tipologia di bene.
Questi due approcci, anche se apparentemente in conflitto non si
escludono sempre. Si possono dare posizioni intermedie di compromesso,
ad esempio una valorizzazione in campo etnoantropologico, che tenga
anche conto riflessivamente e criticamente della posizione che occupa
l’antropologo nell’arena di dibattito sul rapporto patrimoni e identità
culturale.

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