Iliade - Libro V - LE GESTA DI DIOMEDE

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Iliade - LIBRO QUINTO
Le gesta di Diomede
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Ed ecco che Pallade Atena dà furore e audacia a Diomede (Tidide), affinchè sia il più glorioso tra gli
Argivi e si conquisti fama. Nell’elmo e nello scudo gli accende un fuoco inesauribile. PARAGONE  il
fuoco che Atena accende in Diomede è simile all’astro della Canicola1 (ἀστέρ᾽ ὀπωρινῷ ἐναλίγκιον,
Sirio), che riluce splendidamente sopra tutti quando esce dal bagno di Oceano. Questo fuoco lo spinge
nel mezzo della mischia, dove più folti sono i combattenti.
Fra i Troiani c’era un certo Darete, nobile e ricco, sacerdote di Efesto: aveva due figli, Fègeo e Ideo,
combattenti esperti. Affrontano isolati Diomede: loro attaccano da una biga (τὼ μὲν ἀφ᾽ ἵπποιιν, sono i
due cavalli della biga, quindi per estensione la biga stessa), mentre Diomede attacca da terra, a piedi.
Quando sono vicini Fègeo scaglia per primo la lancia: questa non colpisce Diomede, ma gli passa sopra
la spalla. Scaglia per secondo Diomede, e la sua lancia colpisce Fègeo al centro del petto, e lo sbalza dal
cocchio. Igeo salta dalla biga, e non ha il coraggio di restare a proteggere il fratello morto. Non avrebbe
potuto sfuggire la Moira, se Efesto non l’avesse salvato avvolgendolo nella nebbia, risparmiando in
questo modo una parte di dolore al padre. Diomede stacca i cavalli e li consegna ai compagni, affinchè li
riportino alle navi. I Troiani sono scossi al vedere la sorte dei due fratelli: uno ucciso e l’altro salvo.
Intanto Atena (occhio azzurro) si rivolge ad Ares (eversore di mura), prendendolo per mano: gli chiede
se non sia meglio per loro lasciare Troiani ed Achei ad azzuffarsi, e lasciar vincire chiunque Zeus voglia
come vincitore. In questo modo potrebbero evitare la collera di Zeus. Dicendo questo allontana Ares
dalla battaglia e lo fa sedere presso lo Scamandro. I Danai a questo punto piegano i Teucri: ciascuno dei
capi scegli il suo uomo da uccidere.
Per primo Agamennone sbalza dal cocchio (ἔκβαλε δίφρου) Odío, comandante degli Alizoni: egli si era
voltato per primo, ed Agamenone gli aveva piantato l’asta nel dorso, fra le spalle, affondandogliela fino
al petto.
Idomeneo trafigge Festo, figlio del meonio Boro, giunto dalla fertile Tarne: con la lancia lo colpisce alla
spalla destra mentre sta balzando sul cocchio, e lui cade riverso dal cocchio. I servi di Idomeneo lo
spogliano delle armi.
Menelao colpisce con la lancia il figlio di Strofio, Scamandrio, esperto di caccia: questi era un ottimo
cacciatore, che la stessa Artemide istruì a ferire ogni tipo di fiera. Ma a nulla gli valsero in quella
circostanza né Artemide (urlatrice, Ἄρτεμις ἰοχέαιρα), né la bravura nel lanciare frecce. Menelao lo
colpisce al dorso, con l’asta, mentre lui gli fugge davanti: lo colpisce nel mezzo delle spalle, e la lancia
affonda fino al petto. Scamandrio crolla a terra, e le armi gli tuonano sopra.
Merione uccide Fèreclo, figlio di Tèttone Armoníde, che sapeva fabbricare ogni sorta di belle opere.
Atena (Pallade) lo amava senza misura: Merione fece per Alessandro bellissime navi, che furono
principio di mali: per tutti i Troiani, ma anche per lui, perché non conosceva il decreto degli dèi. Appena
raggiuntolo nell’inseguimento, Merione lo colpisce con la lancia alla natica destra: dritta, avanti,
attraverso la vescica, la punta della lancia arriva fino all’osso.
Mege uccide Pèdeo, figlio di Antènore, bastardo: Teano (divina) lo crebbe però con ogni cura, come i
suoi figli, per far piacere allo sposo Antènore. Mege Fileíde, venutogli a tiro, lo colpisce nel capo, alla
nuca, con la lancia. La punta di bronzo penetra dritta fino ai denti, troncandogli la lingua. Lui crolla a
terra, stringendo il bronzo freddo coi denti.
Eurípilo Evemoníde colpisce il divino Ipsènore, figlio di Dolopíone, ministro dello Scamandro, ed onorato
come un dio dal popolo.Dunque Eurípilo figlio di Evèmone lo coglie alla spalla mentre sta correndo,
fuggendogli davanti. Con la la daga gli stacca il braccio. Il braccio sanguinante cade nella pianura, e rossa
sugli occhi gli viene la morte e la Moira dura.
Così sudavano nella violenta mischia. E non si capiva da che parte stesse Idomeneo, se con i Troiani o
con gli Achei: andava impetuoso per la pianura come un fiume in piena. PARAGONE  Idomeneo è
come un fiume in piena, che né dighe né siepi possono trattenere quando scroscia la pioggia di Zeus e il
fiume è ingrossato all’improvviso. Molte opere belle di giovani cadono sotto la corrente del fiume. Allo
stesso modo Idomeneo travolge le falangi dei Troiani. E non stavano certo ad aspettarlo, sebbene
fossero in tanti.
Paragone
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Sirio è il cosiddetto astro della Canicola, l’astro il cui sorgere segna l’inizio della stagione denominata ὀπώρα, la parte dell’anno
compresa tra la salita di Sirio ed Arturo (gli ultimi giorni di Luglio, tutto Agosto e parte di Settembre, cioè l’ultima parte dell’estate).
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Non appena il figlio di Licàone (Pàndaro) vede Diomede fare impeto per la pianura e travolgere davanti
a sè le falangi troiane, tende contro di lui l’arco ricurvo, e lo colpisce mentre sta saltando: colpisce la
piastra della corazza all’altezza della spalla destra. La freccia passa dritta attraverso la corazza, che si
macchia di sangue. Poi Pàndaro sprona i Troiani: il più forte degli Achei è stato colpito, ed egli è
convinto – com’è vero che il sire figlio di Zeus (Apollo)2 lo spinse a venire dalla Licia – che Diomede non
sopporterà a lungo il dardo. Pàndaro parla in questo modo, con gioia: ma la freccia non ha il potere di
fermare Diomede, che si indietreggia soltanto, si mette davanti al carro e ai cavalli e chiama Stènelo,
figlio di Capaneo. Gli chiede di scendere dal carro, e di estrargli la freccia.
Queste le parole di Diomede. Sténelo salta a terra, e gli toglie il dardo dalla spalla, intero: il sangue
macchia il chitone. Diomede prega allora Atena, figlia di Zeus egíoco: se mai in guerra fu vicina a lui e al
padre, con animo amico, che lo protegga ora. Chiede alla dea di poter uccidere Pàndaro, chiede che gli
venga a tiro di lancia: Pàndaro l’ha colpito per primo, e si vanta di quello che ha fatto, e dice che lui non
vedrà per molto ancora la luce del sole.
Questa la sua preghiera. Atena (Pallade) lo ode, e gli rende nuovamente pronte le gambe e le braccia, e
– standogli vicina – gli parla: lo esorta a battersi nuovamente contro i Troiani, ora che gli ha ispirato nel
petto la stessa furia paterna, quella che già aveva Tideo (cavaliere agitatore di scudo, σακέσπαλος
ἱππότα Τυδεύς). E gli dice che gli ha anche tolto dagli occhi quella nube che gli impedisce di vedere, in
modo tale che ben riconosca gli dèi e i mortali. Se quindi un dio venisse qui a tentarlo, che non sia
Afrodite, Diomede non osi combattere contro di lui. Ma se la figlia di Zeus, Afrodite, entrasse in
battaglia, allora la colpisca pure con il bronzo acuto.
Detto questo Atena se ne va, mentre Diomede torna ad avanzare e si mescola tra i campioni. Già prima
ardeva di lottare contro i Teucri, ma adesso lo prende una furia tre volte maggiore, come un leone.
PARAGONE  con un leone colpito, ma non ucciso, da un pastore che sorveglia un gregge. La ferita ne
risveglia la forza, e ora il pastore si ripara dentro la stalla, mentre le pecore se ne stanno fuori tremanti e
il leone infuriato le attacca. In questo modo Diomede si mischia con i Troiani.
Diomede uccide Astínoo ed Ipèirone, pastore di genti: il primo lo uccide colpendolo al petto con la
lancia, mentre il secondo lo colpisce con la grande daga alla spalla, sulla clavicola, e la spalla resta
separata dalla nuca e dal dorso.
Diomede li lascia, e corre dietro ad Abante e Políido, figli di Euridamante (vecchio indovino di sogni,
Εὐρυδάμαντος ὀνειροπόλοιο γέροντος). Quando partirono il vecchio non indovinò però i sogni, e infatti
il potente Diomede li atterrò uno dopo l’altro.
Diomede muove poi contro Xanto e Tòone, i due figli di Fènope: il padre li ama teneramente, perchè è
vecchio, e non ha generato altri figli cui possa lasciare i suoi beni. Diomede li uccide entrambe, lasciando
al padre solo lacrime e sofferenza tristissima: non tornando vivi dalla battaglia, il padre non li potrà
abbracciare, e i parenti si divideranno i beni.
Poi prende i due figli di Priamo (Dardanide), che combattevano su un solo carro: Cromío ed
Echèmmone. Li uccide dopo averli sbalzati dal carro, quindi li spoglia delle armi. Consegna poi i cavalli ai
compagni per guidarli alle navi. PARAGONE  come un leone balza fra i buoi e spezza il collo ad un
torello o ad una giovenca.
Enea vede Diomede che sconvolge le file dei combattenti: si sposta quindi nel mezzo della battaglia, tra
il fragore delle aste, cercando Pàndaro (simile a un dio). Trova il figlio di Licàone irreprensibile e saldo al
suo posto. Enea gli si rivolge, e gli chiede dove abbia arco e frecce, e la sua fama. Nessuno osa qui
gareggiare con lui, e nessuno in Licia si vanta di essere migliore di lui. Gli chiede di scagliare un dardo
contro quell’uomo (Enea non lo riconosce ancora), levando a Zeus le palme delle mani: quell’uomo che
imperversa tra i Troiani e ne ha già uccisi di molti e di forti. A meno che non sia un dio ad essere irato
con i Troiani, a causa dei sacrifici: la collera di un dio è pesante !
Il figlio di Licàone risponde ad Enea: quell’uomo somiglia molto a Diomede, figlio di Tideo. Pàndaro lo
riconosce per lo scudo, per l’elmo con la visiera abbassata, e vede i suoi cavalli. Eppure non sa se non sia
piuttosto un dio ! E se davvero è l’uomo che lui pensa, infuria a quel modo grazie a qualche nume,
qualcuno degli immortali gli deve essere a fianco avvolto in una nube: ed ha già deviato il dardo che
quasi lo colpiva. Pàndaro dice ad Enea di aver già scagliato una freccia contro di lui, e di averlo già
colpito alla spalla destra, dritto attraverso la piastra della corazza: era sicuro di averlo già mandato
all’Ade, e invece non l’ha ucciso. Un dio deve certo essere adirato !
Nella traduzione di Vincenzo Monti :
Se vano feritor non mi sospinse
Qua dalla Licia il re dell’arco Apollo.
Paragone
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Pàndaro continua il suo discorso: lui non ha né cavallo né carro su cui salire. Nel palazzo di Licàone
c’erano undici cocchi, belli, nuovi: sopra sono distesi dei teli, e presso ciascun cocchio stanno due cavalli
che mangiano orzo bianco e biada. Il vecchio guerriero Licàone gli aveva raccomandato molte cose
prima di partire: diceva che dovevo guidare i Troiani alla battaglia ritto sul cocchio e sui cavalli. Pàndaro
non ha però ubbidito al padre, per amore dei cavalli: temeva che potessero mancare di cibo tra uomini
assediati, loro che sono abituati a mangiare largamente. Così Pàndaro ha lasciato i suoi cavalli, ed è
venuto ad Ilio appiedato, fidando solo nelle sue frecce: e queste non gli hanno giovato. Le ha già lanciate
due volte, e contro due dei guerrieri più forti: Diomede e Menelao, ferendoli entrambe, e facendo
sanguinare le loro ferite. Ma così li ha solo eccitati… Con un avverso destino ha staccato l’arco ricurvo
dal chiodo, il giorno in cui è venuto per guidare i Troiani verso Ilio , grazie ad Enea. Ma se potrà
ritornare, vedere ancora con questi occhi la sua patria, la sposa, la casa, allora che uno straniero gli tagli
subito la testa se non getterà l’arco nel fuoco, dopo averlo spezzato: se lo porta dietro inutilmente. 3
Enea, guida dei Teucri, gli risponde: quello che dice in ogni caso non avverrà prima che loro due insieme,
muovendo con carro e cavalli contro quell’uomo, non tentino la sorte delle armi. Lo invita quindi a salire
sul cocchio, per vedere quanto valgano i cavalli di Troo, che conoscono bene la pianura: quanto siano
abili a inseguire e a fuggire rapidi. Sapranno anche portarli in salvo in città, se mai Zeus vorrà di nuovo
dare gloria a Diomede. Invita dunque Pàndaro a prendere la frusta e le briglie lucenti: Enea scenderà dal
carro per combattere. Oppure, se così preferisce, Pàndaro affronterà Diomede ed Enea penserà ai
cavalli.
Pàndaro risponde ad Enea: è meglio che Enea prenda le briglie e regga i cavalli. Sono abituati alla sua
guida, e con lui tireranno meglio il carro se mai Diomede dovesse metterli in fuga. Non possono rischiare
che i cavalli divengano inutili per la paura, e rifiutino di portarli fuori della mischia, volendo sentire la
voce di Enea. Allora Diomede potrebbe saltar loro addosso e massacrarli, e rapire i cavalli. Pàndaro
chiede quindi ad Enea di guidare di persona il suo carro e i suoi cavalli: lui sosterrà l’attacco con l’asta.
Queste le loro parole mentre salgono sul carro e guidano impazienti verso Diomede i rapidi cavalli.
Stènelo, figlio di Capaneo, li vede, e subito avverte Diomede, caro al suo cuore: stanno venendo contro
di lui due guerrieri che vogliono evidentemente lottare contro di lui; uno è Pàndaro, figlio di Licàone,
esperto nell’arco; l’altro è Enea, che si gloria di essere figlio del nobilissimo Anchise, ed ha per madre
Afrodite. Gli chiede quindi di fuggire sul carro, di non avanzare in mezzo ai campioni, affinchè non debba
perdere la vita.
Diomede lo guarda male: che Stènelo non gli parli di fuga, perchè non vuole ascoltarlo. Non è della sua
stirpe combattere fuggendo o nascondersi: il suo coraggio è saldo. Diomede odia salire sul carro: proprio
così, a piedi, andrà ad affrontarli, poiché Atena (Pallade) non vuole che tremi. I loro veloci cavalli non
potranno riportarli tutti e due lontano, Pàndaro ed Enea, anche ammesso che uno riesca a fuggire. Dà
ancora un altro ordine a Stènelo: nel caso Atena (prudente) voglia concedergli la gloria di ucciderli
entrambe, lui dovrà fermare i loro cavalli legando le redini sulla ringhiera (ἐξ ἄντυγος ἡνία τείνας, si
tratta della sbarra ricurva nella parte anteriore del carro), e balzare – facendo attenzione - sui cavalli di
Enea, e portarli lontano dai Teucri, tra gli Achei. Sono infatti della razza che Zeus donò a Troo come
compenso per Ganimede4, perché erano il meglio fra i cavalli, fra quanti ve n’erano tra l’aurora e il sole.
Questa razza Anchise la rubò, facendo coprire delle cavalle, di nascosto da Laomèdonte. Da queste
cavalle nacquero in casa sua sei puledri: quattro sono presso di lui, e li nutre alla greppia, mentre questi
due li ha dati ad Enea, e spargono il terrore. Se potessero prenderli, ne avrebbero nobile gloria !
Il discorso di Pàndaro sembra esprimere un generale giudizio negativo sull’uso dell’arco in guerra. In Omero quest’arma, già
comune in età micenea, è poco utilizzata: resta solo quando è legata come attributo fisso a certi personaggi di origine micenea
(Eracle, Paride, Filottete, Teuco) o a certi episodi troppo noti (come il tradimento di Pàndaro nel IV libro, la gara dell’arco alla fine
dell’Odissea, e, fuori dell’Iliade, la morte di Achille). Altrimenti è arma buona per combattenti mediocri: si veda IX, 385-90; XIII, 31216.
4 GANIMEDE (Γανυμήδης, Ganymēdes). - Figlio di Tros secondo l'Iliade, figlio di Laomedonte secondo la Piccola Iliade (Ellanico
indicherà poi Callirhoe come sua madre), ad ogni modo proveniente dalla stirpe di Dardano, G. venne rapito dagli dèi per servire da
coppiere a Zeus, essendo egli "il più bello dei mortali" (Il., xx, 231 e v, 265); al padre furono dati in compenso dei cavalli immortali,
o, secondo fonti più tarde (Piccola Iliade), un aureo tralcio di vite.
Nell'Inno Omerico ad Afrodite (v. 200 ss.) rapitore è un vento impetuoso. Ibico (Schol. Apoll. Rhod., iii, 158, 30), Teognide (1345, ed.
Bergk) e Pindaro (Olymp., 1, 44) indicano lo stesso Zeus come suo rapitore e amasio. Durante l'ellenismo alcune singole varianti
danno quali rapitori Tantalo o Minosse; nel IV sec. a. C. venne introdotta la leggenda dell'aquila di Zeus che rapisce il fanciullo e fu
questa la versione che s'impose (un precedente iconografico di un mortale, portato in cielo da un'aquila si ha in Mesopotamia; v.
etana). Luogo del ratto è talvolta Ilio, talvolta più precisamente il monte Ida: G. è un pastore; più tardi anche un cacciatore. Le
testimonianze letterarie della leggenda si perdono in confronto alla copia delle rappresentazioni dell'arte figurativa.
Si veda XX, 232-35.
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Diomede e Stènelo dicono tra loro queste cose, e intanto - guidando i loro veloci cavalli - sono
rapidamente vicini ad Enea e al compagno. Per primo parla il figlio di Licàone, rivolgendosi a Diomede:
dunque la freccia non l’ha domato ? Proverà allora con la sua lancia, se mai possa colpirlo. Pàndaro
palleggia l’asta e la scaglia contro Diomede: la lancia colpisce lo scudo, e attraverso lo scudo arriva a
sfiorare la corazza. Quindi Pàndaro gli grida: l’ha colpito al fianco da parte a parte, e non potrà durare a
lungo ! Diomede gli ha procurato un gran vanto !
Diomede gli risponde imperterrito: Pàndaro ha fallito, non è riuscito a colpirlo. E Diomede non crede
che potranno uscirsene senza che almeno uno, morendo, sazi con il suo sangue Ares (il guerriero mai
stanco, oppure il guerriero che porta uno scudo di pelle di toro, Ἄρηα, ταλαύρινον πολεμιστήν).
Dicendo queste parole, scaglia a sua volta l’asta: Atena guida l’arma al naso, verso l’occhio. La punta
attraversa i denti, tronca la lingua alla base quindi fuoriesce dall’estremo del mento. Pàndaro cade dal
cocchio, e sopra gli rimbombano le armi lucide, scintillanti: i cavalli fanno uno scarto di lato. E qui la sua
vita e la sua foga si spengono.
τοῦ δ᾽ αὖθι λύθη ψυχή τε μένος τε.
1(T)
Citazione
E lí la sua vita e la sua foga si spense.
Enea subito balza a terra, con la pesante asta e lo scudo: teme che gli Achei possano sottrargli il corpo.
Con un salto gli è di fianco, come un leone, che si fida della sua forza: tende in avanti la lancia e lo scudo
pronto ad uccidere chiunque gli venga davanti, e grida paurosamente. Diomede prende un masso, così
grande che non potrebbero reggerlo due uomini, due uomini come sono ora i mortali5: lui lo rotea da
solo e senza fatica.Con questo colpisce Enea all’anca, dove la coscia si curva a formare l’anca, nella
regione chiamata cotila. Gli fracassa il cotila e gli spezza due tendini, e la pietra scheggiata gli straccia la
pelle. Enea cade, e rimane in ginocchio, puntando una mano contro la terra: un’ombra buia gli copre gli
occhi.
Enea sarebbe sicuramente morto, se la madre Afrodite, figlia di Zeus, non lo avesse visto, lei che lo
generò da Anchise pastore di buoi (ἥ μιν ὑπ᾽ Ἀγχίσῃ τέκε βουκολέοντι). Lei tende intorno al figlio le sue
bianche braccia, e lo nasconde, stendendo un peplo ampio, splendente: lo ripara in questo modo dalle
frecce, perchè nessuno dei Danai possa ucciderlo colpendolo al petto con le armi di bronzo. Mentre lei
portava suo figlio fuori della mischia, il figlio di Capaneo non dimentica l’ordine di Diomede: ferma i suoi
cavalli fuori della mischia, legando le loro briglie strette alla ringhiera del carro, quindi si getta sui cavalli
di Enea e li porta lontano dai Teucri, verso la parte degli Achei. Li consegna a Deípilo, suo amico, che più
di tutti gli altri suoi coetanei onora, e con il quale va molto d’accordo, perchè li porti alle navi. Intanto lui
sale sul cocchio, afferra le redini, e lancia i cavalli dietro Diomede, con coraggio e ardore. Questi stava
inseguendo con le sue armi Afrodite (Ciprigna6, ὃ δὲ Κύπριν ἐπῴχετο νηλέϊ χαλκῷ): sapeva infatti che è
una dea debole, non di quelle che dominano nelle battaglie umane, non è come Atena, o come Eniò7,
atterratrice di mura.
È la solita contrapposizione, tipicamente epica, tra i forti uomini del passato e i più deboli del presente. Questa contrapposizione
può essere riassunta in questa formula ricorrente (anche in XII, 383, 449; XX, 287) oppure dimostrata con argomenti (come fa
Nestore in I, 260-72).
6 Il centro più antico di culto della dea Afrodite era Cipro, e la dea è detta perciò Cipria (Κύπρις, Κυπρογένεια), già in Omero, e
anche Pafia (Πάϕια) dal santuario più importante dell'isola.
7 ENIO ('Ενυώ, Enyo). - Dea degli antichi Greci, e precisamente una delle minori divinità poste al seguito di Ares (v.). Il suo nome non
può certo separarsi dall'epiteto 'Εννάλιος (v. enialio) con cui era invocato Ares, dio del bellico tumulto; e in realtà E. fu riguardata
come la terribile dea della strage e della distruzione (Iliade. V, 333, 592). Come patria di Ares si faceva la Tracia, le cui selvagge e
bellicose popolazioni adoravano, prima d'ogni altro, il dio della guerra, così la Tracia si considerava il centro del culto di Enio, e si
diceva che ad Ares e ad E. i Traci sacrificassero i loro prigionieri (Ammian. Marc., XXVII, 4). Dai mitografi più tardi E. fu posta in
rapporto di parentela con Ares, facendola alcuni madre, altri figlia, altri infine nutrice di questo dio. In seguito la dea Mâ di Comana
(una divinità belligera: v. bellona) venne identificata, come con Artemide, così anche con Enio.
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Diomede raggiunge Afrodite tra la folla dei combattenti, e le ferisce con la punta della lancia il tenero
braccio: la lancia entra facilmente attraverso il peplo divino (meraviglioso, ἀμβροσίου διὰ πέπλου) che
le Grazie avevano lavorato. La lancia ferisce la dea all’altezza del polso: ne esce il sangue immortale della
dea, l’ícore (ἰχώρ), che scorre nelle vene degli dèi. Questi non mangiano pane, non bevon vino, e non
hanno perciò sangue: sono dunque chiamati immortali. Afrodite lancia un grido acuto, e lascia cadere il
figlio: Apollo (Febo8) lo prende però tra le sue braccia, in mezzo ad una nube oscura, in modo che
nessuno tra i Danai vedendolo possa ucciderlo. Intanto Diomede le urla di allontanarsi dalla battaglia:
non le basta sedurre donne prive di forza ? Se si mette a fare la guerra, Diomede le assicura che ne avrà
ben presto orrore, per quanto sia lontana dal combattimento. Afrodite soffre orrendamente, e quindi
fugge lontano: Iri (piede di vento, ποδήνεμος) la prende e la porta fuori della battaglia, in preda al
dolore: la bella pelle si annerisce. Ed ecco che, a sinistra della battaglia, trova Ares seduto: la lancia e la
biga appoggiata alla nube. Si accascia in ginocchio e supplica il fratello di concederle i suoi cavalli dal
frontale d’oro: ne ha bisogno per ragiungere l’Olimpo. Ha troppo dolore a causa di un colpo che un
mortale le ha inflitto: un mortale che ora sfiderebbe anche Zeus.
Queste le parole di Afrodite: Ares le dà i cavalli dai frontali d’oro. Afrodite sale sul carro, angosciata in
cuore: Iri le sale accanto, prende in mano le briglie e frusta i cavalli per andare. I cavalli volano, e
giungono alla sede dei numi, all’Olimpo. Qui Iri ferma i cavalli, li scioglie e li lascia pascolare. Afrodite
cade ai ginocchi della madre Dione9, che la stringe, l’accarezza con la mano, e le parla. Le chiede chi le
abbia fatto questo, chi l’abbia ferita, tra gli dèi: a torto, quasi avesse fatto del male alla vista di tutti.
Le risponde Afrodite (che ama il sorriso, φιλομμειδὴς Ἀφροδίτη). È stato il violento Diomede, figlio di
Tideo, a colpirla, perchè stava portando in salvo, fuori della mischia, suo figlio Enea, che le è caro sopra
ogni cosa. Ormai la guerra non è più solo fra Teucri ed Achei: ormai i Danai fanno guerra anche con gli
immortali.
Le risponde Dione, la dea luminosa (Διώνη, δῖα θεάων): le chiede di sopportare, di subire, per quanto
afflitta. Già altre volte gli dèi hanno dovuto molto soffrire a causa degli uomini, infliggendosi mali l’un
l’altro. Ha sofferto Ares quando Oto ed Efialte, i due figli di Aloeo, lo hanno legato ad una pesante
catena: in quell’occasione rimase legato dentro un’idria di bronzo per tredici mesi. Rischiava ormai di
morire là dentro, Ares (mai sazio di pugna, Ἄρης ἆτος πολέμοιο), se la loro matrigna, la bellissima
Eriboia, non avesse avvertito Ermete. Egli allora rapí Ares, ormai sfinito, spossato dalla pesante catena.10
Anche Era soffrí quando il figlio di Anfitrione la ferí alla mammella destra con la freccia a tre punte:
anche lei quel giorno vinse un fortissimo dolore.
E l’orrendo Ade pure soffrí, fra i tanti, per una freccia acuta, quando lo stesso eroe, figlio di Zeus
(egíoco), lo colpí a Pilo, fra i morti, e il dolore lo straziò: in quell’occasione salí all’Olimpo, sofferente,
dilaniato dal dolore: la freccia era entrata nella spalla. Peone lo guarí con farmaci: non era infatti nato
mortale. Era uno sciagurato assassino, che non aveva paura di commettere delitti, e con i dardi
tormentava gli dèi.
Adesso Atena (la dea occhio azzurro) ha spinto contro Afrodite quest’uomo, Diomede. Ma egli è uno
stolto: non sa il figlio di Tideo che non vive a lungo chi combatte contro gli dèi. Nè i figli lo chiameranno
padre, stringendosi ai suoi ginocchi, quando tornerà dalla battaglia. Ora Diomede, per quanto sia un
forte guerriero, badi a che un altro, più forte di Afrodite, non venga a combattere contro di lui. E che
Egialea, la figlia di Adrasto, non debba svegliare dal sonno con i suoi gemiti i servi in casa mentre piange
il suo sposo Diomede (domatore di cavalli, Διομήδεος ἱπποδάμοιο), il più forte tra tutti gli Achei.
Febo (lat. Phoebus) Epiteto della divinità greca Apollo, con il significato di «puro», accolto insieme al dio nell’onomastica religiosa
romana, soprattutto dalla letteratura e dalla poesia.
9 Dione (gr. Διώνη) Antichissima divinità greca; moglie di Zeus e venerata al suo fianco nel culto di Dodona; il suo nome è la forma
femminile di quello di Zeus stesso e la rivela quindi come dea connessa con il cielo luminoso, sebbene sia anche legata con l’acqua e
talora identificata con Afrodite; è madre di Afrodite in qualità di sposa secondaria di Zeus in Omero, quando a fianco di Zeus è
ormai stabilizzata Era.
Solo qui Dione compare come madre di Afrodite: forse questa genealogia è una invenzione estemporanea del poeta.
10 Un antico commento riferisce che i due giganti incatenarono Ares, istigati da Afrodite, perchè aveva ucciso Adone. La scelta di
questo esempio sembrerebbe poco felice in questo contesto, ma forse è presa come un puro e semplice esempio, tra gli altri, di
sofferenze inflitte dagli uomini agli dèi. Semmai qui è il ricordo di un contrasto tra Ares ed Afrodite ad essere poco opportuno, in
quanto l’Iliade li mostra in ottimi rapporti (qui sopra e XXI, 416-22), e saprà già dei loro amori, narrati poi dall’Odissea (VIII, 266369).
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Dicendo queste parole le deterge l’ícore dal polso con entrambe le mani: il polso guarisce, e i dolori
svaniscono. Ma Atena ed Era, che stanno guardando, vogliono provocare Zeus (Cronide) con parole
pungenti. Dunque Atena (occhio azzurro) tra le due comincia a parlare: spera che Zeus non si adiri con
lei se dice una cosa. Certo Afrodite (Ciprigna) ha spinto qualcuna delle Achee a seguire i Troiani, che
adesso lei ama tanto.11 E accarezzando una delle Achee dal peplo leggiadro si è graffiata la mano contro
una spilla d’oro. Zeus (πατὴρ ἀνδρῶν τε θεῶν τε) ride, chiama a sè Afrodite (dorata, χρυσῆν Ἀφροδίτην)
e le parla: a lei non è stato dato di occuparsi di cose di guerra. Continui ad occuparsi di matrimoni: Ares
ed Atena provvederanno alla guerra.
Mentre stanno parlando cosí tra di loro, Diomede si getta contro Enea, pur sapendo che Apollo ha steso
sopra di lui il suo braccio. Diomede non rispetta neppure Apollo, il gran dio, ma vuole solo uccidere
Enea, e spogliarlo delle sue gloriose armi. Per tre volte Diomede si scaglia contro di lui, bramoso di
ucciderlo: per tre volte Apollo lo respinge con il lucido scudo. Quando però si lancia per la quarta volta,
simile ad un dio e gridando in modo terrificante, Apollo (preservatore, ἑκάεργος Ἀπόλλων) gli grida di
fare molta attenzione, di allontanarsi, di non pensarsi simile agli dèi: la stirpe degli dèi e quella degli
uomini sono diverse.
A queste parole Diomede si fa un po’ più indietro, sfuggendo l’ira di Apollo (che da lungi saetta, μῆνιν
ἀλευάμενος ἑκατηβόλου Ἀπόλλωνος): cosíApollo può deporre Enea fuori della mischia, a Pergamo
sacra, dove è eretto il suo tempio12. Mentre Latona ed Artemide (urlatrice, Ἄρτεμις ἰοχέαιρα) nel grande
penetrale rendono forza e gloria ad Enea, Apollo (arco d’argento, ἀργυρότοξος Ἀπόλλων) crea un
fantasma che assomiglia in tutto ad Enea, anche nelle armi: intorno al fantasma, Teucri ed Achei si
squarciano l‘un l’altro gli scudi sul petto, quelli rotondi di cuoio e quelli pelosi e leggeri (βοείας /
ἀσπίδας εὐκύκλους λαισήϊά τε πτερόεντα).
Apollo (Febo) si rivolge ad Ares (funesto ai mortali, sanguinario, eversore di mura): non vuol dunque
allontanare dalla mischia quell’uomo, Diomede, che adesso arriverebbe persino a sfidare Zeus ? Prima
ha ferito Afrodite (Ciprigna) al polso, poi è balzato anche contro di lui, Apollo, e pareva un dio. Apollo
quindi siede sulla rocca di Pergamo. Ares va dunque ad incitare le file troiane: sembra Acàmante, capo
dei Traci. Si rivolge ai figli di Priamo (il re allevato da Zeus, ὦ υἱεῖς Πριάμοιο διοτρεφέος βασιλῆος): fino
a quando lasceranno gli Achei massacrare l’esercito ? Forse fino a quando questi arriveranno a
combattere davante alle porte ? È a terra Enea, il figlio di Anchise, l’eroe che onorano alla pari con
Ettore. Devono sbrigarsi a salvarlo !
Queste parole risvegliano ardore e coraggio in tutti gli uomini. Sarpedone13 allora rimprovera Ettore:
dov’è andata la foga che ha sempre avuto ? Prima diceva che avrebbe anche potuto tenere la città senza
esercito né alleati: da solo, con i cognati ed i fratelli. Ma ora non riesce a trovare nessuno di loro: si
acquattano come cani intorno ad un leone. Sono solo gli alleati a combattere ! Sarpedone stesso viene
da molto lontano, dalla Licia, sul vorticoso Xanto, dove ha lasciato la sposa e un figlio piccolo, e le
ricchezze che i miseri bramano. Eppure lui sta spronando i suoi compagni, i Lici, e lui stesso arde di
sfidare i guerrieri più forti: eppure lui non ha nulla lì, con sé, che gli Achei gli possano portare via. Eppure
vede Ettore che se ne sta lì fermo: è incapace di ordinare ai suoi soldati di resistere, di proteggere le
spose. Sarpedone augura ai Troiani di non venire presi come pesci tra le maglie di una rete, così che poi
gli Achei distruggano la loro città. È meglio che Ettore pensi a queste cose continuamente, giorno e
notte, e supplichi i comandanti degli alleati che durino senza cedere, e depongano i rimproveri.
È un’allusione alla storia di Elena e Paride.
I soli templi ricordati nell’Iliade sono questo, e quello di Atena nel libro VI. Il poeta pensa alle forme di culto del suo tempo.
13 SARPEDONE (Σαρπηδών; Sarpedon). - Nell'Iliade (II, 287), è nominato come duce dei Lici insieme con Glauço, e fra gli eroi omerici
è una delle figure artisticamente più vive e più forti: così nel crudo rimprovero (Iliade, V, 476 segg.) contro Ettore stesso, lui
semplice alleato e lontano dalla sua terra e dalla sua famiglia, per le sorti della battaglia; così nella pacata risposta (Il., V, 628 segg.)
all'insolente Tlepolemo, che poi resta cadavere sul campo; così nel fraterno colloquio (Il., XII, 101 segg.) con Glauco, a cui si rivolge
durante la teichomachia in tono cordiale, con parole presaghe. Contro il destino lo stesso Zeus vorrebbe opporsi quando S. si
azzuffa con Patroclo (Il., XVI, 419 segg.) e la sua ora è suonata; ma può solo ottenere che almeno il corpo, già spogliato delle armi
nella terribile lotta che si accende intorno al suo cadavere, sia trafugato e portato in Licia dalla Morte e dal Sonno. Infatti Zeus è il
padre di S., come appare anche da frammentarie fonti mitografiche (Esiodo, Bacchilide, Tragici), secondo le quali la madre sarebbe
Europa: e fratelli quindi Minosse e Radamanto. Pare dunque un riflesso di critica posteriore, atta a sopprimere la difficoltà
cronologica di un eroe troiano fratello del giudice dell'oltretomba, la genealogia di S. esposta nell'Iliade (VI, 198, durante l'incontro
che avviene tra Glauco e Diomede), quale figlio di Zeus e Laodamia, quindi cugino di Glauco, figlio di Ippoloco.
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Così parla Sarpedone: le sue parole feriscono il cuore di Ettore, che subito balza a terra dal cocchio con
le sue armi, e brandendo le acute lance va per tutto l’esercito incitando gli uomini a combattere, e
riaccendendo la lotta. Allora i Troiani si voltano, e tengono testa agli Achei: gli Argivi da parte loro li
attendono compatti, e non fuggono. PARAGONE  il vento solleva la pula sulle aie sacre, mentre gli
uomini vagliano, quando Demetra (bionda, ξανθὴ Δημήτηρ) separa grano e pula al soffio dei venti.
Allora biancheggiano i mucchi di pula. Allo stesso modo gli Achei sono bianchi per la polvere sollevata
dagli zoccoli dei cavalli , mentre di nuovo si riaccende la mischia, e gli aurighi voltano i cavalli. Stanno
combattendo con forza quando Ares (ardente, θοῦρος Ἄρης) fa scendere la notte intorno agli eserciti
che combattono, per aiutare i Troiani, come gli aveva chiesto Apollo (Febo, spada d’oro, Φοίβου
Ἀπόλλωνος χρυσαόρου), che lo aveva incitato a ridestare il coraggio nei Teucri. Ares vede poi Atena
(Pallade) andarsene via: prima era là a sostegno dei Danai.
Poi Apollo manda Enea fuori dal suo ricchissimo penetrale, e infonde in lui ardimento. Enea è dunque di
nuovo in mezzo ai compagni: e loro sono contenti di vederlo farsi avanti ancora, vivo e sano, e pieno di
ardore. Ma non gli chiedono nulla: lo impedisce la nuova fatica che destano Apollo (l’arco d’argento), ed
Ares e la Lotta selvaggia e furente.
Tra i Greci intanto i due Aiaci, insieme ad Odisseo e Diomede, incitano i Danai a combattere: loro stessi
del resto non temono né le violenze dei Teucri né i loro inseguimenti, ma se ne stanno saldi, fermi come
nuvole sui monti durante un momento di calma. PARAGONE  sono immobili come le nuvole che Zeus
raduna durante un momento di calma sopra i monti, che rimangono immobili fino a che dorme la furia
di Borea e degli altri venti selvaggi. Così i Danai restano fermi, ed attendono i Teucri senza fuggire.
Agamennone si aggira in mezzo alla folla dei combattenti e li incita: abbiano il cuore saldo, e durante il
combattimento abbia ciascuno timore dello sguardo dei propri compagni. Se i combattenti provano
pudore, quelli che si salvano sono più numerosi di quelli che soccombono: ma quando fuggono, non c’è
né gloria né forza.
Dette queste parole Agamennone scaglia rapido l’asta e ferisce un guerriero, Deicòonte Pergasíde,
compagno di Enea: i Teucri lo onoravano allo stesso modo dei figli di Priamo perché lottava sempre tra i
primi. Agamennone dunque lo colpisce sullo scudo con la sua asta: la punta di bronzo trapassa lo scudo,
e attraverso la fascia penetra nel basso ventro. Crolla a terra con fragore.
Ma anche Enea fa vittime tra i Danai: uccide i due fortissimi figli di Diocle, Orsíloco e Crètone. Il loro
padre viveva a Fere (ben costruita), ricco di beni: la stirpe veniva dal fiume Alfeo, che scorre largo sopra
la terra di Pilo. Da questa stirpe nacque Orsíloco, signore di molti eroi. Orsíloco (Ὀρτίλοχος) generò
Diocle, e da Diocle nascono due figli gemelli, Orsíloco (Ὀρσίλοχός) e Crètone, valorosi in tutte le
battaglie. I due figli di Diocle, cresciuti e divenuti giovani uomini, vengono ad Ilio(dai bei puledri, Ἴλιον
εἰς εὔπωλον) sulle navi degli Argivi, con grande soddisfazione degli Atridi, Agamennone e Menelao. Ma
qui la morte li travolge. PARAGONE  muoiono sopraffatti dalle mani di Enea, come due leoni cresciuti
sulle vette dei monti, che rapinano buoi e montoni e devastano le stalle degli uomini, fino a che loro
stessi muoiono uccisi dal bronzo per mano degli uomini.
Menelao ha pietà della loro fine, e muove in mezzo ai campioni con l‘elmo di bronzo fiammeggiante,
scuotendo la sua lancia: Ares ne ha risvegliato la furia, e cerca di fare in modo che venga ucciso sotto le
mani di Enea. Ma lo vede Antíloco, figlio di Nestore, e muove anche lui tra i campioni: teme che possa
accadere qualcosa a Menelao, e che le loro fatiche possano in questo modo essere vanificate. Menelao
ed Enea avevano già steso il braccio con la lancia appuntita, l’uno contro l’altro, bramosi di combattere:
ma giunge Antíloco e si mette vicino a Menelao. Quando Enea li vede tutti e due insieme, l’uno vicino
all’altro, indietreggia, pur essendo un forte guerriero. I due trascinano allora i corpi verso le file degli
Achei: lasciano i due infelici in mano ai loro compagni e ritornano subito a battersi tra i primi.
Menelao uccide Pilemene (paragonabile ad Ares), capo del Paflagoni: lo colpisce con la lancia alla
clavicola mentre è fermo.
Antíloco poi ferisce Mídone, nobile figlio di Atimnio, scudiero auriga di Pilemene, mentre volta i cavalli:
lo coglie al gomito con una pietra, e le briglie, bianche d’avorio, cadono nella polvere. Antíloco poi si
lancia contro di lui e gli pianta nella tempia la spada: Mídone cade dal cocchio, rantolando, a testa in
giù, sul cranio e le spalle. La sabbia è alta, quindi rimane per qualche tempo in questa posizione: infine i
cavalli, urtandolo, lo stendono nella polvere. Antíloco frusta i cavalli e li porta fra le file degli Achei.
Paragone
1(T)
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1(T)
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14
Ettore però li vede, tra le file, a va loro incontro gridando: lo seguono le falangi dei Teucri, precedute da
Ares e dalla divina Eniò, che domina il tumulto della mischia. Ares in mano agita un’enorme asta, e si
muove ora davanti ora dietro ad Ettore. Diomede (forte nel grido) rabbrividisce vedendolo, ed
indietreggia. PARAGONE  Diomede retrocede verso le file achee, come un uomo che, percorrendo
una pianura, arriva davanti ad un fiume che corre rapido verso il mare, e spuma e gorgoglia. Diomede
dunque indietreggia, e parla ai suoi uomini: tutti hanno sempre ammirato Ettore come un guerriero, un
combattente feroce, ma in verità c’è sempre un dio che combatte di fianco a lui, tenendogli lontana la
morte. Ora per esempio c’è Ares vicino a lui, e sembra un mortale. Dunque Diomede dice ai suoi
compagni di farsi indietro, pur continuando a resistere ai Troiani e a difendersi: non pretendano di
lottare contro gli dèi !14
Queste le parole di Diomede. I Teucri sono ormai vicinissimi. Ettore uccide due combattenti esperti, che
combattevano su un solo cocchio (εἰν ἑνὶ δίφρῳ ἐόντε): Anchíalo e Meneste.
Aiace Telamonio ha pietà della loro morte, e viene a mettersi accanto a loro. Lancia quindi la sua asta, e
colpisce Anfio, figlio di Sèlago, che viveva a Peso, ricco di beni e di grano: la Moira lo fece venire come
alleato presso Priamo e i suoi figli. Aiace Telamonio lo colpisce alla cintura, e la lancia penetra nel
ventre. Anfio, colpito, stramazza con fragore, e Aiace Telamonio gli è sopra per spogliarlo delle armi. Ma
i Teucri fanno piovere su di lui molte lance: molte riesce a trattenerne lo scudo. Riesce comunque ad
avanzare: mette un piede sul morto, e recupera la sua lancia, ma rinuncia a strappare dalle sue spalle le
altre armi, perchè troppo disturbato dai colpi. Teme troppo l’assalto dei Teucri, che gli sono intorno
numerosi con le aste: infatti essi riescono, per quanto grande e combattivo, a ricacciarlo indietro, ed egli
cede.
Teucri ed Achei stanno cosí sudando nella mischia selvaggia. Tlepòlemo, nobile e forte figlio di Eracle,
spinge la Moira contro il divino Sarpedone. Quando sono vicini, avanzando l’uno contro l’altro, il figlio
ed il nipote di Zeus (υἱός θ᾽ υἱωνός τε Διὸς νεφεληγερέταο), Tlepòlemo per primo si rivolge all’altro, a
Sarpedone, anziano dei Lici: chi lo costringe a venire a nascondersi qui, lui che è inesperto di
combattimenti ? Affermano il falso quelli che lo dicono figlio di Zeus egíoco: lui è molto inferiore a
quegli uomini che nacquero da Zeus al tempo degli antichi. Grande fu invece la potenza del padre di
Tlepòlemo, Eracle, dal consiglio audace a dal cuore di leone. Un tempo venne qui per i cavalli di
Laomèdonte15, con sole sei navi e pochi guerrieri: distrusse la città di Ilio e ne rese deserte le strade.16
Ma Sarpedone ha il cuore vile, e per questo la sua gente muore: Tlepòlemo non pensa che egli sia
giunto qui dalla Licia, anche se è molto forte, per dare aiuto ai Troiani, ma piuttosto per passare, ucciso
da lui, le soglie dell’Ade.
Sarpedone gli risponde: è vero, Eracle distrusse Ilio (sacra) per la pazzia di un solo uomo, Laomèdonte.
Quest’ultimo rimproverò aspramente Eracle, suo benefattore, e non gli diede i cavalli per cui
quest’ultimo era venuto da lontano. Ma Sarpedone promette invece a Tlepòlemo che la morte e la
Moira nera verranno qui, per lui, dalla sua mano: ucciso dalla sua lancia, egli darà a lui la gloria, e all’Ade
dai bei cavalli la vita. Quando Sarpedone ha finito di parlare, Tlepòlemo tende l’asta di frassino: tutte e
due le aste sfuggonodalle loro mani nello stesso momento. La lancia di Sarpedone coglie Tlepòlemo il
pieno collo: attraversa il collo e la vista gli si oscura. Tlepòlemo invece coglie la coscia sinistra di
Sarpedone: la punta penetra fino a raggiungere l’osso. Suo padre Zeus gli evita però in quel’occasione la
morte.
Paragone
2(A)
1(T)
1(A)
Diomede segue le indicazioni che Atena gli ha dato poco prima, in V, 129-32.
LAOMEDONTE (Λαομέδων, Laomĕdon). - Figlio d'Ilo e d'Euridice, padre di Titono, Lampo, Icetaone, Podarce (Priamo), Esione,
ecc. Succede a Ilo e fortifica Pergamo, la cittadella di Troia, con l'aiuto di Apollo e di Posidone, cui si aggiunge, secondo una
versione, il mortale Eaco (perché Ilio possa in avvenire essere presa, cosa che non sarebbe stata possibile se le sue fortificazioni
fossero state unicamente opera di numi). Ma L. nega, a lavoro compiuto, la pattuita mercede ai numi; Apollo allora manda una
peste e Posidone un mostro marino, cui viene esposta a un certo punto la stessa Esione. Eracle salva Esione dal mostro e dovrebbe
averne da L. in mercede i cavalli che Zeus aveva dati a Troe in compenso del rapito Ganimede; ma Laomedonte anche questa volta
manca di parola, e allora Eracle in una successiva spedizione, cui partecipa secondo una leggenda anche Telamone. prende Ilio e
uccide Laomedonte e i figli di lui, salvo Priamo che viene riscattato da Esione e diventa re di Troia, perché aveva manifestato
l'opinione che si dovesse tener fede ai patti conchiusi con Eracle. Esione tocca come parte del bottino a Telamone, dall'unione di lei
e Telamone nascerà poi Teucro.
16 Nell’Iliade sono frequenti queste allusioni alle gesta di Eracle, che dovevano costituire il tema di canti epici ben conosciuti. Sulla
sua spedizione contro Troia si veda anche XX, 148 e ss.
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17
I compagni portano Sarpedone fuori della mischia: la lunga asta pesava strisciando per terra mentre lo
portavano. Nessuno però pensa a strappare dalla coscia l’asta di frassino perchè Sarpedone possa
reggersi in piedi: avevano troppa fretta ! Intanto gli Achei dall’altra parte portavano Tlepòlemo fuori
della mischia. Odisseo lo vede (δῖος Ὀδυσσεὺς τλήμονα θυμὸν ἔχων) (νόησε), e il suo animo si infuria:
rimane per un momento indeciso se debba avanzare inseguendo il figlio di Zeus (Sarpedone) (Διὸς υἱὸν
ἐριγδούποιο), oppure se debba restare ed uccidere un grande numero di Lici. Ma non è destino di
Odisseo uccidere il forte figlio di Zeus con il bronzo acuto: Atena lo spinge contro la folla dei Lici. Odisseo
uccide allora Cèrano e Alàstore e Cromío; Alcandro e Alio e Noèmone e Prítani. E ne uccide ancora altri.
Ma Ettore (grande, elmo abbagliante, μέγας κορυθαίολος Ἕκτωρ) lo vede (νόησε) e si porta in mezzo ai
campioni, portando spavento ai Danai. Vedendolo venire gioisce Sarpedone, figlio di Zeus: lo implora di
non lasciarlo lí, disteso, preda degli Achei, ma di aiutarlo. Poi una volta in città potrà morire:
evidentemente non era destino che ritornasse a casa, nella sua terra patria, a dar gioia alla sposa e al
figlio piccolo. Ettore però non gli risponde: lo supera di un balzo, perchè vuole al più presto ricacciare
indietro gli Argivi, ed ucciderne un gran numero. I compagni di Sarpedone lo posano sotto una bella
quercia17 (di Zeus egíoco): il forte Pelàgonte, suo fedele compagno, gli toglie l’asta di frassino dalla
coscia. Per un momento gli manca il respiro, e la vista gli si annebbia: poi riprende a respirare, e il soffio
di Borea gli aleggia intorno, vivificando il respiro ansimante
Gli Argivi sono premuti sia da Ares che da Ettore (elmo di bronzo): né fuggono verso le navi, né
avanzavano, ma indietreggiano sempre, da quando riconoscono fra i Teucri il dio Ares.
Chi dunque hanno ucciso per primo, e chi per ultimo, Ettore, il figlio di Priamo insieme ad Ares ? Hanno
ucciso Teutrante (pari agli dèi), Oreste (pungolatore di cavalli), l’etòlo Treco, quindi Enomao, Èleno
Enopíde. E infine Oresbio (fascia lucente), che abitava ad Ile e curava molto i suoi beni in riva al lago
Cefíside: intorno abitavano gli altri Beoti, e la terra era fertile.
Era (braccio bianco) vede i Teucri che massacrano gli Argivi nel violento combattimento, e subito parla
con Atena (creatura di Zeus egíoco, Infaticabile, αἰγιόχοιο Διὸς τέκος Ἀτρυτώνη): se lasceranno ancora
Ares impazzare in questo modo, avranno sicuramente fatto a menelao una promessa vana, quando gli
hanno promesso che sarebbe ritornato dopo aver distrutto Ilio (dalle solide mure) ! Anche loro (Era ed
Atena) devono ricordarsi del loro furioso valore !
Atena (occhio azzurro) non è sorda a queste parole di Era. Era (la dea veneranda, figlia di Crono, Ἥρη
πρέσβα θεὰ θυγάτηρ μεγάλοιο Κρόνοιο) va a preparare i cavalli dai frontali d’oro. Ebe adatta
rapidamente al carro, ai due lati, le ruote rotonde: sono in bronzo, a otto raggi, ai due estremi dell’asse
di acciaio (καμπύλα κύκλα / χάλκεα ὀκτάκνημα σιδηρέῳ ἄξονι ἀμφίς): hanno il giro in oro, incorruttibile
(χρυσέη ἴτυς ἄφθιτος) e sopra un cerchione stretto di bronzo, una meraviglia a vederlo. I mozzi sono in
argento (πλῆμναι δ᾽ ἀργύρου εἰσὶ), rotondi dalle due parti. La cassa è distesa con tiranti d’oro e
d’argento (δίφρος δὲ χρυσέοισι καὶ ἀργυρέοισιν ἱμᾶσιν
ἐντέταται) e intorno corre una doppia ringhiera. Sporge il timone (ῥυμὸς) in argento. In cima Ebe lega il
giogo in oro (χρύσειον καλὸν ζυγόν), e sopra getta le cinghie d’oro (ἐν δὲ λέπαδνα / κάλ᾽ ἔβαλε χρύσει᾽).
Sotto il giogo Era spinge i veloci cavalli: è avida di battaglia e di urla.
Atena intanto (figlia di Zeus egíoco) lascia cadere il peplo, che ella stessa fece, sulla soglia del padre.
Veste la tunica di Zeus e si circonda delle armi per la battaglia. Sopra le spalle getta l’egida frangiata,
orrenda (αἰγίδα θυσσανόεσσαν / δεινήν): tutt’intorno le fanno corona il Terrore (Φόβος), la Lotta
(Ἔρις), la Violenza (Ἀλκή) e l’Inseguimento (Ἰωκή). C’è la testa della Gorgone, dell’orribile mostro,
prodigio di Zeus egíoco (Διὸς τέρας αἰγιόχοιο). Sul capo indossa l’elmo: ha quattro borchie e doppio
cimiero, d’oro, e basterebbe ai fanti di cento città. Balza sul carro fiammante, e afferra l’asta: è grossa,
pesante, e con essa atterra schiere di eroi se si adira, la figlia del possente padre (ὀβριμοπάτρη).
Era tocca in modo deciso i cavalli, con la frusta. Cigolano da sole le porte del cielo (αὐτόμαται δὲ πύλαι
μύκον οὐρανοῦ): le sorvegliano le Ore, cui sono affidati il cielo e l’Olimpo, se è necessario scostare o
calare una densa nebbia. Guidano dunque di là, attraverso le porte del cielo, i cavalli, pungolandoli. E
vedono Zeus lontano dagli altri numi, seduto sulla cima più alta dell’Olimpo. Era (braccio bianco) frena
allora i cavalli ed interroga Zeus: non si adira contro Ares per le opere atroci che sta compiendo ? A
torto, e senza misura, quanta e quale parte del popolo degli Achei ha già distrutto ! Per Era questo è uno
strazio, ma Afrodite (Ciprigna) ed Apollo (arco d’argento) godono per aver scatenato quel pazzo, senza
legge. Chiede quindi a Zeus se si adirerà contro di lei, se dovesse duramente colpire Ares e cacciarlo
dalla battaglia.
7(T)
6(A)
Il carro di
Era
A ciascuna divinità dell'Olimpo greco spettano corone fatte dei rami di una determinata pianta, consacrata particolarmente a
quella divinità. Così a Dioniso (Bacco) spetta la vite coi suoi grappoli, a Zeus la quercia, ad Apollo il lauro, ad Afrodite il mirto, ad
Atena l'olivo, a Demetra spighe, narcisi, papaveri, a Hera e a Persefone il melograno. Di corone della stessa natura si adornavano i
sacerdoti, le vittime, gli altari dei sacrifici.
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18
Zeus le risponde: Era può scatenargli contro Atena (predatrice, Ἀθηναίην ἀγελείην,), che riesce sempre
a gettare Ares in preda ad atroci sofferenze ! Era ha ascoltato attentamente: frusta i cavalli, e questi si
slanciano ardenti in volo tra la terra e il cielo stellato. PARAGONE  i cavalli (altonitrenti, ὑψηχέες
ἵπποι.) divorano di slancio tanta distesa d’aria, quanta può abbracciarne lo sguardo di un uomo seduto
sopra la cima di un monte, quando guardi la distesa del mare. Ma quando giungono a Troia, là dove si
confondono le acque del Simòenta e dello Scàmamdro, qui Era frena i cavalli: li scioglie quindi dal carro
e li nasconde in una nuvola di nebbia. Il Simòenta fa crescere per essi erba ambrosia, affinchè possano
pascolare.
Le dee si incamminano: hanno l’andatura di tremanti colombe, e sono impazienti di aiutare i guerrieri
argivi. Quando giungono dove i più forti, in maggior numero, stanno intorno a Diomede (possente,
domatore di cavalli) – e sembrano leoni divoratori di carne, o cinghiali, la cui forza è imbattibile - a
questo punto si fermano. La dea Era (braccio bianco) grida: ha l’aspetto di Stèntore, grande cuore, voce
di bronzo (θεὰ λευκώλενος Ἥρη / Στέντορι εἰσαμένη μεγαλήτορι χαλκεοφώνῳ), che gridava con la voce
di cinquanta uomini. Grida agli Argivi di vergognarsi: sono dei vigliacchi, mirabili sono nell’aspetto.
Finchè Achille partecipava alla guerra, i Teucri non si avvicinavano mai alle porte degli accampamenti dei
Danai, perché temevano la sua lancia: ora combattono lontano dalla loro città, lontano da Troia, e
giungono fino alle navi !18
Con queste parole Era riesce a ridestare negli uomini l’ardore. Atena sta cercando Diomede: lo trova (il
re, τόν γε ἄνακτα) presso i cavalli e la biga, mentre si rinfresca la ferita che Pàndaro gli ha inflitto con la
freccia. Lo spossa il sudore sotto la larga cinghia dello scudo rotondo, e il braccio è stanco. Alzando un
po’ la cinghia, pulisce il sangue nero. La dea tocca allora il giogo dei suoi cavalli e gli parla: Tideo ha
davvero generato un uomo poco simile a lui. Tideo era piccolo di corpo, ma era un guerriero (Τυδεύς τοι
μικρὸς μὲν ἔην δέμας, ἀλλὰ μαχητής). Un giorno Atena non voleva lasciarlo combattere: in
quell’occasione era lontano dagli Achei, ambasciatore a Tebe, in mezzo a molti Cadmei. La dea lo
esortava a banchettare tranquillo, nel palazzo. Ma Tideo aveva un cuore coraggioso, come sempre, e in
quell’occasione volle sfidare i giovani Cadmei. E li vinse tutti: li vinse anche facilmente, tale aiuto la dea
era per lui. Atena continua: ora lei è vicino a Diomede, e lo protegge. Dunque lo invita con calore a
lottare contro i Teucri. Ma le sue membra sono affaticate, oppure lo vince il timore. Dunque non è prole
di Tideo (valido cuore), figlio di Oineo19 (οὐ σύ γ᾽ ἔπειτα / Τυδέος ἔκγονός ἐσσι δαΐφρονος Οἰνεΐδαο).
Diomede le risponde: la riconosce, e vuole ora dirle una cosa francamente, senza nascondere nulla. Non
lo vince il timore, né alcun altro indugio, ma ricorda bene i comandi che la dea gli ha dato: Atena non
voleva che Diomede lottasse contro gli dèi. Gli altri dèi, non Afrodite: se infatti Afrodite, figlia di Zeus,
fosse entrata nella battaglia, lui avrebbe dovuto ferirla. Ecco perché Diomede si è fatto indietro, e ha
ordinato agli altri Argivi di fare altrettanto, di indietreggiere: ha infatti visto Ares guidare la battaglia.
La dea Atena (occhio azzurro) gli dice allora, di rimando, che non deve più temere Ares. Anzi, non deve
temere nessun’altro tra gli dèi, tale difesa la dea Atena è per lui. Deve anzi spingere i cavalli prima di
tutto proprio contro Ares: deve colpirlo da vicino, non deve rispettare il furioso Ares. Ares è un pazzo,
una vera sciagura, una banderuola (τοῦτον μαινόμενον, τυκτὸν κακόν, ἀλλοπρόσαλλον), che prima ha
promesso a lei e ad Era di combattere contro i Teucri e di aiutare gli Argivi, e adesso è là tra i Troiani e si
è dimenticato di tutti gli altri.20
Dicendo queste parolespinge con la mano Stènelo e lo getta a terra, fuori del carro: Stènelo balza in
fretta via dal carro. Quindi Atena, impaziente, sale sul cocchio accanto a Diomede. L’asse di faggio cigola
sotto il peso: porta infatti una tremenda dea e un forte guerriero. Atena (Pallade) prende la frusta e le
briglie e subito, prima di tutto, lancia i cavalli contro Ares. Ares è occupato a spogliare Perífante,
guerriero enorme, fortissimo fra gli Etoli, splendido figlio di Ochesio. Ares (massacratore, μιαιφόνος) è
appunto intento a spogliarlo: Atena si mette il casco dell’Ade21 perché Ares non possa vederla.
Non appena Ares (funesto ai mortali, βροτολοιγὸς) vede Diomede, immediatamente abbandona
l’enorme Perífante là dove lo ha ucciso, e muove dritto contro Diomede (domatore di cavalli). Quando,
muovendo l’uno contro l’altro, sono vicini, Ares sorge per primo, sopra il giogo e le briglie dei cavalli, con
l’asta di brono, e vuole uccidere Diomede. La dea Atena afferra l’asta con la mano e la spinge giù dal
carro: la fa cadere inutile a terra.
1(A)
Nei libri tra il III ed il VII si trovano solo rare ed incidentali allusioni all’assenza di Achille (anche in IV, 512-13; VI, 99-101; VII, 22930): quest’assenza non ha per ora, sul corso della guerra, l’influenza annunciata nei primi due libri.
19 OINEO (Οἰνεύς). - Re di Kalydon; sposò in prime nozze Altea, dalla quale ebbe numerosi figli, fra cui Meleagro e Deianira. Dopo la
morte di Altea che si suicidò per il rimorso di aver causato la morte del figlio Meleagro, O. sposò Peribea, figlia del re di Oleno.
Esistono nel mito differenti versioni sul motivo di questo matrimonio, da cui nacque Tideo, che fu padre di Diomede.
20 Del cambiamento di partito di Ares si dice anche in XXI, 413-14. Ma non si danno spiegazioni.
21 Espressione proverbiale per dire che si rende invisibile.
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Diomede balza per secondo e scaglia l’asta di bronzo: Atena (Pallade) guida l’asta e la spinge nel basso
ventre di Ares, dove si aggancia la fascia. L’asta gli lacera la pelle, poi Diomede la estrae dalla ferita. Ares
(bronzeo, χάλκεος Ἄρης) urla, con la voce di novemila o diecimila guerrieri. Gli Argivi e i Troiani sono
atterriti, tanto forte Ares urla. Ares sale al cielo. PARAGONE  Ares (bronzeo) che sale verso il cielo
sembra a Diomede il vapore scuro che si vede uscire dalle nubi quando per la calura si alza una bufera.
Ares raggiunge rapidamente l’Olimpo e si siede vicino a Zeus (Cronide) con il cuore angosciato. Mostra il
sangue immortale che cola dalla ferita, e si lamenta con Zeus: non si adira a vedere cose cosí atroci ? Di
continuo gli dèi subiscono mali orrendi, gli uni per mano degli altri, per compiacere i mortali. Ares dice
poi a suo padre Zeus che tutti loro, gli dèi, ce l’hanno con lui perchè ha generato una pazza funesta che
medita sempre empietà. Tutti gli altri dèi che abitano l’Olimpo obbediscono a Zeus, e lo temono; Atena
invece Zeus non la biasima mai, nè con parole, nè con gesti: lascia che faccia quello che vuole, perchè
questa figlia funesta l’ha generata lui da solo.
αἰεί τοι ῥίγιστα θεοὶ τετληότες εἰμὲν
ἀλλήλων ἰότητι, χάριν ἄνδρεσσι φέροντες.
Di continuo noi numi subiamo mali orrendi,
gli uni a causa degli altri, per compiacere i mortali.
E adesso Atena ha scatenato l’orgoglioso Diomede: e lui è furente, contro gli dèi immortali. Prima ha
ferito Afrodite (Ciprigna) al braccio, sul polso. Poi si è gettato contro di lui, e sembrava un dio: l’hanno
salvato solo i suoi piedi veloci, altrimenti avrebbe sofferto ancora, e ora si troverebbe o tra i morti,
oppure tra i vivi, ma senza forza sotto i colpi delle sue armi di bronzo.
Zeus lo guarda bieco: lo definisce una banderuola, e gli dice di non starsene lí a piagnucolare (μή τί μοι
ἀλλοπρόσαλλε παρεζόμενος μινύριζε) ! Per Zeus Ares è il più odioso tra i numi che abitano l’Olimpo:
ama solo la contesa e la guerra. Ha l’insopportabile e indomabile furore di sua madre Era, che a stento
egli riesce a domare con le parole. Zeus è sicuro che Ares sta soffrendo questo a causa di suoi consigli.
Comunque non può sopportare che Ares soffra ancora per molto: dopo tutto è suo figlio, e sua madre
l’ha generato da lui. Se fosse figlio di un altro dio, Distruttore, da molto tempo se ne starebbe più in
basso dei suoi figli che stanno sull’Olimpo.
Detto questo ordina a Peone22 di guarirlo. Peone lo guarisce con farmaci blandi: non era infatti nato
mortale.23 PARAGONE  Peone sana Ares rapidamente, nello stesso modo in cui il succo del fico,
mescolato al latte, lo fa rapprendere quando i due sono mescolati. Ebe lo lava, gli porge belle vesti,
quindi Ares si siede presso Zeus, fiero della sua forza.
Intanto Era Argiva ed Atene Alalcomenia (Ἥρη τ᾽ Ἀργείη καὶ Ἀλαλκομενηῒς Ἀθήνη)24 se ne ritornano alla
dimora di Zeus, dopo aver posto fine alle stragi di Ares, funesto ai mortali.
Citazione
Paragone
Peone (gr. Παιών) Antica divinità greca, il cui nome compare già nei testi micenei in lineare B, più tardi identificata con Apollo o
con Asclepio.
23 È la stessa formula di V, 401-2.
24 Si veda la stessa formula in IV, 8.
Diomede, nel carro, attacca Ares, mentre Atena che indossa l'elmo di Ade, guida i cavalli. A destra in basso giace morto Perifante,
l'Etolo, figlio di Ochesio, appena ucciso da Ares.
http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/6/6d/%289%29_Flaxman_Ilias_Kupferstich_1795%2C_Zeichnung_1793%2C_186
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