visita guidata della classe 3 e all`opera dei pupi

Report
LICEO SCIENTIFICO “L.EINAUDI”
A.S. 2013/14
CLASSE 3E
L’opera dei Pupi
L’Opera dei Pupi (dal latino pupus-bambinello) è la rappresentazione del teatro di figura, tipica della Sicilia. I pupi sono le
marionette del teatro epico-popolare che, importate dalla Spagna, arrivarono prima a Napoli e Roma, quindi si
affermarono e svilupparono, durante la prima metà del XIX secolo d. C., soprattutto in Sicilia. Si rappresentano storie di
diverso genere, dal genere cavalleresco, come la Chanson de Roland, la Gerusalemme liberata e l'Orlando furioso, alle
vicende religiose legate alla Passione di Cristo e alla vita dei Santi, alle imprese di Garibaldi e alle storie dei briganti. Le
figure più note sono: Orlando, Rinaldo, Angelica, Gano di Maganza, i saraceni, Rodomonte, Mambrino, Ferraù,
Agramante, Marsilio e Agricane. Dalla metà dell’800 l’opera dei pupi si diffuse in tutta l’isoladi Sicilia, andando in scena in
piccoli teatri o all’aperto nelle piazze. Le storie diventarono subito patrimonio popolare e i personaggi, i pupi, eroi
portatori dei valori morali della civiltà europea, che veniva contrapposta a quella islamica, rappresentavano lo scontro di
cui la Sicilia fu teatro.
In ogni città si possono trovare diversi tipi di pupi, ad esempio, distaccandosi dalla tradizione palermitana, quelli catanesi
misurano circa 1,30 metri e pesano dai 15 ai 35 chilogrammi. A causa delle dimensioni essi devono essere utilizzati
necessariamente in una struttura teatrale, per questo motivo sono stati anche realizzati pupi di 80 centimetri, adatti a
tutti gli ambienti. I materiali che costituiscono la struttura di base dei pupi sono: legno per la testa, avambracci, mani,
busto e gambe; metallo per i giunti che uniscono le gambe al busto e le aste che servono rispettivamente a sorreggere il
pupo e, nell'evoluzione del pupo siciliano, a muovere la mano destra; stoffa per le braccia, che uniscono gli avambracci al
busto. La parte più difficile da realizzare è la testa del Pupo, che può essere in legno o in creta. In passato essa era
costruita da esperti artigiani, in seguito fu affidata allo stesso puparo, che utilizzava calchi di piombo. La foggia del pupo
catanese s’ispira all'iconografia cinquecentesca. Da sottolineare è la bellezza e la preziosità delle armature, realizzate con
la tecnica a sbalzo. L'incredibile accuratezza dell'abbigliamento e dei disegni ornamentali delle armature, segue precisi
canoni che servono a individuare i personaggi. I Pupi catanesi sono manovrati dall'alto da esperti mainanti che, con due
sottili aste di metallo collegate alla testa e al braccio destro, li manovrano solitamente in piedi o supini su un palchetto,
appositamente costruito sopra il teatro vero e proprio. Il pupo si muove quindi accostato al fondale di scena e viene fatto
scorrere, durante le battaglie, per tutta la lunghezza del teatro, che può arrivare anche a 10 metri di lunghezza. La voce
del Pupo è data dal parlatore che, con pathos tragico, alterna la recitazione a braccio alla lettura dei copioni. Invece a
Palermo il pupo, che pesa solo 6/7 chilogrammi e possiede ginocchia snodabili, consente di poter essere sostenuto dai
manovratori durante lo spettacolo.
Pioniere dell'opera dei pupi a Siracusa fu Francesco Puzzo, il quale realizzò i suoi
primi pupi nel 1875 per poi debuttare un anno più tardi in uno scantinato di
Ortigia. L'attività di Francesco Puzzo durò fino al 1917 e solo quattro anni più tardi
fu ripresa dai figli, tra i quali spicca il nome di Ernesto. Quest'ultimo operò nella
città di Siracusa, insieme ai fratelli, fino al 1944. Quattro anni dopo, nel 1948, il
sipario calò definitivamente sulla famiglia Puzzo, quando Ernesto, su richiesta
dell'allora Ente Provinciale Turismo, fece il suo ultimo spettacolo. Nel 1923,
all'uscio della bottega di Ernesto, si presentò il giovane Rosario Vaccaro, il quale,
grazie agli insegnamenti di Ernesto, riuscì ad imparare i segreti dell'arte dei
pupari. La malattia che colpì Rosario nel 1936, paralizzandogli la parte sinistra del
corpo, non gli impedì di perseguire il suo sogno, ovvero quello di far rivivere i
paladini di Francia, attraverso l’opera dei pupi, coinvolgendo il fratello Alfredo. I
due fratelli si esibirono durante un periodo di crisi per la città di Siracusa, infatti,
dovettero trovare il modo di attirare l'attenzione di un pubblico che considerava il
passato come qualcosa da dimenticare. Il 5 Luglio del 1978, i fratelli Vaccaro si
esibirono nella chiesa di San Giovannello alla Giudecca, dopo ben trent'anni
dall'ultima rappresentazione di Ernesto Puzzo. Il successo dell'opera fu tale che le
amministrazioni del tempo decisero di assegnare ai due fratelli uno spazio per
allestire un teatro stabile dell'opera dei pupi nel centro storico. Lo strabiliante
successo dell’opera portò i due fratelli a partecipare ad alcune trasmissioni
televisive nazionali e internazionali. La morte, nel 1984, di Rosario, non impedì ad
Alfredo di continuare a lasciare agli spettatori ricordi indimenticabili grazie alla
fama acquisita dall’opera dei pupi. Dopo il terremoto del 1990, lo stabilimento del
teatro fu dichiarato inagibile ed Alfredo, in attesa dell'assegnazione di un nuovo
luogo per allestirlo, portò la tradizione dei pupari nelle scuole e nelle piazze.
Alfredo morì nel 1995 con il sogno di non veder mai morire i pupi in città. Gli eredi
dei Vaccaro, nello stesso anno, fondarono un'associazione denominata "Opera
dei pupi Alfredo Vaccaro", con lo scopo di continuare quanto fatto dai due fratelli
Rosario ed Alfredo.
•Alfredo Mauceri
Da bambino frequentava il laboratorio dello zio Saro in Vicolo dell'Ulivo e dal 1980 ha
partecipato alle rappresentazioni di famiglia presso il vecchio teatro di via Nizza.
Diplomato all'istituto Nautico di Siracusa, alla morte del nonno ha indirizzato i propri interessi
verso l'opera dei pupi e lo studio della tradizione siracusana. Ha gestito la precedente
associazione "Opera dei pupi Alfredo Vaccaro" dalla sua fondazione alla sua sostituzione con
l'attuale associazione. Dal 2001 mette in scena i propri testi nel teatro allestito in via della
Giudecca, coadiuvato dal fratello Daniel, costruttore di pupi siracusani e dalla madre, costumista
e parlatrice.
Per conto dell'associazione ha organizzato mostre, convegni e rassegne teatrali.
In questo momento ricopre la carica di direttore artistico e dirige il Teatro oltre ad essere il
responsabile del Centro studi. Ha pubblicato libri editi dall'associazione tra cui "I fratelli Vaccaro Un sogno chiamato Opera dei pupi" oltre ad articoli e saggi per riviste di settore nazionali e
locali.
•Daniel Mauceri
Da bambino frequentava il laboratorio del nonno situato nel retro del teatro di Via Nizza,
dimostrando attitudine verso le arti creative e artigianali; ha partecipato alle rappresentazioni di
famiglia con la mansione di addetto alle scenografie mobili. Ha effettuato gli studi superiori
presso l'Istituto d'Arte di Siracusa e alle morte del nonno ha indirizzato i propri interessi verso la
costruzione dei pupi. Dal 1999 ricopre la carica di direttore del laboratorio artigianale gestito
dall'associazione. Alcune sue creazioni sono esposte in musei internazionali: International
Museum of art di Kasugai-city (Giappone) e presso il Museo de las marionetas di Alicante
(Spagna).
Ha esposto le sue creazioni in diverse città europee: Alicante, Metz, Praga, Stoccarda, Francoforte
- Bruxelles. In Italia: Ancona, Mesagne (Br), Torrice (Fr), Genova, Siracusa.
Di lui e dei suoi pupi hanno parlato molte riviste nazionali ed internazionali tra cui la più
importante rivista di settore americana: "Puppetry".
Stimato costruttore di pupi da tutti i colleghi di tradizione, assieme al fratello Alfredo mette in
scena gli spettacoli della compagnia.
L’associazione “La compagnia dei pupari Vaccaro-Mauceri”,
fondata nel 1999, è l’anello di congiunzione tra il passato,
rappresentato dall’operato dei fratelli Saro e Alfredo Vaccaro,
e i fratelli Daniel e Alfredo Mauceri, nipoti di Alfredo Vaccaro.
I fratelli Vaccaro per molti anni hanno dato vita ai pupi nella
città aretusea; i fratelli Mauceri, avendo raccolto il testimone
della tradizione siracusana invertono la marcia dei loro
progenitori per ricondurre l’opera dei pupi di Siracusa ad una
fedeltà filologica dei contenuti e delle modalità dello
spettacolo. Con continua dedizione e conoscenza dello
strumento teatrale, Alfredo e Daniel cercano la giusta misura
fra tradizione e innovazione. I fratelli Mauceri hanno
presentato la compagnia e i propri spettacoli in numerosi
Festival e Rassegne di teatro di figura in Italia e all’estero.
Dalla sua fondazione ad oggi l’associazione ha vinto i seguenti
premi:
•Premio Internazionale “Nuove Mani”, Amalfi 2000;
•Premio Nazionale “Burattinai del 2000 in concorso”,
Mantova 2001;
•Premio Nazionale “Maranci”, Siracusa 2003;
•Premio Nazionale “Etica e Impresa”, Ravello 2009.
A cura di: G.FAVATA, D.GUARINO, M.PANETTIERE, S.RAGUSA, M.RUBINO,
M.SCALORA
MUSEO ARETUSEO DEI PUPI
Il museo Aretuseo dei Pupi è il primo museo
monotematico sui pupi in Italia. L'unione delle
famiglie Vaccaro e Mauceri ridona tutt’oggi vita ad un
luogo dove trovano posto cavalieri cristiani e saraceni,
maghi, streghe e creature mostruose “ in pensione”: il
museo dei pupi. Il museo è oggi strutturato come un
viaggio (arricchito da schede storiche) che ripercorre i
punti salienti della storia dell’opra siracusana. Forse
ad alcuni l'operato dei Vaccaro è apparso dissacratorio
nei confronti della rigida tradizione dei pupi siciliani,
ma resta il fatto che con grande determinazione i
fratelli Vaccaro hanno tramandato l'opra siracusana
sino al 1995, anno in cui i fratelli Mauceri hanno
maturato l'idea di riportare l'opra dei pupi e parte delle modalità di spettacolo alle
origini, con una cultura consapevole della storia e dei significati che già dall’
Ottocento era il cuore dell’opra. In pratica i fratelli Vaccaro per molti anni hanno
cercato di rinnovare i pupi aretusei, invece i fratelli Mauceri, essendo più vicini alla
tradizione siracusana, invertono la marcia e cercano l’equilibrio fra tradizione e
innovazione.
CENNI STORICI SULL’OPRA DEI PUPI A SIRACUSA
Il primo pupo siracusano nacque nel 1877 realizzato da Francesco Puzzo primo puparo
di Siracusa. In tutta la Sicilia i pupari girovaghi occupavano le vie di Ortigia e allestivano
i loro teatrini. Francesco Puzzo vedendoli si innamorò dei pupi e cominciò a costruirne
uno suo, spostandosi di teatro in teatro. Intorno agli anni venti si aggiunsero i figli di
Francesco Puzzo, di cui Ernesto è stato il più famoso. Egli iniziò la sua carriera nel 1920
e la interruppe nel 1944 per dedicarsi ad altre forme di espressione artistica. Nel 1926,
si interessò alla bottega di Ernesto un giovane pasticciere di nome Rosario Vaccaro
( 1911-1984) che riuscì a farsi accettare e ad imparare il mestiere. Egli fu il primo
puparo della famiglia ,non entrò mai in concorrenza con i Puzzo e ne ebbe sempre
rispetto. Nel 1936 Rosario fu colpito da una paralisi alla parte sinistra del corpo, ma era
troppo innamorato del suo lavoro per abbandonarlo e continuò a costruire i pupi con
una sola mano. Negli anni ‘50 continuò a costruire i pupi coinvolgendo il Fratello
Alfredo e circa trent’ anni dopo ,nel 78, andò in scena la loro prima rappresentazione
teatrale. Passò così tanto tempo perché la maggior parte dei pupi che Rosario costruiva
venivano venduti ai turisti per sfamare la famiglia. Nel 1984 muore Rosario. Nel 1990 a
causa del terremoto, Alfredo portò l’opera nelle scuole e nelle piazze. Morì nel 1995.
Dopo la sua morte l’attività fu portata avanti dagli eredi.
DIFFERENZE TRA BURATTINI, MARIONETTE E PUPI
I Burattini sono dei fantocci costituiti da testa e mani
scolpite, generalmente in legno, ed animati dalla mano
del burattinaio introdotta dal basso dentro il vestito. Il
loro nome deriva dal buratto, stoffa di cui sono fatte le
marionette. Le Marionette, anch’esse dei fantocci
scolpiti, sono invece a figura intera e vengono animate
mediante fili dall’alto. Un’altra categoria sono
i Pupi siciliani, che sono animati da bacchette di ferro e
corde poste sia in alto che di lato; i pupi hanno scolpito
solo il volto, e il resto del corpo è rivestito da
un’armatura, perché il repertorio riguarda quasi
esclusivamente il ciclo dei Cavalieri di Carlo Magno.
L’Italia è l’unico paese in cui si usino tre termini diversi,
in tutti gli altri ne esiste uno solo, come Puppet in
Inglese o Marionnette in Francese. Molta confusione
viene dal fatto che in una vasta area dell’Italia Centrale,
dalle Marche alla Toscana, il termine burattino vale sia
per le marionette che per i burattini veri e propri. Per
questo motivo Carlo Lorenzini, in arte Collodi, chiamò il
protagonista del libro più tradotto nel mondo,Pinocchio,
col termine di burattino invece che di marionetta e
burattinaio è chiamato Mangiafuoco.
I PUPI SIRACUSANI
Siracusa ha una sua tradizione dei pupi, caratterizzata da
un’originale tecnica costruttiva nonché da uno stile proprio,
caratteristiche che la rendono diversa rispetto alle tradizioni
sviluppatesi negli altri centri siciliani. Molti si soffermano in
modo particolare sulla distinzione tra la tradizione
palermitana e catanese non considerando l’opra aretusea
una corrente singola. A Siracusa i pupi hanno un’ altezza di
circa 80 cm (come i primi pupi realizzati da Francesco
Puzzo). I visi dei pupi venivano costruiti con una particolare
modalità: erano realizzati in cartapesta.
Prima veniva preparato il negativo in argilla dove veniva
applicata una colata di gesso; una volta solidificata veniva
applicata all’interno la forma di cartapesta e dopo essersi asciugata si estraeva il
volto. Così venivano dati al viso tratti realistici poi ornati da capelli, barbe e baffi
naturali. Venivano utilizzati inoltre legni meno pregiati perché più morbidi e più facili
da modellare con una mano. Gli arti inferiori e superiori dell’ossatura erano realizzati
in faggio e scolpiti interamente a mano mentre il busto era realizzato in pino,
imbottito con materiale morbido o ricoperto da un busto in cartapesta realizzato a
stampo. In seguito venivano dipinti: le gambe in tinta con le vesti e il viso con i colori
e le sfumature del personaggio.
Le armature costruite da Rosario Vaccaro erano delle figure piane che davano effetto
di figure curve e creavano la corazza e l’elmo decorate semplicemente con cerchi
concentrici che ne impreziosivano le varie parti. In seguito vennero sbalzate. La spada
era direttamente legata alla mano destra e molti pupi rappresentati guerrieri avevano
anche lo scudo. Tutti i pupi, esclusi gli spiriti e i fantasmi, avevano le ginocchia rigide e
una gamba più corta che permetteva di dare l’impressione che il personaggio stesse
realmente camminando. I pupari che manovravano i pupi si posizionavano al di sopra
del palcoscenico e muovevano i personaggi attraverso i ferri dall’alto. Dietro le quinte
erano presenti anche tutti gli strumenti musicali che creavano le musiche di
atmosfera, i tamburi utilizzati per i ritmi che davano vigore alla battaglia e altri oggetti
che servivano ai pupari per lo spettacolo. Anche oggi le rappresentazioni sono molto
simili, con la differenza che al posto degli strumenti dal vivo si utilizzano registrazioni
di musiche già create.
A Siracusa i fratelli Vaccaro iniziarono a costruire anche pupi rappresentanti soggetti
diversi da quelli medievali. Cercarono infatti di adattare l’opra dei pupi ad un pubblico
di bambini costruendo i personaggi del famoso romanzo di Collodi, Pinocchio. Estesero
questo “esperimento” anche ad altre storie inventante dai fratelli stessi insieme ai
personaggi, anche se non tutti debuttarono. Dall’idea dei fratelli Vaccaro di aprire
l’opra dei pupi verso altri orizzonti nasce la proposta degli eredi di rappresentare la
Sicilia in ogni sua forma costruendo i pupi dei personaggi della Cavalleria Rusticana di
Giovanni Verga che, per motivi legati ai diritti d’autore, non è stata mai rappresentata.
.
La “sala dei mostri” ospita tutti i pupi rappresentanti i
malvagi dell’opra: draghi, scheletri, spiriti, demoni ,
mostri a più teste, sirene, mostri marini etc.. questi
particolari pupi erano forniti di particolari meccanismi
come luci rosse negli occhi e altri effetti speciali.
Al museo aretuseo sono esposti anche dei particolari
pupi alti 140 cm circa. Questi pupi non hanno i ferri per
essere manovrati, infatti furono costruiti in segno di
protesta poiché dopo il del terremoto del 1990 il
vecchio teatro di via Nizza rimase distrutto e il Comune
rifiutò la richiesta di aiuto economico costringendo il
teatro a chiudere. I pupi “giganti” erano una forma di
protesta e rappresentavano l’impossibilità dell’opra
di continuare a esistere.
I PUPI PALERMITANI
A Palermo l’altezza dei pupi varia da 80cm ad 1
metro ed hanno un peso di circa. Le
ginocchia di questi pupi sono flessibili e hanno
inoltre un filo ausiliare fissato al ferro
del braccio destro che giunge fino al pomo della
spada tirando il quale si fa impugnare
l'arma ai guerrieri. I pupari in si posizionano
lateralmente lavorando con più quinte.
I PUPI CATANESI
Uno degli opranti catanesi criticò i pupi palermitani
perché sanno sguainare e riporre nel fodero la spada e
perche piegano il ginocchio, disse: “un vero paladino
non lascia mai la spada e non piega mai le ginocchia”. I
pupi catanesi infatti hanno il ginocchio rigido, che
permette di appoggiare al tavolato del palcoscenico il
peso del corpo tra un passo all'altro, e se sono
guerrieri tengono sempre la spada in mano. Il pupo
tradizionale catanese è alto 140cm, pesa anche 16 kg
ed è molto pesante da manovrare.
Le analogie più forti si presentano tra la tradizione
siracusana e quella catanese.
DOTAZIONE DEI TEATRI
L'attrezzatura completa dei teatri è chiamata mestiere e in media un teatro siciliano
aveva un centinaio di pupi. La maggior parte di essi erano guerrieri armati e vestivano
corazze metalliche, gli altri (re, dame, spiriti) erano vestiti di stoffa. Per quanto
riguarda la scenografia i fondali sono dipinti su tela e rappresentano regge, castelli,
città, accampamenti. Anche le quinte sono dipinte su tela, distesa su un telaio o su una
tavola di legno.
LA RAPPRESENTAZIONE
In Sicilia la rappresentazione aveva inizio al calar del sole e , nello scorso secolo, era
annunziata dal rullare di un tamburo davanti al teatro. All’entrata era solita sedersi
la moglie del proprietario per raccogliere il prezzo dell’ingresso. Un sorvegliante
munito di una lunga canna per colpire da lontano i più chiassosi manteneva l’ordine
tra il pubblico. Le pause e lo svolgimento dell’azione erano accompagnate dalla
musica che doveva coprire tutti i silenzi e tacere quando i personaggi parlavano. Un
segnale dato dal puparo battendo due volte il piede faceva iniziare la scena, la
interrompeva e la riprendeva. Nel secolo scorso l’accompagnamento musicale era
eseguito da uno o più violini. Oggi si usano invece molto di più musiche registrate
che utilizzano vari strumenti.
A cura di:
Iencarelli Eleonora
Incandela Laura
Pasquale Luisa
Pino Chiara
“Angelica a Parigi”
La rappresentazione e le sue
fonti.
A cura di:
-Ambra Massei;
-Giulia Tasso;
-Nicoletta Romano;
-Giulia Cannizzo.
L’ arrivo di Angelica a Parigi
Tra le innumerevoli vicende cui attinge l’Opera dei Pupi siciliani, è stata scelta dai pupari
siracusani per la classe III E la rappresentazione di un episodio: “L’arrivo di Angelica a
Parigi”. La trama è la seguente:
Al superbo imperatore, il re Gradasso, appare uno spirito infernale che gli parla del
giardino incantato della maga Sibilla, nel quale è custodita la magica armatura di
Sansone. Gradasso, nonostante l’ opposizione della moglie, giura di ritirarsi a vita di corte
dopo essersi impadronito del trofeo. Dopo aver ucciso i guardiani protettori del giardino lo
spirito invita Gradasso a seguirlo per riuscire ad entrare evitando le insidie. Una volta
impossessatosi dell’ armatura, sopraggiunge la maga Sibilla che gli confida che per
diventare l’ uomo più potente del mondo dovrà conquistare il cavallo Baiardo di Rinaldo e
la spada Durlindana di Orlando. Venendo meno alla promessa fatta alla moglie, parte con
un prosperoso esercito. Intanto a Parigi durante i festeggiamenti delle nozze di Malagigi
ed Eraclina, giunge Angelica alla corte di Carlo Magno. La fanciulla propose una sfida ai
cavalieri contro Uberto dal Leone, suo accompagnatore, offrendo come premio se stessa.
Uberto altri non è che il fratello di Angelica ed entrambi sono stati dotati dal padre lui di
una spada magica e lei di un anello magico. I due intendono imprigionare i paladini per
muovere guerra a Carlo Magno. Il mago Malagigi, venendo a conoscenza dell’ inganno,
decide di uccidere Angelica. Una volta giunto alla tenda degli impostori, incanta tutti e,
rapito dalla bellezza della fanciulla, cerca di baciarla; ma quest’ ultima immune agli
incantesimi si risveglia e assieme al fratello lo cattura. Al pietron di Merlino, luogo scelto
per la sfida, tra i due sorteggiati solo Ferraù di Spagna riesce a scampare la prigione. I due
fratelli decidono allora di scappare nella foresta dove il cavaliere li insegue giurando
vendetta.
Ciclo Carolingio e Bretone
Nelle opere dei pupi il Ciclo Carolingio si fondeva con il Ciclo Bretone;
infatti nelle storie confluivano elementi guerreschi e amorosi,
caratterizzanti il primo ed elementi magici, che rappresentavano il
secondo.
Il Ciclo Carolingio si sviluppa dopo l’anno Mille e celebrava in versi i
valori più alti della società aristocratica. Si trattava di un complesso di
canzoni di gesta, incentrate sulla figura e le imprese di Carlo Magno e
dei suoi paladini. La diffusione è avvenuta grazie ai giullari e ai
chierici. Il poema più antico è la Chanson de Roland, che racconta la
battaglia di Roncisvalle quando Orlando morì per un attacco a
sorpresa dei Saraceni. L’assalto riuscì grazie al tradimento di Gano.
Il Ciclo Bretone si sviluppò nell’XI secolo e le sue opere mettevano in
evidenza la cortesia e lo spirito cavalleresco. Esso si incentrava sulle
vicende di Re Artù, i Cavalieri della Tavola Rotonda e il Mago Merlino.
Chanson de geste e Romanzo
Cortese Cavalleresco
Con l'espressione chanson de geste si indica un genere letterario di tipo epico, sviluppatosi
originariamente nel Nord della Francia e attestato per circa tre secoli a partire dalla fine dell’ XI
secolo. Esso comprende un'ottantina di componimenti. Le sue origini sono tuttora oggetto di
ampia discussione.
I tratti caratterizzanti dell'epica possono essere così riassunti:
- il tema ha pretese di storicità, senza però che si presti necessariamente attenzione a fornire un
corretto contesto storico degli eventi e dei personaggi;
- l'azione si incentra su uno scontro fra due parti contrapposte, rappresentato come decisivo per
un'intera comunità e i suoi ideali;
- la presenza di un eroe in cui quella comunità si riconosce, che si batte per essa fino alla morte, se
necessario: della comunità fanno parte l'autore ed i primi destinatari;
- la voce dell'autore come individuo non compare quasi per nulla; il testo è destinato ad una
recitazione ad opera di un “professionista” (aedo, giullare, ecc.) che effettua il suo spettacolo,
accompagnando la sua melodia con uno strumento musicale, nelle adiacenze di un luogo di culto o
di una reggia, corte;
- vari elementi formali hanno carattere topico e formulare, consentendo amplificazioni,
soppressioni e varianti.
Cinque erano i valori fondamentali: l’onore, il dogma cristiano e la fedeltà verso il sovrano e con
lo sviluppo di un altro genere letterario, il romanzo cortese-cavalleresco, si aggiungono il
coraggio e l’avventura. Il cavaliere partiva alla ricerca di nuove avventure, per tornare vincitore
e rendersi bello agli occhi dell’amata.
Evoluzione dei cicli bretone e
carolingio in ambiente
popolare e colto
Le narrazioni derivate dalla fusione del ciclo bretone e carolingio ebbero una straordinaria
diffusione in tutta Europa ma persero buona parte delle loro caratteristiche originarie. Il racconto
delle avventure di cavalieri e paladini incontrò una grande fortuna presso gli ambienti popolari e
incolti attraverso la recitazione dei “cantari” cavallereschi. Giullari e cantastorie si esibivano
nelle piazze per catturare l’attenzione di un pubblico ingenuo che si lasciava incantare da quel
mondo fantastico. Nei cantari scompare l’austera solennità della materia carolingia e trionfa il
gusto per l’avventura fine a se stessa, per il meraviglioso e l’esotico. Particolare rilievo assume il
motivo dell’amore cui si aggiunge l’elemento comico: alla sacralità degli eroi originari si
sostituisce una sorta di diseroicizzazione dei protagonisti che, in qualche parte della narrazione
vengono addirittura messi in ridicolo. Questa è la chiave di lettura fondamentale delle famose
opere letterarie, dedicate al pubblico più colto delle corti, l”Orlando innamorato” di Matteo
Maria Boiardo e l”Orlando Furioso” di Ludovico Ariosto in cui il protagonista diventa folle per
amore della bella Angelica. Nella seconda metà del Cinquecento viene pubblicata la
“Gerusalemme Liberata” di Torquato Tasso, un’opera complessa, influenzata da clima della
Controriforma. Il successo dei due grandi poemi cinquecenteschi, “Orlando Furioso” e
“Gerusalemme liberata” diede luogo a un’infinità di storie tramandate oralmente, in ambiente
popolare, che diventano materia per le narrazioni avventurose riprese nell’Opera dei Pupi
siciliani.
Scene della rappresentazione di “Angelica a Parigi”

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