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18 novembre 2016 delle ore 09:03
Abbasso il matrimonio borghese!
Chaimowicz è in Triennale a Milano. Tra le sue muse inquietanti ci sono De Chirico e Picasso. Ma
lui voleva un “ragazzo terribile” che, come lui, giocasse col passato
Marc Camille Chaimowicz è un artista
sfaccettato e multidisciplinare. Nasce nel 1947
a Parigi e si trasferisce presto a Londra dove
inizia la sua formazione artistica, passando
dall’esperienza dell’arte visiva, alla performance,
alle installazioni e al design. Dopo aver subito
il fascino dei Bagni Misteriosi (1973) di Giorgio
De Chirico (presenti nel giardino della
Fondazione Triennale), inizia a pensare con la
curatrice Eva Fabbris e con il curatore della
Triennale Edoardo Bonaspetti, a un progetto
espositivo legato all’istituzione, per impatto
architettonico e per il legame tra design e arte
decorativa che permea la storia dello spazio
milanese. E così, fino all’8 gennaio, è di scena
alla Triennale di Milano. Visitando "Maybe
Metafisica” (questo il titolo della mostra) si nota
subito un elemento importante: la circolarità,
sviluppata in due ambienti. Questo tema rientra
anche in molte sue performance sin dagli anni
‘70 – anni di studio londinesi – con lo scopo di
abbattere il divario che intercorre tra spazio
pubblico e spazio privato, tra spazio espositivo
e spazio domestico, tra installazione e
performance, tra arte e design. La mostra ha
inizio con un quadro di De Chirico: Il Figliuol
prodigo (1973), in cui vediamo le figure di un
padre e di un figlio inserite al centro di un
interno spoglio e inquietante; la poetica
dell’opera è intrisa di una malinconica attesa,
tema caro all’artista metafisico e sviluppato già
molti anni prima in alcuni suoi disegni e
litografie. Sul muro su cui è appesa l’opera
troviamo una carta da parati disegnata e
progettata da Marc Camille, che entra in
relazione con l’opera del Maestro tramite colori
e forme. La suggestione di De Chirico echeggia
anche per tutto il resto della mostra: dalle luci,
alle opere, alla disposizione delle stesse. Viene
così a crearsi una specie di deserta "Piazza
D’Italia” in cui l’unica presenza umana è data
dai visitatori.
È sempre negli anni ’70 che Chaimowicz
realizza le prime grandi installazioni – si pensi
a Celebration Real Life (1972), ora presente alla
Serpentine Gallery di Londra, dove è in corso
"An Autumn Lexicon”, un’importante mostra
immersiva a lui dedicata – come We Chose Our
Words With Care, That Neon-Moonlit Evening;
It Was As If We Were, Party To A Wonderful
Alchemy (realizzata nel 1975 e riproposta nel
2008 a Los Angeles). Quest’installazione, le cui
misure sono state ricreate ad hoc per un angolo
dell’area espositiva, presenta una tenda, una
sorta di sipario nero, sulla quale appaiono alcuni
tagli che creano degli scorci di luce, delle
fessure da cui voyeuristicamente possiamo
sbirciare, intravedendo così quello che sembra
lo scenario di una festa da poco conclusa.
Scorgiamo così uno spazio illuminato da un
ampio spettro di luci, alcuni specchi, oggetti
quotidiani e fiori freschi. La sensazione che
pervade il tutto è ancora quella della malinconia
e di un tempo non più recuperabile. Vicino
troviamo un’altra carta da parati, su cui
ritornano alcuni pattern, raffiguranti diverse
forme e colori. Accanto a questa, di fronte al
lavoro di De Chirico, troviamo un pannello su
cui appare una citazione del Mistero Laico di
Jean Cocteau scritta a mano dall'artista: "
Picasso. De Chirico. I futuristi. Gli
espressionisti. I giovani li combinano, li
raffinano, non riuscendo a venirne a capo, più
di quanto vengano a capo di Lautréamont o di
Rimbaud. Quanto mi interessa maggiormente
un giovane pittore che, per venirne fuori, cerca
a tentoni la maniglia della porta. Troppi figli
legittimi sono nati da un matrimonio borghese
tra Picasso e De Chirico. Voglio un ragazzo
terribile”.
Il riferimento alla maniglia della porta non
avviene a caso; infatti poco più avanti, troviamo
l’enigmatico Project For A Rural House
(2003-2016), un progetto per una casa rurale
mai realizzato: si tratta di una struttura
architettonica che riproduce la facciata di una
casa, dotata di finestre il cui ingresso rimane
inaccessibile. Risulta così uno spazio
completamente privato in cui non si può entrare.
Ancora una volta un ostacolo che crea
un’impossibilità comunicativa, che diviene
molto chiara con la piccola maquette, presentata
come progetto pubblico a Southampton
(rifiutato nel 1974), in cui l’artista ripropone in
piccolo formato degli edifici in rovina in uno
spazio aperto, dove vediamo dei mezzi archi e,
per la prima volta, delle persone che cercano
invano di comunicare tra loro. Il resto della
stanza è connotato da una forte ispirazione
architettonica, a partire dalla tenda in raso di
cotone (su cui sono stampati alcuni disegni
simili alla carta da parati), inserita in un box
ligneo che piega il tessuto creando un effetto
ottico a colonna: la leggerezza diviene così
architettura e l’architettura leggerezza. Questo
elemento della dicotomia è riscontrabile in tanti
suoi lavori, come nel corner piece degli anni
’80 – posto accanto a un muro costruito
appositamente per accoglierlo – in cui possiamo
seguire con lo sguardo forme spigolose e forme
fluide in completa armonia tra loro. Vediamo
poi i grandi protagonisti della sala: gli Arches
(1975-2016) e la Two-Speed Staircase
(1999-2016), entrambi costruiti con un
bellissimo legno omogeneo e non trattato. I
primi sono dei mezzi archi ideati nella seconda
metà degli anni ’70 e qui rifatti, che richiamano
ancora una volta De Chirico; la seconda invece
è un’installazione di 7 metri d’altezza, in cui è
presente una scala a due velocità, illuminata con
un’ampia gamma cromatica, creando così la
necessità di riadattamento dell’occhio e del
corpo a una nuova dimensione: spaziale e
interiore.
A metà della stanza possiamo intravedere lo
spazio accanto tramite una losanga, elemento
architettonico che permette di guardare
fisicamente verso un’altra dimensione. Ancora
una volta l’artista taglia lo spazio e catapulta lo
sguardo del fruitore verso uno spazio-altro.
Cosa che avviene anche con l’elemento
fotografico: proiettata su muro, ecco uno slide
show del ‘74 che dà nuovamente l’idea di spiare
da una fessura una situazione intima; nelle foto
vediamo un interno domestico in cui sono
presenti alcuni amici che compiono delle azioni
molto abituali, come fumare una sigaretta,
rispondere al telefono, guardare fuori dalla
finestra o bersi un caffè, intervallati da closeup molto stretti di fiori dalla forte matericità e
dalla superficie vibrante. L’ultimo corridoio dà
una sensazione completamente diversa: la luce
è chiara e omogenea, così da creare
appositamente pochissime ombre sui muri. Su
quello di destra troviamo dei vasi in ceramica
che poggiano su delle mensole di legno non
decorate, somiglianti ai mezzi archi della stanza
accanto, la cui presenza diviene quasi
architettonica, creando un movimento lungo la
parete. Di fronte invece troviamo alcuni bronzi
dall’intenso blu, dedicati a Venezia e al mare
italiano, realizzati dalla Fondazione Battaglia
di Milano: emergono forme di conchiglie, pasta
e bottoni. Lungo tutto il percorso espositivo
percepiamo come per l’artista, un ambiente, un
oggetto, non sia mai fatto e finito, ma continui
a vivere sulla base del posizionamento in un
altro contesto e a contatto con altre opere,
ricostruendosi e ricalibrando di volta in volta il
proprio significato. Ed è proprio su queste basi
dinamiche e multidisciplinari che intuiamo
come l’artista possa essere tanto amato dalle
generazioni a lui successive. Dunque, una
mostra che non punta solo sulla suggestione
sensoriale, ma un progetto artistico che prende
a cuore la dimensione concettuale dello spaziotempo tramite luci, colori, forme e citazioni.
Micol Balaban
pagina 1
Exibart.com
pagina 2
18 novembre 2016

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